Spread the love

Spread the love

" />
domenica, 12 aprile, 2015

Bambini e deliri

Spread the love
doppio-sogno_2

Teatro Quirino di Roma: Doppio Sogno da Schnitzler e Kubrik riscritto da Giancarlo Marinelli

Dove finisce il racconto di Schnitzler, dove l’elaborazione erotico simbolica densa di simbologie segrete e misteriose del film “Eyes Wide Shut” di Stanley Kubrick e dove si innesta l’opera di riscrittura  di Giancarlo Marinelli in questo “Doppio Sogno” presente al Teatro Quirino? Dalla libertà che si prende Marinelli, anche regista, sembra quasi di intuire una volontà destrutturante, quasi che, animato da progetto non messo a punto lucidamente, l’autore si fosse sottomesso ad una ridda di personaggi e situazioni che urgevano di trovare collocazione e li avesse piazzati tutti nel suo testo. Come ad esempio, questa madre simbolica, onnipresente, competitiva, una madre Giocasta (straordinaria nella interpretazione di Ivana Monti) che demolisce la bellezza della nuora-rivale evidenziandone difetti inesistenti e insinuando la propria invasiva presenza persino in camera da letto del figlio, mentre si intrattiene con la moglie semi svestito. O quella bambina, la figlioletta malata,  a partire dalla quale si snoda un filo rosso che porta ad una specie di centro pedofili dove in orge ributtanti si consumano delitti su piccoli che vanno scomparendo da Vienna senza lasciar tracce. E dove anche lei, la bimba finisce. O forse no, perché quando sta per calare il sipario lo spettatore viene informato che il dottor Fridolin, per alleviargli il dolore per la morte della bimba, è stato ipnotizzato con tecniche freudiane e gli è stato fatto ripercorrere un periodo della sua vita, sistemandogli persone conosciute e  ricordi in teche ben allineate in modo da riportarlo ad una realtà banale ed accettabile.
Il romanzo breve di Schnitzler, amico intimo di Freud,  presenta una coppia giovane, che cerca con un linguaggio alludente di movimentare la vita matrimoniale prospettandosi giochi proibiti, e applicando la formula  del desiderio insoddisfatto a favore di un più acceso e distillato erotismo. Così lei, Albertine, confessa che durante una vacanza al mare aveva osservato un ufficiale che mangiava assieme ad alcuni colleghi seduto ad un tavolo vicino al loro e aveva sentito un  palpitante bisogno delle sue braccia, delle sue carezze, tanto da essere certa che se appena le avesse rivolto la parola si sarebbe concessa a lui senza ritegno. Un tradimento virtuale che ha la gravità di un oltraggio consumato, tanto incide in lei, dandole la misura della propria vulnerabilità. Anche il giovane medico non  scampa al rischio  di avventure  che lo trascinerebbero in  altre alcove. Anche se, proprio per le ripetute occasioni che gli prospetta la professione, ha messo a punto meccanismi di controllo maggiore. Ma non si priva del fascino che esercita in lui un ex compagno di università divenuto pianista in un bar tabarin, che gli racconta di  strane esperienze, in una Vienna notturna ed enigmatica, in ville segrete dove si può penetrare solo se si conosce la parola d’ordine e dove si riuniscono gentiluomini in maschera con donne bellissime seminude per consumare orge pericolose, che possono anche concludersi con la morte  delle ragazze. Stanley Kubrick nel suo ultimo capolavoro rimasto incompiuto, allarga gli spazi onirici ad una ritualità diabolica, e, forte di quanto gli concede il linguaggio espressivo del cinema e della presenza di due attori come Tom Cruise e Nicole Kidman, crea un capolavoro totale che dà luce alle alterazioni oniriche, alle raffinate e sensuali situazioni che coinvolgono Fridolin e la giovane moglie.
Nella trasposizione del vicentino regista-autore Marinelli viene snaturata l’opera di Schnitzler, viene soffocata quella di Kubrick con l’immissione di tutta una linea narrativa che forse serve a giustificare il finale e le alienazioni di Fridolin ma che demotiva il titolo, facendone qualcosa di altro e di diverso.   Solo  se l’esperimento di Marinelli va vissuto come uno spettacolo a sé, non filiato da nessun’altro, qualcosa che non prenda  le mosse da un testo in cerca poi di altre  vie, si può accettare, anzi apprezzare. Specie il personaggio della bimba, subito chiamato in causa mostrando ad apertura di sipario un pupazzo che dovrebbe essere Winnie The Pooh, ma che sembra più un  maialino, che è malata, tanto malata e muore, lasciando nel padre tutto un brillio di sensi di colpa. La bimba non si inserisce assolutamente nei giochi erotici sognati o vissuti oniricamente dalla coppia. Né si comprende  perché ad un certo punto un attore-moderatore, con una gabbanella bianca chieda la chiusura del sipario e rimproveri il pubblico, interrompendo per ben due volte lo spettacolo, per colpa di un cellulare che suona o di un colpo di tosse. Un ingenuo esperimento di meta-teatro che resta fine a se stesso. Ma anche un modo fastidioso di contravvenire alla regola ormai universalmente accolta di scarnificare, di ripulire di incrostazione un testo per non disturbare con  inutili barocchismi la fruizione di uno spettacolo. Interpolazioni e sovrapposizioni tolgono aria sino  all’asfissia. La spettacolo è già strapieno delle scene mobilissime che cercano di riprodurre, naturalmente con i limiti di un palcoscenico, l’eleganza fin de siècle del film, curate da Andrea Bianchi, che tuttavia  disegnano spazi geometrici in continuo movimento, in linea con le atmosfere thriller che caratterizzano la seconda parte della pièce. Su queste scene sovrasta tutto il cast Ivana Monti nel ruolo disegnato per lei di madre-suocera-donna delle pulizie. Ruben Rigillo è il dott. Daniel Fridolin, sconfitto dall’inevitabile confronto con Tom Cruise, mentre la moglie è l’algida Caterina Murino, che è certo una bella ragazza ma non è capace di comunicare la sia pur minima emozione.  Decisamente su altro livello si pone  il bravissimo e coinvolgente Rosario Coppolino, nel doppio ruolo di Naktigal, il fidato amico del medico, ma anche, il pianista bendato delle feste proibite e persino, in m odo più circoscritto, del disturbatore. Adeguata il resto della compagnia. Le musiche, che ripercorrono la colonna sonora di Jocelyn Hook per “Eyes Wide Shut”, che ottenne un Golden Globe  sono di Roberto Fia, autore di una delle canzoni di gran successo di Gianni Morandi “Uno su mille ce la fa”.

Commenti

commento(i). Per commentare, puoi utilizzare sia il tuo account di Facebook o di qualsiasi altro social network oppure puoi sempre "dirci la tua" senza dover utilizzare un tuo account ma semplicemente registrandoti su Rinascita, come indicato in fondo alla pagina.

Lascia un commento

Devi COLLEGARTI per lasciare un commento.