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sabato, 4 aprile, 2015

Il “Jobs act” ha la coperta corta

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Senza sovranità nazionale ogni “riforma” risulta vana

Sarà stata l’impellenza di dover correggere al ribasso i dati sulla disoccupazione che stavano raggiungendo livelli da allarme sociale, sarà stata una manovra di mera propaganda pre-elettorale, fatto sta che con le riforme approvate dal “Jobs Act” potrebbero effettivamente lievitare, dal punto di vista quantitativo, il numero di assunzioni con contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato.
Il condizionale è quanto mai d’obbligo, alla luce dei recentissimi dati statistici che comunque sgonfiano il pallone propagandistico di tale provvedimento legislativo.
Sostanzialmente, alle aziende che assumono personale a tempo indeterminato viene concesso l’esonero triennale dalla voce di spesa che più influisce nel cosiddetto “costo del lavoro”: la contribuzione previdenziale a carico del datore di lavoro, che in alcuni casi ammonta addirittura a circa il 30% della retribuzione corrisposta al dipendente.
Il reale aumento occupazionale sarà tuttavia da valutare effettivamente solo nel lungo periodo, bisognerà attendere di sapere quanti di questi nuovi assunti resteranno in forza alla fine del vantaggioso sgravio per l’azienda.
E’ d’obbligo inoltre valutare la legittimità costituzionale e dal punto di vista giuslavoristico del provvedimento che – ricordiamo – oltre agli sgravi contributivi prevede un sistema di “tutele crescenti” per il lavoratore, che si vedrebbe inizialmente privato di molti dei diritti e delle tutele che sarebbero invece garantite a un normale dipendente, configurando così un trattamento diversificato applicato alla medesima fattispecie. I dubbi di legittimità costituzionale sono stati sollevati addirittura, nelle scorse settimane, da ambienti politicamente vicini all’area governativa quale Associazione dei Giuristi Democratici.
Sta di fatto che tale sgravio contributivo determinerà un ammanco di entrate nelle casse dell’Inps (anche perché in tale nuova forma contrattuale saranno inserite molte delle “false partite Iva”, notoriamente ad elevatissima contribuzione previdenziale), sulla cui situazione di gravissimo passivo si levano allarmi già da anni, soprattutto dopo l’assorbimento, da parte dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, dell’Inpdap e del suo passivo.
Come farà dunque l’Inps a garantire nel futuro le prestazioni previdenziali ed assicurative nel momento in cui – raschiato anche il fondo del barile e svenduto il proprio patrimonio immobiliare (solo nel 2013 per quasi nove miliardi di euro, pari al 2% dell’intera gestione finanziaria) – le sue casse sono vuote?
Semplice: attingendo fondi dallo Stato, e gravando quindi sulla fiscalità. Insomma, il cane che si morde la coda. Già nel 2012 (fonte Bilancio Sociale Inps) tali trasferimenti sono stati pari a 94 miliardi di euro e nel 2013 di 100 miliardi; naturalmente, ogni previsione razionale considera il dato in sicuro incremento nei bilanci dei prossimi anni.
A cosa serve dunque sgravare la previdenza aggravando la fiscalità? A cosa serve mettere una toppa sui costi del lavoro senza dare possibilità alle aziende di lavorare, strozzate come sono da un sistema tributario allucinante? Come sempre, “la coperta è corta”. Perché manca un piano di rinascita nazionale, di piena occupazione, una politica monetaria sovrana e popolare.
Sono le conseguenze della “sovranità limitata”. Fino a quando non si spezzeranno le catene di Washington e di Bruxelles, fino a quando i “camerieri dei banchieri” potranno fare il bello e il cattivo tempo, non ci saranno “Jobs Act” e “riforme” che tengano: bisogna che la voce torni al popolo.

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