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mercoledì, 21 ottobre, 2015

Chi manovra l’invasione migratoria?

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Il tema delle ondate umane di profughi e della redistribuzione di questi tra gli stati della cosiddetta Unione Europea, sta monopolizzando un dibattito pubblico caratterizzato dal solito peloso buonismo d’accatto da un lato e dall’altro da una serie di istanze in senso contrario, ambedue accomunate da una costitutiva mancanza di analisi politica di fondo e pertanto destinate a portare al vicolo senza uscita dell’inazione e della stasi e quindi della non-risoluzione del problema. Da più parti nel sentir parlare di  “fenomeno epocale” e della sua presunta ineluttabilità, al pari di fantomatiche “risposte europee” ed altre simili scipitaggini, sembra si voglia volutamente evitare di andare al cuore di un problema, esorcizzato da parole d’ordine e slogan ammantati di una genericità e banalità senza fine. Alcune sere fa, assistendo ad un dibattito televisivo sul problema, il solito Gino Strada di Emergency, con un’aria seriosa e contrita, dava voce ai propri bei sentimenti di solidale indignazione senza, pur tuttavia, riuscire ad andare al cuore del problema, in questo affiancato dalle seriose analisi dell’immarcescente Paolo Mieli. Il tocco finale è poi spettato al Ministro degli Esteri Gentiloni che, “more veltroniano”, nel fare sfoggio di tutta una serie di elucubrazioni all’insegna di tutto e del suo perfetto contrario (“l’Italia è il primo referente della comunità internazionale in Libia e nel Vicino Oriente”, ma poi poco importa se anglo-francesi e crucchi si riuniscono a porte chiuse, per decidere in merito, senza invitarci e via dicendo, con altre simili uscite…sic!) ha pienamente riconfermato questa sensazione. Stessa solfa sull’ “altro” versante dove, la pretesa di dar voce alla pancia della gente, attraverso reportage e dirette nelle varie aree del disagio metropolitano, viene diluita ed annacquata da quanto mai inopportuni e confusi “distinguo”. Gli interventi pubblici di coloro che, oggidì, rappresentano le voci più rilevanti dal punto di vista mediatico dell’opposizione istituzionale, ricadono tutti nel solito vizio di una genericità senza vie di sbocco. Il sostenere che quelli dell’Isis sono dei cattivacci o che la presenza degli immigrati-invasori nei quartieri delle nostre città può arrecare non pochi fastidi ai residenti o che sia stato un errore sostenere le “primavere” arabe o che bisognerebbe dare un incipit ad un quanto mai vago “qualcosa di più” a livello nazionale e/o internazionale, tutto all’insegna dei soliti ed immancabili “buoni sentimenti”, tutto questo, voi capirete, non può bastare, poiché non coglie nel segno di quella che è l’essenza del problema. Un problema chiamato liberismo, la cui pretesa è quella di impestare di sé l’intero orbe terracqueo, attraverso quel plurisecolare processo chiamato “Globalizzazione” che, negli ultimi vent’anni ha subito un’esponenziale accelerazione. Il liberismo si accompagna all’idea base dell’assoluta supremazia dell’economia sull’etica e sulla politica nel nome di un profitto determinato dalla perfetta interazione tra Tecnica ed Economia. Per potersi perpetuare il liberismo deve generare profitto in scala esponenziale, attraverso un perverso meccanismo nel nome del quale immense masse di sfruttati vengono immesse in un circuito costituito dalla seguente equazione: il lavoro a basso costo genera un plusvalore di profitto che va progressivamente riducendosi con l’aumento della capacità di reddito (e di consumo) delle masse, a loro volta sollecitate dalle suggestioni al consumo da parte di un mercato che veicola le istanze dei diritti di queste ultime (attraverso politiche salariali, strumenti previdenziali, etc .) proprio al fine di massimizzare utili e profitto nel minor tempo possibile. A questo punto, però, perché tale range di plusvalore possa continuare a perpetuarsi, sarà necessario immettere nuove masse da sfruttare, scartando ed eliminando dal processo produttivo quelle precedentemente immesse. Viceversa, si verrebbe a determinare una situazione di equilibrio tra redditi da lavoro dipendente e profitti