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sabato, 9 maggio, 2015

“La scuola delle mogli” al Quirino di Roma

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La scuala delle Moglie al Teatro Quirino

Lui, Enrico Guarneri, che indossa il ricco costume di Arnolfo, sotto il quale si cela il signor Del Ciocco, qui al Teatro Quirino ne “La Scuola della Mogli” è un mattatore divertente di suo: gambette a falce di luna, accentuate dalle regolamentari calze bianche, complemento essenziale del bel costume setoso settecentesco, occhietto vispo e saettante, e retro gusto catanese nella parlata, pronto a schizzare in rimbrotti e gag, in modi da commedia dell’arte, insaporita tragicomicamente nella farsa di più lontana memoria,  con tutte le catene di dna teatrale al punto giusto, Angelo Musco e i primi del ‘900 e l’esperienza del teatro dialettale, teatro per tutti: universale, per divertire in un suo modo globalizzante. Ma c’è anche la cura estrema del gesto e dei tempi comici, scanditi ad orologeria, dovuti all’estro di Guglielmo Ferro, regista coinvolgente.

Certo, a prima vista è estraniante pensare a questo spettacolo come ad un classico Molière e tuttavia non mancano le caratteristiche principali dei lavori dell’illustre commediografo secentesco, ovvero il ritmo, il movimento, la mimica. Forma e contenuto nei testi del grande commediografo sono fusi insieme con ricchezza, sicurezza e valore umano. Ogni battuta, ogni monologo, infatti, erano scritti pensando a chi li avrebbe recitati e al pubblico che li avrebbe conosciuti, con in prima fila lo stesso Louis XIV, che spesso si dilettava di partecipare in veste di attore, come in Tartufo, dove scioglieva l’intreccio e come nelle commedie-balletto, musicate da Lulli, cui partecipava l’intera corte. Ne “La Scuola delle Mogli”, che si può a ragione considerare una commedia-tipo, si esprime al massimo l’unità di stile di Molière, in essa abbonda l’elemento patetico che scaturisce dal contrasto tra la situazione comica dei personaggi e delle loro vicende e il loro carattere umano. Il meccanismo comico perciò non deve essere forzato da una interpretazione esasperata. Lui, che era stato allievo di Tiberio Fiorilli, il celebre Scaramouche, detto “il principe degli attori e l’attore dei principi”, sapeva dosare perfettamente i vari elementi che costituiscono uno spettacolo, ricorrendo sapientemente anche all’uso della musica. In questo divertente spettacolo, che si gusta al Teatro Quirino di Roma, impera la farsa, e diverte tantissimo. Subito viene alla ribalta una riflessione sulla modernità atemporale del testo che riconferma la sapienza, la conoscenza dell’animo umano dell’autore. E la quantità di spunti e temi che si sottendono ad una materia leggera, quanto deve esserlo quella trattata in una commedia, ma senza la castigata e oleografica distinzione che contrapponeva allora il “comico nobile” dal genere “comico triviale”, tipico della farsa, anzi creando quella miscela vincente che unisce i due aspetti del far ridere, di testa o di pancia, con una squisita analisi psicologica, realismo e la durezza di certe parole che piazzavano le donne su una scala di valori piuttosto bassi, animaletti deboli bisognosi di protezioni e privazioni, da tenere decisamente lontane da qualsivoglia accesso a cultura, conoscenza o semplicemente all’alfabetizzazione, aperture pericolose verso una liberazione dal ruolo femminile che, snaturandole, ne avrebbe evidentemente cambiato l’indole allontanandole dalle sane occupazioni muliebri. Il tema principale de “La Scuola delle Mogli” è tutto imperniato sulle corna, il tradimento. La paura delle corna castra l’uomo, lo fa diventare crudele e lo rende ridicolo. In un’epoca in cui le donne giuravano sul “sacrosanto” onore, collegandolo strettamente a pulsioni genitali, era spiazzante un lavoro di  questo genere. Ma era la propria vita che Molière, nome d’arte di Jean-Baptiste Poquelin,  raccontava. Infatti pur avendo già superato la boa dei quarant’anni, età di incombente vecchiezza in quello scorcio del XVII secolo (Molière nacque nel 1622 e morì nel 1673), Jean Baptiste si era innamorato di un’attricetta della sua compagnia, Armande, di appena venti anni e l’aveva sposata entrando in una girandola di scontento, di baruffe incontrollabili che gli avvelenavano l’esistenza, di paure da un lato di essere tradito e incorrere nei sottintesi e nelle strizzatine d’occhio complici, dall’altro di perdere quella ragazza spregiudicata e sempre più consapevole dei privilegi della giovinezza. Situazioni e personaggi di sempre, gente che ti ritrovi anche nelle cronache di oggi, lui, vecchio satiro anziano che cerca di possedere la giovinezza a qualunque costo, forse per esorcizzare la morte, lei, la sedicenne sedotta dal benessere a portata di mano. Ebbene, “la scuola delle mogli” è come un tentativo di mostrare il modo di gestire una fanciulla, presa ad appena 7 anni d’età da un orfanotrofio( così nella edizione del Quirino, altrove l‘età si riduce a soli quattro anni), perché cresca entro i limiti ferrei d’una educazione maschilista, affidata alle cure occhiute di brave suorine. E allora, chi glielo doveva dire al povero Arnolfo, re dell’inciucio e profondo ricercatore dei fregi sulle altrui fronti, che malgrado le infinite precauzioni doveva fare una fine così ingenerosa ? Perché non ti fermano i ponti levatoi, né i due famigli/guardiani Alano e Giorgina, né i divieti di guardare il mondo esterno sia pure dallo spiraglio di una tenda, basta che si trovi a passare un bel giovanottino spiantato, uno studentello di medicina dalla schiena elastica perché da un inchino ad una riverenza si passi ad un incontro con profferte d’amore. La virtuosa e ingenua Agnese, così sprovveduta da credere che basti un incontro di orecchie perché nascano i bambini, allora, si trasforma nella solita femmina astuta come una volpe e capace di sciogliere qualunque ostacolo come neve al sole d’agosto in questa Sicilia rovente di passioni. Le stesse che ci racconta Guglielmo Ferro, che sfrutta le scene e i costumi di Riccardo Cappello, dove la fa da padrone una sorta di ponte levatoio che permette l’accesso alla casa di Arnolfo/del Ciocco ( ma c’è una robusta edera sul retro che funziona egregiamente per gambe leste e fisici giovani). In scena vivono con carature e modulazioni comiche l’esordiente Nadia De Luca, nelle vesti di Agnese, la finta naif e tutto un corredo di ottimi attori dai tempi comici appropriati a diventare ottime spalle per il mattatore Guarneri, come Vincenzo Volo, il fido Alano e Amalia Contarini, Giorgina. Presenti armoniosamente l’elegante Rosario Marco Amato,  innamorato della bella Agnese, Mario Sapienza,   Pietro Barbaro, Ciccio Abela e Gianni Fontanarosa.

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