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sabato, 20 giugno, 2015

Crack. E, dopo Atene, Roma…

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La Grecia è finita nel baratro per le responsabilità dei suoi governi, quelli socialista e di Nuova Democrazia, ed è stata spinta in un vicolo cieco dalla ottusità di organismi come il Fondo Monetario, l’Unione e la Banca centrale europea, che, anche nell’ultima riunione dell’Eurogruppo, hanno saputo soltanto chiedere austerità, austerità ed ancora austerità. Come se i cittadini potessero vivere di aria. L’austerità è l’unica politica economica che la Troika è stata in grado di chiedere al governo di Tsipras e del marxista Varoufakis, così marxista da insegnare in una università del Texas. Uno dei paradossi della deriva attuale che stiamo vivendo dove la finanza ha preso il posto non solo dell’economia ma ha di fatto colonizzato la politica. Il duo al potere ad Atene ha respinto la richiesta di tagliare le pensioni fatta dalla Troika che ha rilanciato senza troppa convinzione suggerendo semmai interventi sulle pensioni d’oro. In realtà l’incidenza della spesa pubblica per pensioni non è poi così alta. Un 16% del Prodotto interno lordo ma il suo importo mensile, 1,5 miliardi, è più meno uguale al prestito di 1,6 miliardi che Atene dovrebbe restituire al Fmi entro la fine del mese. In buona sostanza Tsiporas e Varoufakis, sotto la minaccia del “Muoia Sansone con tutti i Filistei”, della serie: “se la Grecia fa bancarotta, salta pure l’euro”, stanno cercando di ottenere prestiti con i quali pagare i debiti in scadenza. Una classica partita di giro. Non è un caso che a luglio e agosto scadano complessivamente debiti per 7 miliardi di euro e che il fallimento dei negoziati tra Atene e la Troika, che riprenderanno lunedì, ha bloccato un nuovo prestito per 7,2 miliardi. La verità che nessuno vuol dire è che la situazione greca è senza uscita. Del resto con un debito pubblico al 180% del Pil non è che i margini di manovra siano ampi. Anzi, di fatto non ci sono. La struttura dell’economia greca non è infatti tale da permettere una inversione di tendenza. Con quali voci, grazie a quali entrate, Atene potrebbe restituire i soldi presi in prestito? La Grecia vive di turismo e di agricoltura. La cantieristica, un tempo uno dei fiori all’occhiello, è stata di molto ridimensionata. Il traguardo finale, alternativo alla bancarotta dei conti pubblici, è la rinuncia dei creditori ad una buona parte dei crediti vantati. E poiché le banche sono riuscite a girare la propria esposizione verso Atene agli Stati nazionali, attraverso i fondi salva Stati (possiedono il 60% del totale contro il 12% del Fmi e l’8% della Bce), ecco che emerge la verità vera. Saremo noi cittadini a prenderci in carico i debiti dei greci e delle banche. Un copione che si ripete nell’Europa di oggi dove la Bce di Mario Draghi, ex vicepresidente europeo di Goldman Sachs, ha finanziato allegramente e gratis (i prestiti triennali all’1% sono soldi regalati e quelli all’attuale 0,1% sono una barzelletta) le banche europee con denaro nostro salvandole dall’abisso nel quale le avevano trascinate le proprie speculazioni. Le stesse banche, tedesche, francesi e italiane che avevano finanziato altrettanto allegramente le proprie speculazioni in Grecia, a partire dalle Olimpiadi, e che, dopo aver lucrato interessi altissimi sui titoli di Stato, si sono poi ritrovate con il classico cerino in mano. Il quale, purtroppo, ha finito per bruciare noi. Tsipras fa bene a protestare contro le pretese della Troika che invoca privatizzazioni e liberalizzazioni, quindi l’ulteriore colonizzazione da parte del capitale estero. Ma lo fa ad uso interno per stimolare l’orgoglio nazionale dei greci. Ma la verità vera è che in cassa non c’è un euro e l’uscita forzata dal sistema della moneta unica come il ritorno alla dracma si scontreranno con la necessità di fare accettare la nuova moneta al “Mercato” e con la necessità non da poco di riuscire a piazzare i nuovi titoli di Stato (espressi appunto in dracme o in una moneta virtuale provvisoria) attraverso le aste internazionali alle quali partecipano come protagoniste le solite banche europee ed anglo-americane, Goldman Sachs. Con un fallimento alle spalle chi accetterebbe i titoli pubblici di Atene? Con la Grecia messa alle strette, per un effetto domino, gli interessi e i rendimenti hanno preso a risalire, lo spread tra i nostri Btp e i Bund tedeschi è tornato a crescere, nonostante gli acquisti fatti dalla Bce. Dopo la Grecia verrà inevitabilmente il turno dell’Italia, se Atene piange, Roma non ride. Il loro debito è al 180% il nostro al 132% ed oltre sul Pil ed una economia ugualmente ferma.

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