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venerdì, 26 giugno, 2015

Tempo d’estate nei campi di cotone

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Per salutare il pubblico “invernale” l’ Accademia di Santa Cecilia organizza un viaggio tra le note del primo cantore classico della cultura musicale statunitense, George Gershwin, colui che mescolando in un calderone i tracciati sonori degli amatissimi compositori della vecchia Europa (Ravel, Debussy e Schönberg), le suggestioni del ricco folklore con la ritmica vivacissima e travolgente, che erano il linguaggio originario dei neri giunti come schiavi e ormai affrancati, quel mondo di suoni che già preludevano ai trionfi di celluloide di Hollywood, la Mecca della ancor giovane arte, che ingoiava insaziabilmente colonne sonore, e il musical targato Broadway, riusciva con un miracolo di sincretismo a creare un sinfonismo americano, pronto a colonizzare i più austeri luoghi deputati alla musica classica. Così nasce “Rhapsody in blue”, la sigla di Manhattan da quando Woody Allen l’adottò per il film cult che del celebre quartiere di New York portava il nome. E’ il trionfo del jazz, il suo sdoganamento, ed è anche, oggi lo si può affermare perentoriamente, la pagina più nota di tutta la letteratura americana fin dalla sua prima esecuzione all’ Aeolian Hall, il 1 febbraio del 1924, con Paul Whiteman sul podio e lo stesso Gershwin, pronto a sprizzar faville virtuosistiche dal pianoforte. Colpì subito quell’incipit affidato al clarinetto e il glissando che si inerpicano veloci e sempre più su come una saetta e che sembrano illuminare nel passare la folla dei meravigliosi grattacieli di Manhattan. New York aveva trovato il suo cantore, il trionfo era inevitabile. Il compositore confessò di avere pensato alla struttura dell’opera in poche ore seguendo il canto e la ritmica di un treno che lo portava a Boston: “Ero cullato dal battito delle ruote, da quel caratteristico rumore ritmato che stimola la fantasia dei compositori… quando d’un tratto sentii, vidi sulla carta lo schema completo della Rhapsody”.

C’è tutta un’aneddotica che si è sviluppata attorno all’opera, che registra alcuni primati, primo fra tutti quello di avere strappato il termine “jazz” agli ambiti di un repertorio musicale collegato ad ambienti piuttosto equivoci della New Orleans dell’epoca, tanto da potersi leggere nelle note che accompagnavano la serata: “l’incredibile progresso compiuto dalla musica leggera dai giorni del jazz disarmonico, il cui impetuoso emergere quasi dal nulla risale a circa dieci anni fa, fino alla musica d’oggi, così melodiosa che, senza alcuna ragione valida, si insiste con il chiamare jazz”. La genesi del lavoro deve molto a Paul Whiteman, un musicista che aveva messo su un’orchestra da ballo famosissima  nei ruggenti anni Venti. Fu Whiteman a lanciare una specie di concorso che avrebbe dovuto dar vita ad un concerto dedicato alla musica americana, al quale furono interessati celebri musicisti come Irving Berlin, il re delle colonne sonore, e Victor Herbert. Ma Gershwin proprio in quei giorni stava componendo Rhapsody, un concerto jazz. Dove meglio, dunque? Il titolo, quel colore “blue” che ha finito con il connotare nel corso dei decenni il vitalismo del cuore di New York, ma anche quella nota malinconica che l’accompagna, pare sia stato scelto da Ira Gershwin, fratello di George, suo collaboratore d’eccellenza, pronto a sostenerlo sempre.

La partitura, dove energia e vitalismo si tengono per mano, risplende in tutti i suoi valori nella edizione di grande successo promossa dall’Accademia di Santa Cecilia che ha chiamato ad esibirsi sul podio e come solista William Eddins, direttore musicale della Edmonton Symphony Orchestra, uno dei pochi che riesce a suscitare sul pianoforte gli stessi suoni travolgenti del compositore, quali si possono ascoltare in una rara incisione dell’epoca, e coinvolgere un’orchestra di altissima qualità adusa a suonare il repertorio sinfonico classico nelle movimentate atmosfere popolari jazz. Il programma voleva dar conto di tutta l’attività di Gershwin dalle bellissime melodie che aprono musical come “Fanny Face”, in prima esecuzione all’Accademia, come”Girl Crazy”,  come il medley “Gershwin in Hollywood”, uscito postumo nel 1953, a cura di Ira. – George era morto per un cancro al cervello nel1937 – che raccoglie alcune celebri melodie come “The Man I love”, “I got rithme”. Presente anche qualche pagina del celeberrimo musical “Un Americano a Parigi”, di cui tutti ricordano almeno il balletto di Gene Kelly sotto la pioggia nella versione cinematografica.

E venne il momento in cui George si sentì pronto ad affrontare il confronto con la lirica. La sua opera “Porgy and Bess”, ispirata al romanzo omonimo di Edwin Dubose Heyward, con le parole dei songs firmate da Ira, sconcertò pubblico e critica: era un tipo di spettacolo inedito per le scene liriche, che lo stesso autore aveva chiamato Folk-opera, a rimarcare che si trattava di un racconto popolare sulla vita dei neri del cotone, dunque i loro canti non potevano che rispecchiare il loro modo di vivere, ma spirituals e folksongs non riprendono quelli tradizionale, sono opere vere e proprie, inedite, semmai solo popolareggianti. Per il cartellone dell’Accademia è stata proposta una suite per orchestra divenuta poi suite d’opera con i numeri vocali più noti, a cominciare da “Summertime”. La vicenda è ambientata nella zona di Catfish Row a Charleston ( dove Gershwin aveva a lungo soggiornato per coglierne le atmosfere) in una comunità di neri che coltivano i campi di cotone. Qui giunge Bess con Crown, uomo prepotente e litigioso che in una rissa uccide Robbins e poi fugge. Bess va a vivere con Porgy, un mendicante storpio ma di gran cuore. La sera la comunità prepara una veglia funebre per Robbins alla quale partecipano tutti. Un mese, dopo lo spacciatore Sporting Life promette a Bess una vita lussuosa se lo segue a New York. Durante un picnic torna a farsi vivo Crown pretendendo di riaverla accanto. Lei cede alla passione poi confessa a Porgy l’accaduto. Crown ora è contro Porgy, i due lottano, egli ha la peggio. Ma nessuno della comunità lo accuserà, e quando poco dopo esce di galera  con la speranza di potere ricostruire la vita con l’amata Bess, a Porgy non resta che accettare che la ragazza è andata via imbottita di promesse e di cocaina verso le lusinghe di New York con Sporting Life. Porgy non si arrende, carica su un carrettino i suoi pochi avere e si mette sulle sue tracce.

Finale di stagione, all’insegna del ritmo, della melodia, delle influenze del jazz, affidato al pianista e direttore d’orchestra William Eddins che presenta un ricco programma di George Gershwin che va dalla celebre e intramontabile Rhapsody in Blue alla Suite dal Porgy and Bess, autentico capolavoro del compositore americano e prima grande “opera” composta da un musicista di quel continente. Se la Rhapsodye Porgy and Bess (con i suoi celebri songs Summertime, The man I love, I got rythme altri tunes divenuti dei veri classici) appartengono al patrimonio di ciascuno di noi non meno avvincenti nella forza espressiva e nella felicità dell’invenzione melodica sono le Ouverture per i musical Girl Crazy eFunny Face. L’allegria e l’ottimismo a stelle e strisce sembrano gli ingredienti ideali per festeggiare la conclusione della

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