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mercoledì, 10 giugno, 2015

Cent’anni fa, il Piave mormorò…

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Certo, a vederle quelle immagini sbiadite dal tempo, a sentir parlare di Prima Guerra Mondiale, ad ascoltare musiche stonate dalla distanza temporale che ci separa da quegli eventi, sembra di percorrere le nebbie dello spazio-tempo, a ritroso, in una dimensione che non ci appartiene, per gli anni luce che sembrano separarci da essa. Invece no. La Grande Guerra appartiene al nostro presente, eccome. Essa è stata la mallevadrice e la nutrice della nostra Modernità. Nel bene e nel male. Con tutto il suo infinito carico di lutti, tragedie e sentimenti violenti e contrastanti che le fecero da contorno. Gli opportunismi dei Salandra e dei Sonnino, gli attendismi dei Giolitti, i continui cincischiamenti del nano savoiardo Vittorio Emanuele III,  gli accordi sottobanco, al pari dei repentini cambi di alleanze, che dominarono per intero la scena politica nazionale ed europea, non arrivarono ad intaccare il carattere profondamente innovativo e rivoluzionario della Grande Guerra. Gli antichi e traballanti Imperi Austro Ungarico, Germanico, Ottomano e Russo, (retaggio di equilibri che risalivano alla configurazione geostrategica dell’Europa, così come era venuta a determinarsi agli albori della Modernità) furono “dismessi” e con loro tutto il bel mondo apolide, cosmopolita e decadente della “Belle Epoque”. A farsi largo, furono rivendicazioni identitarie che avrebbero dovuto ridare linfa e vigore ad un’ Europa insofferente sia verso l’ordine borghese venutosi a determinare nel 19° secolo, che verso lo stantio mondo delle monarchie ereditarie, che non riusciva a tenere il passo con lo sconvolgente irrompere della Modernità. Fu la guerra del Nuovo contro il Vecchio. Del Futuro contro il Passato. Della speranza contro la rassegnazione. Ma fu anche un primo e significativo irrompere delle masse sul proscenio della Modernità. L’essere improvvisamente catapultati da una dimensione di quotidiana ordinarietà, all’esperienza della guerra, connotata dal senso di precarietà dell’esistenza, nelle fangose trincee di mezza Europa, al pari dei terrificanti ed esaltanti orizzonti spalancati dal prepotente ingresso della Tecnologia anche nell’ambito bellico, plasmarono quelle masse proiettate in quel turbinare di eventi, verso una presa di coscienza, sino ad allora ignota. I precedenti non erano certo mancati. Il Risorgimento, l’insurrezionalismo repubblicano di Giuseppe Mazzini, la Comune di Parigi, l’episodio di Carlo Pisacane, l’anarcosindacalismo di Georges Sorel, il sindacalismo rivoluzionario di Filippo Corridoni, il Fascio Rivoluzionario di Azione Internazionalista di Michele Bianchi, l’Avanguardia Futurista di Filippo Tommaso Marinetti, ma anche i progetti insurrezionali di Bakunin, accanto ai primi tentativi di sollevazione portati avanti da Lenin e dalla Rosa Luxembourg e da altri ancora, a partire dal 1917, nell’immediato dopoguerra, andarono concretizzandosi in una serie di insurrezioni e rivolte su scala mondiale. Queste ultime, rappresentarono le risposte concrete a tutte quelle istanze incentrate sulle problematiche poste dall’impeto con cui la tecno-economia, a partire dal 19° secolo, aveva imposto la propria supremazia sulla scena della storia. Ad iniziare fu proprio la Russia nel ’17 con la rivoluzione bolscevica di Lenin, seguita dai tentativi di Bela Kun in Ungheria e dalla Repubblica dei Consigli di Monaco, di Karl Liebeknecht e Rosa Luxembourg, via via passando per Fiume, sino alla Rivoluzione Fascista. Pertanto, da rivolte caratterizzate dalla più svariata connotazione ideologica, si passò, in Russia, Italia e Germania, alla vera e propria instaurazione di regimi rivoluzionari, favorita proprio dalla situazione di grave tensione sociale e disagio economico, venutasi a determinare in seguito agli eventi del Primo Conflitto Mondiale. Come poi siano andati gli eventi, lo sappiamo tutti. Tutte le tensioni e le frustrazioni accumulatesi a seguito degli accordi di Sevres e di Losanna, innescarono nuovamente un mai sopito senso di rivalità tra le nazioni europee che, con il Secondo Conflitto Mondiale, avrebbero portato a termine la demolizione politica del Vecchio Continente, spalancando, in tal modo, la strada al dominio planetario degli USA. Nonostante tutto ciò, da un lato, la Prima Guerra Mondiale fu il banco di prova per iniziare la demolizione d’Europa, dall’altro essa rappresentò il tentativo di dare corpo a tutte quelle istanze che, rappresentate dalla sintesi tra un’ avanguardia, palesatasi nelle sue cento manifestazioni politiche, artistiche e scientifiche accanto un profondo e radicale iato di risguardo alle radici ed all’identità “volkisch” ed ai suoi archetipi, in totale discontinuità con i caposaldi Illuministi, si erano proiettate verso la dimensione del Futuro e del futuribile, rendendo quell’intenso scorcio epocale tra fine Ottocento ed inizi del Novecento, il brodo di coltura che avrebbe dovuto conferire una connotazione “altra” alla