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domenica, 5 luglio, 2015

Morricone e la sua musica

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A pochissimi giorni dalla chiusura della stagione invernale, l’Accademia di Santa Cecilia si presenta al pubblico nella sua più sfolgorante veste estiva. Solo tre concerti quest’anno,ma pensati nella prospettiva di un parterre che si rinnova per naturale evolversi delle stagioni. Così, fin dal suo battesimo, il 2 luglio, con una serata monografica dedicata ad Ennio Morricone, la consueta veste si è tinta di varie intonazioni ed eloqui, tanti quanti la presenza di turisti permetteva di cogliere. Inutile dire il calore e l’entusiasmo che hanno animato l’evento, certo per la rinomanza del nostro massimo compositore di musiche per film, anche se è ben difficile relegare al sostegno dato all’immagine una musica che sa vivere di se stessa e in se stessa trovare motivo di successo ovunque. Il discorso, per certi versi lungo e periglioso, si innerva nella polemica sull’importanza della musica per caricare di significato un cinéma ( unità significativa del linguaggio cinematografico), e al quale si salderebbe indissolubilmente tanto da non avere diritto ad una autonomia di sopravvivenza.

Morricone, circa 500 colonne sonore per raccontare film, a partire dall’esordio nel 1961 con “Il Federale” di Luciano Salce, innerva nella sua produzione modalità compositive che si riallacciano alla celebre “Scuola di Darmstadt”, procedimenti illustrati da musicisti come Stockhausen, Boulez, Maderna, ovvero il Gotha della neoavanguardia, quella stessa che Morricone conobbe nel 1958, legandosi d’amicizia con personalità insigni come Franco Evangelisti, con quale diede vita al Gruppo Improvvisazione di Nuova Consonanza, una delle esperienze più significative della musica contemporanea, che si indirizzava alla ricerca sonora e alla prassi interpretativa in ambito classico. Certo in lui prepotenti e incisivi si configuravano gli insegnamenti di Goffredo Petrassi, quell’apprendistato fruttuoso presso il Conservatorio “Santa Cecilia” che gli aveva fatto metter da parte a germogliare i ricchi semi di una tecnica compositiva e di una competenza straordinaria: la bellezza e il mistero delle voci insieme, la nobile ricchezza dei principi contrappuntistici. Tutto ciò unito ad un personale, grandissimo talento dà la misura di un successo costante che si rinnova anche oggi che il compositore si avvia verso il bel traguardo dei novant’anni, se si considera che Quentin Tarantino ha richiesto la sua collaborazione per il suo prossimo film. Hollywood ama Morricone e ne dà testimonianza con quell’Oscar alla carriera che l’Academy Awards gli ha conferito nel 2007 e che più che indurlo a crogiolarsi nell’onore, ha spinto il compositore verso nuovi impegni, facendogli considerare quell’ambito premio come un punto di partenza per migliorarsi al servizio del cinema e in relazione alla sua personale estetica della musica applicata. Nel programma messo a punto per l’inaugurazione dell’estate ceciliana è stata presentata una vera e propria antologia del suo ricco catalogo. Ad apertura si è ascoltato un brano dal titolo “Meditazione orale”, che illustra un testo di Pier Paolo Pasolini, recitato dalla voce inconfondibile del poeta, con il quale il compositore ebbe una collaborazione quasi decennale che doveva dar vita alle musiche per i film “Uccellacci ed Uccellini” con uno strepitoso Totò, “La Terra Vista dalla Luna”, “Teorema”, “Il Fiore delle Mille e una Notte” e “Salò”  “Meditazione Orale” un lavoro del 1970, commissionato dalla RCA a Pasolini, doveva nascere come un disco celebrativo del Centenario di Roma capitale d’Italia. Oggi, nel trentennale della sua morte, con un nuovo commento musicale, ma sempre con il sostegno vocale del poeta, l’opera rivede la luce e rinnova un commosso rimpianto. Un’ altra partitura di grande impianto, per coro ed orchestra, nella quale si leggono in trasparenza influenze della musica sperimentale che si possono fare risalire a Ligeti o climi grandiosi che si pongono sui sentieri wagneriani, è quella scritta per La Bibbia di John Huston, kolossal del 1966, articolata in due brani, “la Creazione” e “La Torre di Babele”. La partitura dovette registrare un insolito destino: malgrado fosse già incisa ed approvata, infatti, non venne utilizzata. Il programma prosegue con brani scritti per “Il buono, il brutto, il cattivo”, (il Forte e L’estasi dell’oro) con i quali si instaura la collaborazione con uno dei registi più creativi della nostra cinematografia, Sergio Leone, il padre degli spaghetti-western. E qui una delle invenzioni più riuscite, quell’”urlo del coyote” che connota immediatamente la partitura assieme ai vocalizzi, qui affidati ai mezzi espressivi e alla bravura di Susanna Rigacci. La collaborazione con Sergio Leone doveva proseguire con “Per un pugno di dollari” e le note di un carillon che lo raccontano tutto e ancora con quell’armonica utilizzata per “C’era una volta il West”, o il flauto di pan che sottolinea le atmosfere e il tempo storico di “ C’era una volta in America”. Molti registi devono alle sottolineature musicali del nostro compositore una rinomanza e una vitalità ormai ultradecennale per le loro opere e , come spesso avviene, tale consapevolezza ha determinato una lunga lista di collaborazioni con personalità come Tornatore, Pontecorvo, Elio Petri, Bernardo Bertolucci, Giuliano Montaldo, Dario Argento e tanti tanti altri. Moltissimi anche i registi stranieri che hanno richiesto le sue prestazioni, da Brian De Palma (Gli Intoccabili), a Roland Joffé (Mission), da Pedro Almódovar(Légami) a William Friedkin (L’esorcista II), a Edouard Molinaro (Il Vizietto), per citarne qualcuno. Molti dei film da lui musicati hanno ottenuto l’Oscar. Al pubblico che lo ha salutato con standing ovation, Morricone ha regalato due bis.

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