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sabato, 4 aprile, 2015

Landini, l’ultima speranza per la vecchia sinistra

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Le opinioni eretiche

In un tempo lontano lontano, quando le fiabe iniziavano con “c’era una volta” e finivano con “vissero tutti felici e contenti”, tra le nebbie della storia e i fumi delle leggende, nel Paese più bello del mondo, l’Italia, c’era la Sinistra. La Sinistra con la S maiuscola, quella dura e pura, identificata prevalentemente con un partito, il comunista, che con il suo nome evocava utopie ottocentesche e lotte politiche sanguinose, talora sanguinarie; ma che anche – una volta finiti i tempi bui della guerra civile – rappresentava un presidio di stabilità sociale i cui benefìci si riversavano sull’intera collettività nazionale.
Certo, quella Sinistra portava avanti una serie di battaglie ideologiche radicali, permissive, iper-buoniste, libertarie al limite dell’anarchismo (dalla chiusura dei manicomi alla depenalizzazione dell’uso di droghe, a numerose altre) che tanto danno hanno fatto alla società italiana. Erano, peraltro, battaglie che, in un qualunque Paese comunista, avrebbero portato i promotori dritti dritti nelle patrie galere.
A fronte delle sue fisime anarcoidi, comunque, sul piano economico-sociale la Sinistra faceva onestamente il suo lavoro: difendeva il “proletariato” (cioè il ceto di chi non possiede nulla) e successivamente, essendo oramai spariti quasi del tutto i proletari, si impegnava in favore dei “lavoratori”; espressione – questa – intesa in senso sempre più ampio, fino, addirittura, ad includervi la borghesia, il ceto che una volta era considerato il “nemico di classe”. Non che fossero tutte rose e fiori: ogni tanto il PCI si dimenticava che la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo e tornava a proporre misure punitive contro il ceto medio; per esempio, la patrimoniale.  Ma, tutto sommato, il PCI – specie sotto la gestione illuminata di Enrico Berlinguer – aveva il senso della misura. Inoltre – lo dico da convinto statalista di destra – lo statalismo di sinistra era una solida garanzia contro le manovre di certi ambienti che, già dagli anni ’70-’80, avrebbero voluto vendere ai privati (meglio se stranieri) una delle grandi riserve del popolo italiano: la nostra – allora – ricca e fiorente “industria di Stato”. E non soltanto la nostra industria avrebbero voluto alienare lor signori, ma anche il nostro sistema bancario (e quindi la nostra moneta) che, a suo tempo, il deprecato regime fascista aveva di fatto nazionalizzato, espropriando i soggetti privati dall’azionariato della Banca d’Italia.
Ma – ecco la sorpresa – quando all’inizio degli anni ’80 iniziava a prendere forma in Italia il fronte pro-privatizzazioni, questo fronte nasceva proprio a sinistra. Non nel PCI, naturalmente, e neanche in quella parte della sinistra DC di più antica tradizione (i morotei), ma in un’area di nuova formazione, molto progressista, molto modernista, molto globalista e, naturalmente, molto americanista. I suoi più prestigiosi esponenti – guarda caso – erano economisti di scuola anglosassone, come il capintesta Beniamino Andreatta, il Ministro del Tesoro che nel 1981 aveva posto le basi per la privatizzazione della Banca d’Italia. O come il suo pupillo Romano Prodi, che alla privatizzazione della nostra industria pubblica darà un contributo fondamentale come Presidente dell’IRI.

Tutta gente che in un Paese normale avrebbe trovato un ruolo dignitoso in un partito liberal-reazionario, ma che in Italia – invece – si acquattava a sinistra. Anzi – con studiata progressione – riusciva a convincere la Sinistra che, per stare al passo coi tempi, doveva gettare alle ortiche tutto il suo bagaglio politico e culturale (lo statalismo, la socialità, i sindacati) ed abbracciare il “sogno americano” con tutte le sue non illuminate storture: la subordinazione della politica agli interessi dei “mercati”, prima di tutto; e poi le privatizzazioni, la fine dello Stato sociale, la riforma delle pensioni, la disoccupazione istituzionalizzata, l’impoverimento generale della popolazione. Per arrivare – ultimo atto di questa sconcia abiura delle proprie radici – al Job Act del piccolo imbonitore fiorentino ed alla legalizzazione dei licenziamenti ingiustificati.
Non a caso, quando nel giugno 1992 i banchieri inglesi convocarono a bordo del “Britannia” (lo yacht della Regina Elisabetta) i manager dell’industria pubblica italiana per discutere delle imminenti privatizzazioni, l’unico esponente politico presente tra i tanti “tecnici” era il senatore Beniamino Andreatta, capofila di quella corrente iperliberista che si avviava ad egemonizzare culturalmente la Sinistra orfana del PCI (sciolto l’anno precedente).
Pochi anni appresso – va detto – un processo analogo interessava la Destra sociale e statalista: il Movimento Sociale Italiano, sciolto nel gennaio 1995. Il suo posto veniva preso da una Destra liberale e antistatalista, favorevole alle privatizzazioni, alla riforma delle pensioni e a tutto il guazzabuglio che ci ha portato dove ci ha portato.
Il risultato di questa “modernizzazione” del panorama politico italiano è stato la formazione di due grandi aree “moderate”, in larga parte fungibili, la cui politica interna è subordinata al volere dei mercati, e la cui politica estera è totalmente dipendente dal volere degli Stati Uniti e dei suoi alleati mediorientali.
Negli ultimi anni – tuttavia – il nostro scenario politico ha visto la nascita di nuovi soggetti che, con ogni probabilità, andranno ad assumere una importanza sempre crescente. Il primo di questi soggetti è stato quello trasversale ideato da Beppe Grillo, il Movimento 5 Stelle, che si definisce “né di destra né di sinistra”. È venuto dopo il movimento di Salvini, che tende a rifondare la Destra di radice missina, innestandola su quel che è rimasto della Lega.
Adesso, infine, Maurizio Landini lancia, a Sinistra, un soggetto che, se non è un partito, è qualcosa che gli assomiglia molto da vicino. È quella Coalizione Sociale che, se darà luogo ad un partito vero e proprio, potrà svolgere in Italia un ruolo simile a quello di Syriza in Grecia e di Podemos in Spagna. Il futuro ci dirà se la Sinistra italiana avrà ancora un suo peso specifico, o se dovrà continuare a galleggiare nel mare “moderato” e globalizzato, tra i fogli d’ordini della Banca Centrale Europea e quelli della NATO.

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