Modernità. La portata e le dimensioni del I Conflitto Mondiale, ne fanno un evento trasversale pre ideologico, perché ovunque e su tutti i fronti, connotato da forti aspirazioni identitarie, accompagnate da una sempre più estesa e condivisa presa di coscienza, sulla nefasta influenza del grande capitale sulla vita dei popoli, in relazione, in quel particolare momento, a quel tragico evento bellico. In un’epoca come la nostra, pertanto, caratterizzata dallo strapotere dell’economia e della finanza a livello globale, per poter fornire una valida alternativa a questo modello autodistruttivo ed alienante, è proprio necessario ripartire da quello spirito irredentista ed identitario che, della Terribile, Grande, Guerra ‘15-‘18, come anche degli eventi di Fiume, fu il motore propulsore. Al di là di Fascismi ed Antifascismi, o di Destre e Sinistre, oramai ridotte allo sbando ed allo stremo più totali. Per quanto strano  possa apparire, l’Europa di oggi ci presenta un conto non molto dissimile, se non peggiore, rispetto alla situazione di cento anni fa. Due guerre mondiali, Risorgimenti vari e guerre napoleoniche incluse, sembrano proprio non aver insegnato nulla, agli ottusi europei. E’ vero. Gli Imperi Centrali, la mitica Cacania del buon Cecco Beppe, non esistono più. Al loro posto un informe guazzabuglio di burocrati, al cui capo sta un quanto mai volubile duo franco-tedesco, nell’umiliante ruolo di tenutario degli interessi dell’impero americano, a sua volta, tangibile espressione dell’ Impero dell’Economia e della Finanza che, fondato sulla estrema volatilità dei capitali, ma anche sulla svalorizzazione delle risorse e del lavoro umano, oramai, sembra non conoscere più limiti e confini. E proprio la continua fluidità dei capitali e la sua continua spirale anatocistica (ovverosia la produzione di interesse sull’interesse, sic!), necessitano di uno spietato sfruttamento delle risorse umane e planetarie, a qualunque costo. Inquinare, avvelenare, ma anche sfruttare, svilire, annullare lavoro e diritti, privatizzando, svendendo o, ancor meglio, dando in appalto il lavoro, a turme di nuovi schiavi, leziosamente definiti “migranti”, ma in verità nel ruolo di vere e proprie truppe cammellate del Nuovo Ordine Mondiale, chiamate a diluire sino a cancellare qualunque forma di identità e comunitaria coscienza dei diritti, nel nome della creazione “ex nihilo”, di una ben più manovrabile brodaglia multi-etnica, in sostituzione di popoli e nazioni di antico lignaggio. E qui sta, però, la radicale differenza con l’Italia di cent’anni fa. Allora “coram populi”, l’Italia si lanciò nel conflitto, perché stanca ed indignata di esser trattata come un socio di minoranza in improbabili alleanze a tre. Allora, “coram populi”, l’Italia intera si inginocchiò al passaggio del convoglio che levava la salma del Milite Ignoto. Allora “coram populi”, di fronte ad una “vittoria mutilata”, l’Italia intera appoggiò l’impresa di Fiume, lanciando un chiaro segnale alle potenze capitaliste. Oggi invece, a dominare sembra esservi uno stato d’animo oscillante tra la più cupa rassegnazione ed il più marcio e deleterio “buonismo”, assurto a vera e propria “sifilide” di un’anima europea, oramai perduta in cincischiamenti e vaneggiamenti, eretti a veri e propri alibi morali per coprire la propria mancanza di spina dorsale. Ma anche i contesti nazionali da cui i vari “migrantes” provengono, non stanno molto meglio di noi. Alle immagini-icona di Ho Ci Mihn, di Che Guevara, dei Feddayn Palestinesi, alle infuocate dichiarazioni dei Paesi Non Allineati, ma anche agli stentorei volti dei dissidenti d’Oltrecortina, questi signori hanno preferito una forma di squallido accattonaggio. Una via di mezzo tra il maldestro tentativo di conformarsi agli standard occidentali ed un bilioso risentimento, celato sotto vari integralismi da strapazzo, troppo spesso sponsorizzati ed alimentati da quegli stessi occidentali, che tanto si vorrebbe combattere e distruggere. Per un cellulare o un abitino simil firmato, questi bei signori hanno svenduto identità, dignità e quant’altro di più si possa immaginare. Cent’anni fa l’Italietta dei maneggi giolittiani, l’Italietta della povertà endemica e dell’emigrazione, sconfitta ed umiliata dagli Imperi Centrali a Caporetto, ritrovò in un balzo dignità e coesione. Sul Piave furono mandati a combattere, a migliaia, ed in migliaia morirono, in un sol colpo. Il Piave si fece rosso di sangue, quanto le alture del Carso e le vette alpine, su cui l’Italia forgiò identità, coerenza e diritto di stare nel consesso delle nazioni. Cent’anni dopo, invece, certi signori del terzo mondo, finito il tempo delle chiacchiere e dei proclami bellicosi, preferiscono affidare la risoluzione delle proprie annose questioni alla fuga in barca o in gommone, grazie al benestare delle classi politiche nostrane che, intente allo sport dello scaricabarile e del magna-magna, sembrano aver trovato nella questione delle nozze gay, l’unico vero, trainante, motivo, in grado di illuminare le proprie grame esistenze…

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