d’impresa, tutto a beneficio di una comunità a forte radicamento territoriale, ma a totale detrimento di un meccanismo volto a realizzare esponenzialmente quel plusvalore di utili che, per realizzarsi, necessita, giuocoforza, di una progressiva deterritorializzazione e delocalizzazione, che, a sua volta, prende le mosse dalla (sinora…sic!) illimitata ed irrefrenabile espansione del pensiero Tecno Economico a livello globale. Il momento-cardine di tale processo è la virtualizzazione dell’economia reale attraverso alcuni strumenti offerti dall’economia finanziaria, quali quelli rappresentati dall’emissione valutaria da parte di istituzioni bancarie private, tutta a carico del detentore del titolo (moneta-debito, signoraggio), priva di valori di riferimento, accompagnata dall’immissione sul mercato di strumenti finanziari altrettanto privi di connessione con l’economia reale (quali i junk bonds o i cosiddetti fondi “sovrani”), troppo spesso alla base delle recenti crisi globali dei mercati. L’emissione di titoli cartacei virtuali, privi di alcun valore di riferimento con l’economia reale, è, pertanto, la caratteristica pregnante di questa nuova fase liberista della Globalizzazione. Il secondo strumento, dalla doppia natura geopolitica e geoeconomica, è rappresentato dalla presenza sul proscenio internazionale, di una potenza dominante, gli USA, contornata dalla presenza concentrica di Stati-satellite (anglo-francesi innanzitutto, seguiti a gran distanza da Germania, Giappone e compagnia bella), affiancata da una serie di organismi sovranazionali quali FMI, ONU, UE, tutti egualmente accomunati nel ruolo di meri esecutori e coordinatori giuridico-istituzionali delle linee-guida del pensiero liberista globale. Accanto a queste realtà geoeconomiche, ve ne sono altre, rappresentate dalle cosiddette “economie emergenti”, (Cina, India, Brasile, Sud Africa, Malaysia, etc.) che, nell’apparente ruolo di contraltare allo strapotere USA, svolgono in verità il ruolo vitale di valvole di sfogo per il surplus di esportazioni occidentali che, nell’ambito del continuo moto di riassestamento tra import ed export, aumentano l’interdipendenza economico finanziaria tra le varie economie mondiali che, a loro volta, finiscono con il dipendere tutte dalle vicissitudini e dalle umoralità di un mercato sempre più globale e deterritorializzato. Lasciando da parte il sin troppo evidente caso della Grecia, quello della Cina, sinora considerato una specie di gigante immune da crisi o recessioni è, a tal proposito, ancor più eloquente e non lascia più dubbi in proposito. Il ciclo economico iperliberista si alimenta di crisi, senza le quali finirebbe per implodere. Secondo poi, al di sopra dei vari protagonisti diciamo così “istituzionali” (Stati, soggetti economici, istituzioni sovranazionali, etc.), vi è un livello “occulto”, rappresentato dai vari consessi di tipo lobbistico, attorno a cui si riuniscono coloro che tirano le fila di questo complesso meccanismo o, quanto meno, vi rivestono un ruolo di prim’ordine. Trilateral Commission, Club Bildberg e via dicendo, sono i nomi degli organismi che, in modo più o meno occulto, rappresentano e portano avanti certe linee direttrici. Sino ad ora, si era deciso che l’equilibrio post bellico nell’ Europa Occidentale fosse mantenuto in modo “soft”, attraverso un’occupazione più incentrata su un pressing di tipo politico-culturale, che non su repentini e traumatici stravolgimenti socio-economici. Se il colossale prestito-ponte degli anni ’40 chiamato “Piano Marshall” servirà a ridare fiato alle economie più industrializzate d’Europa ed a riattivare l’interscambio commerciale USA che languiva a causa degli eventi bellici e che, a quel tempo, non aveva altri principali partners protagonisti che non fossero Europa, Giappone e pochi altri. La progressiva apertura dei mercati di mezzo mondo al modello capitalista occidentale, verificatasi nell’arco degli ultimi cinquant’anni,ha determinato la fine o quanto meno lo sminuimento di ruolo geo economico di un’Europa rimasta al chiodo rispetto allo strapotere USA ed alle lobby che ne orientano le scelte. Punto secondo la fine del bipolarismo USA-URSS, ha conferito un’accelerazione in tutti i sensi a questo