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martedì, 5 maggio, 2015

Danzare le pampas

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Néstor Pastorive e la sua Compañia per la prima volta nella Capitale con lo spettacolo dal titolo “Fiesta Argentina”

Néstor Pastorive e la sua Compañia per la prima volta nella Capitale con lo spettacolo dal titolo “Fiesta Argentina”

Questo ritmo che si lega al piede del pubblico dell’Olimpico e lo fa vibrare percussivamente. Questo ritmo che sa di cavalli bradi inseguiti per le praterie argentine, quelle pampas regno incontrastato dei gauchos. Questo “zapateo” che si rifrange come un’eco fino ad associare in una musica antica tutta la compañia de “El Polaco”. E poi le memorie sincretiche fra i balli e i canti europei, specie spagnoli, ma non solo, e la tradizione campesina locale e quelle arrivate come bagaglio dei neri schiavi dall’Africa: tutto questo ed altro ancora sono oggi a Roma per l’apertura del V° Festival Internazionale di Danza, nato dalla volontà congiunta dell’Accademia Filarmonica Romana e del Teatro Olimpico. Sul palcoscenico Néstor Pastorive. “El Polaco” appunto e la sua Compañia con lo spettacolo dal titolo “Fiesta Argentina” per la prima volta nella Capitale, inondano di suoni ritmati con l’ausilio di quattro validi musicisti che suonano anche strumenti della tradizione: Hernán Pagola, flauti argentini, flauto traverso. erke e basso, Federico Siciliano, charango, bandoneón, tastiere, Goyo Alejandro Alvarez alla chitarra, Cristian Vattimo, percussioni. Ballerini carismatici tutti, quelli scelti da Néstor Pastorive, l’innovatore del genere latino-americano. Innovatore, sì, ma nel solco di una tradizione colta; la danza classica bolera e la danza contemporanea hanno saputo filtrare in lui un linguaggio nuovo, nel quale la cultura coreutica della Spagna, il bolero, la jota, il fandango si sono ora inebriati degli spazi immensi della terra rossa d’America, creando sincretismi anche con l’elemento afro, rivisitato dagli esordi quando era il passo spontaneo degli schiavi venuti a popolare le terre argentine.
Pastorive e la sua Compañia ballano danze come la zamba (che in alcuni movimenti somiglia ad una sensuale variante della pizzica), danza sudamericana per eccellenza, che con il nome di zamacueca è la danza nazionale cilena. Balla la chacarera, musica ingenuamente seduttiva con i ballerini a coppia, balla il malambo, danza equestre con un suo repertorio  attinto ad una tradizione lunga secoli. Nato nelle assolate pampeanas intorno al XVII° secolo, accompagnata da un bombo, il malambo è danza per soli uomini, e si articola in “mudanzas” e “zapateos”, il rapido movimento percussivo dei tacchi degli stivali dei gauchos, che è musica ritmica e risponde esclusivamente alle regole dell’energia impressa ai fianchi e ai piedi, con solo il limite estremo del “repique”, una sosta breve per un cambiamento di ritmo. Malambo è tra le voci più genuine dei balli popolari argentini, infatti pur essendo nato nella pampa si è estero rapidamente per tutto il paese.
 Ed ecco la milonga, che in africano vuol dire parola, detta anche “l’habanera dei poveri”, perché veniva ballata nelle sale per la gente del popolo, le balere locali che ben presto presero a chiamarsi esse stesse “milongas”, come la musica e il ballo che ospitavano, con le sedie a muro a recintare i quattro lati della sala e gli uomini che fanno scivolare in tasca il berretto e scelgono la compagna. La milonga è cresciuta di forza penetrativa a partire dalla sua anima antica, anima nera, afro, che si è spinta con le sue calde folate in terra andalusa, lievitandone il folklore, musica e danza e poi spingendolo lungo segrete rotte nell’America Latina.
Sul palcoscenico dell’Olimpico impazza il candombe, la voce dei tamburi,  voce di schiavi neri, suono medicinale, elemento liberatorio con le sue ricche trame in sintonia con il “zapateo”, quel gioco di gambe e di tacchi che incanta e trascina anche il pubblico più compassato.
E poi i geometrismi del Tango, oggi adorato e praticato in tutto il mondo e sdoganato dalla sua aura di perdizione dalla bellezza di Rodolfo Valentino nel film “I quattro cavalieri dell’Apocalisse. Tango è linguaggio di passione di Buenos Aires, di eleganza sensuale. Tango è la rabbia e la solitudine dell’emigrante, si può ballare a coppia, ma anche fra due , tre uomini o anche a due coppie miste. Davvero caloroso il successo riscosso fra il pubblico, che ha ottenuto alcuni bis.
 Il Festival continuerà con una prima assoluta “HQ Program”, poi con “Il vestito di Marlene” con Marlene Kuntz, con l’Aterballeto e due coreografie , la prima ispirata al “Don Chisciotte” e la seconda dal titolo “Rossini Cards”. Per finire i divertenti Mummenscanz “Les musiciens du silence”.

 

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