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martedì, 28 luglio, 2015

Il saluto di Uto Ughi a Santa Cecilia

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Bisognava trovare il modo di salutare il nuovo pubblico dell’Accademia, quello che si raccoglie d’estate, in pochi, accurati concerti pensati proprio allo scopo, creature del Sovrintendente e Direttore artistico Michele Dall’Ongaro, così vicino al pifferaio magico di Hamelin venuto a raccogliere nuovi adepti per la lunga stagione invernale. Per farlo, si doveva mettere a punto un programma intelligente e popolare, con musiche note da ascoltare con il rigore esecutivo che la nostra maggiore formazione sinfonica può offrire, poi, continuando questa sorta di catalogo del bello, mostrare la valentia di un solista che si confronti con il suono di un’orchestra dalla cantabilità tutta personale, considerata una delle prime dieci del mondo. E non ultimo chiamare un direttore che sa suscitare l’empatia del pubblico. Missione assolta egregiamente perché sul podio c’è George Pehlivanian, statunitense, già allievo di Boulez e di Lorin Maazel, primo americano a  vincere il concorso di Besançon, che dirige ovunque in Europa, che spazia dal repertorio lirico al sinfonico -a Palermo, per anni direttore sinfonico, ha anche portato in scena nel 2012 il “Boris Godunov” e nel 2013 l’opera del nostro compositore Marco Betta, “Sette storie per lasciare il mondo”.

Rossini e due celeberrime ouverture da “Il Barbiere di Siviglia” con la sua curiosa carriera musicale: era nata per “Aureliano in Palmira” (1813) , poi rimaneggiata nell’ orchestrazione era confluita in “Elisabetta,regina d’Inghilterra” (1815), infine sistemata in forma definitiva assieme a tutto il primo atto era andata a colonizzare “Il Barbiere”. Nessuna meraviglia: se dovevi comporre con l’ossessione del tempo che ti gioca contro e il pesarese aveva detto sì al committente che voleva per il Carnevale romano del 1816 un’opera buffa da far debuttare il 20 febbraio al Teatro Argentina con solo sedici giorni, sedici, a disposizione. Ma l’esito ahimè era stato un tal fiasco e i crescendo travolgenti erano stati seppelliti dalla gazzarra messa in atto dai fan di Paisiello giunti da Napoli a vendicare l’onore del compositore. Con l’ouverture dal “Guillaume Tell”, opera che profuma già di grand-opéra, è di scena il carattere grandioso ed epico ma anche quel lirismo bucolico che si condensa poi nel galoppante finale all’insegna di strepitosa vivacità.

Subito dopo il tono si modifica, l’orizzonte ora è occupato dalla Spagna e dal colore che le è proprio, Spagna di memoria o filtrata attraverso la tavolozza di altri artisti che l’hanno egregiamente narrata, primo fra tutti Sarasate, basco nato a Pamplona, violinista di fama mondiale, che seppe diventare maestro con il suo tocco magistrale che riproduceva l’animus sinuoso e conturbante, quelle movenze musicali sensuali del Sud con i suoi miti arabi, con i giardini profumati di gelsomino dove le belle di notte si aprono ai primi languori del crepuscolo per un richiamo più forte e più diretto. In un gioco di rimandi, Pablo de Sarasate che ha allargato l’orizzonte ispirativo di un Saint- Saëns, con il suo “Introduzione e Rondo capriccioso”, quello stesso compositore francese che aveva scritto per lui i Concerti per violino n. 1 e n.3, o che aveva sollecitato la “Fantasia scozzese” di Bruch e le “Mazurke” op.49 di Dvořák, la “Symphonie Espagnole” di Lalo ed altro ancora, firma una suite da “Carmen” di Bizet travolgente. Un midley di brani che pretendono virtuosismo, perfetta intonazione, ma anche quell’immanenza drammatica del senso del destino che è in sintesi il linguaggio musicale di Carmen, la gitana, al di là dei suoi sortilegi d’amore, delle sue danze e dei suoi fiori carichi di malia sessuale. Chi più o meglio di Uto Ughi, giunto sul palcoscenico con il suo Guarneri del Gesù dal suono caldo e passionale per narrare questa Spagna. E questo dopo avere cullato il pubblico con le note della Romanza n.2 di Beethoven, una composizione d’occasione, ma ricca di toni intimistici, di eleganza raffinata che una rinomata marca di liquori ha scelto per rappresentare la qualità del proprio brand. E c’è il finale che urge all’ascolto, il “Boléro” di Maurice Ravel, che l’autore descrive come “un movimento di danza dal ritmo e dal tempo invariabili, melodia uniforme e ripetitiva, con un’orchestrazione che cambia e con un crescendo progressivo che si va facendo mentre il pubblico si lascia rapire e si aggiungono al flauto e al tamburo iniziali, una sezione alla volta, il resto degli strumenti, finché l’intera orchestra, con grancasse, tamburi e tromboni, in sincrono si avvia all’esplosione parossistica del finale. Come molti capolavori, era nato quasi per caso; Ravel aveva ricevuto una richiesta da Ida Rubinstein, celebre ballerina e attrice, donna che animava il milieu intellettuale parigino in quello scorcio dei primi vent’anni del 1900. Lei, che era stata una musa dei celeberrimi Ballets Russes di Diaghilev, si era staccata dalla compagnia, per crearne una propria. Ravel accettò di buon grado, del resto la musica spagnola, a lui basco, risuonava assai appropriata e già l’aveva voluta protagonista della sua “Rhapsodie Espagnole” (1907), della sua “L’Heure espagnole” (1911) e dell’”Alborada del gracioso”(1923). Pensava di ripescare nella ricca raccolta “Iberia” di Albeniz  uno dei temi così preziosi e di riorchestrarlo. Ma c’era un vincolo proprietario perché gli eredi del compositore avevano venduto in blocco la raccolta. Chiamò allora in campo le memorie sonore di un viaggio nei Pirenei e diede vita al suo “Fandango” in seguito rinominato “Boléro”. L’opera, con la coreografia della sorella di Nijinskij, Bronislava, costituì un evento indimenticabile. La stessa Ida, in veste gitana, su un enorme tavolo rotondo in una bettola malfamata danza mentre intorno man mano si avvicinano sempre più i giovani maschi che si lasceranno trascinare nella follia sensuale fino alla scena finale, risolta spesso, in altre coreografie suggerite dall’opera di Ravel, come quelle celebri di Maurice Béjart, in scene dove l’eccitazione e il desiderio sessuale sfociano in vera violenza panica.

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