processo di trasformazione del ciclo economico dal taylorismo fordista ad un ciclo marcatamente iperliberista. In virtù di questo scenario, la potenza USA ha incentrato la propria azione su tre direttrici. Primo. Isolare e castrare definitivamente la Federazione Russa, cercando di estendere la propria influenza sulle regioni a ridosso delle sue frontiere, come nel caso dell’ Ucraina. Secondo. Fare dell’intera regione mediorientale, una dependance a gestione israelo-saudita, spazzandone via qualunque residua parvenza o forma di autonomia politica e cercando di togliere il tappeto dai piedi di Russia ed Iran, grandi “competitors” geostrategici della regione, come nel caso della vicenda siriana e libica, a qualunque costo. Questo, al fine di avere un diritto di prelazione nell’accaparramento delle risorse petrolifere della regione (saudite in particolare). Terzo. Umiliata, angariata, vilipesa, l’Europa resta però sempre una delle locomotive dell’economia mondiale. La recente frenata recessiva che ha coinvolto realtà come la Cina, ha lasciato, a detta di certe statistiche, il volume dell’interscambio commerciale globale, in mano ad USA ed Unione Europea. Un dato questo, che riconferma il fatto che il Vecchio Continente, a tutt’ oggi, rappresenta un elemento di riferimento non secondario per gli equilibri mondiali. Per questo, la “gestione” delle cose europee da parte delle varie lobbies e potentati globalisti si è fatta molto meno “soft” che non in passato. Questo processo passa attraverso la sostituzione di politici sgraditi o “scaduti”, con elementi facenti parte di istituzioni finanziarie internazionali, direttamente imposti senza passare attraverso elezioni, (come nell’italico caso del governo Monti e dell’attuale governo Renzi), oppure con la riconferma della assoluta fedeltà ai “desiderata” dei poteri forti, attraverso la codina attuazione di politiche e provvedimenti in tal senso, anche se profondamente ingiusti ed antipopolari, così come accade nella stramaggioranza dei paesi dell’eurozona, Grecia di Tsipras e Germania merkeliana in primis, tanto per fare due esempi arcinoti.Tra quei provvedimenti ingiusti ed impopolari a cui abbiamo appena accennato, spicca e primeggia la politica delle porte aperte verso l’invasione migratoria. Con la scusa delle attuali guerre nello scenario vicino-orientale (Siria, Libia, Iraq, Afghanistan, etc.) e delle varie “primavere” arabe, i governi occidentali, in piena connivenza con i Poteri Forti, stanno aprendo le porte all’accesso indiscriminato a tutti coloro che si presentano a piedi, a bordo di imbarcazioni di fortuna o quant’altro, l’importante che siano cittadini extraeuropei. Si parla di centinaia di migliaia di arrivi. Ai più potrà sembrare strano, ma la Germania merkeliana ha, di sottecchi, preso la decisione di prendere a bordo tutta quell’immigrazione costituita da rappresentanti della middle class siriana e cioè avvocati, insegnanti, etc., rigettando il resto. Perché? Ma è chiaro. In tal modo si accelera in modo esponenziale quel piano di sovrapposizione etnica e di classe, in grado di sostituire non solo i lavoratori dipendenti, ma anche il ceto intellettuale con una classe amorfa ed inebetita dalle facili illusioni del sogno occidentale, molto più facilmente manovrabile e sfruttabile e tutto questo con buona pace dei fondamentali diritti al lavoro, all’identità ed alla dignità della vita. I Poteri Forti e cioè i soliti Bildberg, Trilateral e compagnia bella, hanno deciso di tirare definitivamente i cordoni del sacco per l’Europa. Il tempo delle mediazioni e del tirare a campare è finito. Per chi comanda, ma anche per chi a tale potere si vuole contrapporre. Per vincere la battaglia della sopravvivenza politica, economica, etnica e culturale, dalle ceneri della destra e della sinistra dovrà sorgere una volontà di vita e potenza spontanea, vitale, in grado di tradurre le proprie istanze in fatti politici definitivi, radicali, senza recedere, con determinazione o, statene pur certi, il nuovo millennio assisterà al definitivo annichilamento dell’Europa e del resto del mondo, sotto il peso di un degrado politico, economico ed ambientale senza fine.

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