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giovedì, 7 maggio, 2015

Autarchia fascista: la miniera di bauxite a San Giovanni Rotondo

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Manifesto dell’epoca

San Giovanni Rotondo, nel Novecento, era nota per Padre Pio che attirava moltitudini di genti e per  il giacimento di bauxite più grande d’Europa.

Nei primi decenni del secolo l’economia locale da agro-pastorale diventa agro-industriale grazie alla miniera, data in concessione nel 1937 alla società milanese Montecatini, assecondando il processo di autarchia economica di Mussolini teso a produrre alluminio totalmente italiano.

L’area di 786 ettari, in località Quadrone lungo la SP 45bis, fu ampliata fino a 1640. La “terra rossa” diede lavoro a pastori, braccianti, artigiani che alla miniera legarono il proprio desiderio di riscatto, in un territorio economicamente depresso.

In assenza dello stabilimento di lavorazione in loco, il materiale veniva trasportato al porto di Manfredonia e imbarcato su piroscafi per Porto Marghera, mantenendo in Italia tutto il ciclo produttivo. Lo sfruttamento del giacimento fu incentivato anche per sopperire alla carenza di rame, e l’alluminio, utilizzato nell’industria bellica e civile, diventò l’emblema dell’autosufficienza economica. Nel 1940 l’Italia occupava il quinto posto tra i produttori mondiali di bauxite, raggiungendo il picco di 170.000 t annue, con l’impiego di 700 persone in miniera e 300 al porto.

Il banco di terra rossa era sovrastato da calcare, quindi si dovette scavare un sistema di pozzi e gallerie che si estesero per 6 km su 22 livelli. Aspre lotte sindacali rivendicarono diritti misconosciuti e Giuseppe Di Vittorio segnalò le responsabilità della società che disattendeva norme antinfortunistiche e igienico-sanitarie causando 27 vittime per crolli e l’allagamento nel nubifragio del luglio 1951. Non sono censiti i decessi per malattie professionali.

I costi dei trasporti, la scarsa qualità della bauxite e l’avvento delle nuove leghe nei processi industriali resero il prodotto non competitivo sul mercato internazionale facendo regredire l’attività estrattiva. Dopo la guerra la Montecatini inizia ad importare bauxite a basso costo da Francia e Jugoslavia e riduce il personale, fino a 154 unità nel ’69, finché, come attesta la data 5/10/1973 incisa sul bordo di cemento dell’ascensore, la miniera viene chiusa e il personale trasferito in altri siti del nord.

Per volontà del duce sorse il villaggio operaio Santa Barbara coi servizi per la comunità, esempio di fabbrica totale: scuola, chiesa, uffici, magazzini, colonie, dormitorio, refettorio, spaccio viveri, sala convegni, di cui oggi restano ruderi sparsi sopravvissuti ai vandalismi, in un boschetto di eucalipti.

Il sito è individuabile dalla postazione dell’ascensore e dalle due torri, corrispondenti alle discenderie, accanto alle quali restano tracce delle docce maiolicate dove i “diavoli rossi” si lavavano appena usciti dalle viscere della terra.

Con l’intento di recuperare la storia sociale ed economica del territorio, di tutelare il patrimonio archeologico industriale che ha segnato la vita di tante famiglie e di trasmettere la memoria alle future generazioni, è nata l’Associazione Centro Studi Miniera di bauxite di S. Giovanni Rotondo che effettua ricerche, convegni, mostre e ha curato il documentario “Polvere Rossa” di Maurizio Tardio con commoventi testimonianze di ex minatori che raccontano le condizioni di lavoro e gli atti di eroismo per salvare i colleghi intrappolati nei crolli. Il progetto prevede un Museo di cimeli, documenti e foto che attesti la fatica, i rischi, la sofferenza, il coraggio, la lotta quotidiana per la sopravvivenza di quella comunità che ha potuto guardare al futuro con la garanzia di una busta paga.

 

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