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domenica, 25 giugno, 2017

Uranio impoverito, il dono atlantico

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“Rinascita” è stata certamente un’antesignana nel denunciare la vergognosa e assassina pratica atlantica di utilizzare l’uranio impoverito nelle sue guerre “umanitarie”, dall’intervento in Somalia a oggi. Ha anche costantemente seguito le iniziative – censurate da tutta la stampa omologata, nazionale e internazionale – nei Balcani, a Belgrado, che esponevano la distruzione delle vite, civili e militari, irradiate da questi armamenti e munizioni dove erano inviate – a fare gli spazzini, senza conoscere il rischio insito di morte – le truppe coloniali di complemento, italiani intesta. E’ stata spesso anche portavoce dei due maggiori comitati – l’Osservatorio militare guidato da Domenico Leggiero e l’Anavafaf costituita dall’amm. Falco Accame – nati in Italia per la difesa dei connazionali vittime di un avvelenamento mortale che gli stessi Usa avevano tentato di contrabbandare per le proprie truppe come “morbo dei legionari” e poi avevano riconosciuto come vittime di radiazioni “non previste”.
In Italia, come noto, dove sono almeno 343 i deceduti in seguito alle radiazioni contratte durante il servizio militare, e sono oltre settemila le famiglie dei nostri soldati stanno attendendo da decadi giustizia e il dovuto riconoscimento, da parte di questo “Stato” della pericolosità del DU, depletum uranium o uranio impoverito. Ottenendo i dinieghi e il non riconoscimento della pericolosità per la salute degli armamenti utilizzati da Nato e angloamericani nei loro teatri di guerra d’aggressione da parte del “Comitato Mandelli”, costituito a suo tempo ad hoc.
Ma nei giorni scorsi c’è stato un Tribunale – c’è dunque un “giudice a Berlino”… – quello Civile di Roma che ha stracciato il velo dell’infamia.
La Difesa – secondo i giudici – ha omesso di tutelare il caporal maggiore dell’Esercito Corrado Di Giacobbe, morto nel 2001 a 25 anni a causa di un linfoma di Hodgkin contratto dopo aver prestato servizio a Sarajevo, in Bosnia, nella caserma Tito Barrack. Con questa motivazione il Tribunale romano ha difatti condannato il ministero a risarcire con 642 mila euro i familiari del militare.

Di Giacobbe, i cui familiari erano stati assistiti dall’avvocato Angelo Fiore Tartaglia, era originario di Vico Del Gargano (Foggia). Stando ai giudici, «emerge un quadro sufficientemente chiaro delle responsabilità del ministero delle Difesa in ordine al decesso del caporal maggiore». I militari italiani, si legge nella sentenza, «furono inviati nelle zone dei Balcani con materiale in dotazione del tutto inidoneo a prevenire il contagio con le microparticelle di uranio impoverito disperse nell’aria e nelle acque dei luoghi interessati dalle missioni di peace keeping». I nostri soldati infatti avevano in dotazione soltanto «una maschera Nbc e un telo protettivo (denominato poncho) insufficienti a evitare il contatto con le microparticelle».

E in più Di Giacobbe, «per le mansioni di cuciniere e vettovagliamento» che svolgeva, «utilizzava l’acqua del posto, assai probabilmente contaminata, come riferito dai testimoni, senza alcuna specifica precauzione». Dunque, sottolinea il tribunale, «l’omissione», da parte del ministero della Difesa, «delle cautele idonee a prevenire il contatto con le microparticelle di uranio impoverito ha contribuito a cagionare la patologia denominata linfoma di Hodgkin, che ha poi condotto al decesso del caporal maggiore».

Domenico Leggiero, a sentenza emessa, ha ricordato come Di Giacobbe, due giorni prima di morire, aveva partecipato a una trasmissione televisiva dove si era confrontato con l’allora responsabile della Difesa, Sergio Mattarella, che aveva negato-ammesso “una qualche responsabilità da appurare”.

«Si spera che questa volta – ha sdottolineato il presidente dell’Osservatorio – non fosse altro per il rispetto dovuto alla morte di un militare e dei suoi genitori, venga meno quell’imbarazzante ostruzionismo del ministero che, non soddisfatto dell’immenso dolore causato, utilizza tutti gli strumenti della magistratura per ritardare il più possibile la condanna definitiva».

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