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domenica, 25 giugno, 2017

1919, l’Italia in Turchia contro i piani inglesi

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Passata l’euforia della vittoria, gli “occidentali” (Inghilterra, Francia e, adesso, Stati Uniti) dovevano iniziare a fare i conti con i forti disequilibri causati dall’esito della guerra. La sconfitta delle potenze “centrali” (Germania e Austria) e l’evaporazione di quelle “orientali” (Russia e Impero Ottomano) avevano provocato un vero terremoto negli assetti europei. Inoltre, una delle potenze centrali – l’Italia – era passata nel campo degli occidentali, e reclamava a gran voce la sua parte (in verità, modesta) del bottino di guerra.
Per portarci dalla loro parte, nel 1915 inglesi e francesi ci avevano promesso tutto quello che avevamo chiesto; ma una volta ottenuta la vittoria – con il nostro contributo determinante – erano rapidamente ritornati allo stato d’animo pre-1915, ostile ad una Italia colpevole di non volere rinunziare al suo ruolo di “grande potenza”. Se i francesi ci contendevano l’eredità asburgica nell’Europa danubiano-balcanica, gli inglesi ci erano ancor più ostili. Volevano rimangiarsi l’impegno a riconoscerci “una giusta parte” della Turchia (articolo 9 del Patto di Londra); e volevano addirittura espellerci dai possedimenti che avevamo strappato alla Sublime Porta con la guerra del 1911-12: la Libia (che si incuneava fra il dominio inglese dell’Egitto e quello francese del Maghreb) e il Dodecanneso (a un passo dalla costa anatolica e dalla grande isola di Cipro, occupata “provvisoriamente” dai britannici). Per ottenere ciò, i nostri cari “alleati” inglesi agivano con discrezione ma decisamente, forti anche del sostegno dei “cugini” americani. In Libia, nei prossimi anni, ci scateneranno contro la guerriglia dei Senussi; quanto all’Anatolia, incitavano fin da sùbito i greci a contenderci Smirne ed il massimo possibile della nostra “giusta parte”, e a rivendicare – addirittura – il possesso del Dodecanneso.
L’Italia – dal canto suo – non intendeva accettare supinamente la propria esclusione dallo scacchiere egeo-anatolico, e men che meno la perdita del Dodecanneso. Nel marzo 1919 era messo a punto un piano che prevedeva sia il rafforzamento del presidio del Dodecanneso, sia una operazione di sbarco in Anatolia con partenza dal Dodecanneso stesso. Veniva perciò costituito un Corpo di Spedizione in Anatolia (forte di 10.500 uomini), che veniva concentrato nell’isola di Rodi.
Intanto i greci si preparavano a loro volta ad invadere l’Anatolia. Ad Atene, il Primo ministro Venizèlos aveva dato il via ad un’intensa campagna propagandistica per preparare l’opinione pubblica ad una nuova guerra con la Turchia. Da un momento all’altro ci si aspettava il via all’invasione dell’Anatolia sud-occidentale, fidando peraltro nel sostegno britannico. Oramai era una corsa a due, fra greci e italiani. Ed era una questione di giorni.
A battere tutti sul tempo erano gli italiani, che il 28 marzo salpavano dalle loro basi in Dodecanneso e sbarcavano sulla costa turca ad Antalya, senza incontrare resistenza. Obiettivo dichiarato dell’intervento era quello di occupare a titolo provvisorio il territorio strettamente necessario alla tutela degli interessi italiani, e cioè le province di Antalya e di Konya. Ad Antalya (o Adalia) – si ricorderà – l’Italia aveva una “Concessione” economica fin dal 1913.
Il grande passo era compiuto. Adesso non restava che attendere la risposta degli alleati. Quanto alla parte turca, le reazioni non potevano essere più blande. La “zona d’interessi” italiana rientrava tra quelle di cui l’armistizio di Mudros prevedeva esplicitamente l’occupazione, e nulla lasciava peraltro supporre che gli italiani avessero l’intenzione né i mezzi per andare oltre una presenza provvisoria che fungesse solo da supporto per i loro interessi economici.
Quella che i turchi temevano era invece l’occupazione greca delle province vicine, occupazione che ormai diversi segnali davano per imminente. Peraltro, gli occupanti italiani sembravano attenti soltanto all’aspetto politico ed alla tutela dell’ordine pubblico; per il resto, la gestione amministrativa del territorio era lasciata alle vecchie autorità ottomane.
Scrive la Pasqualini: «L’occupazione italiana non voleva e non doveva, per il momento almeno, essere di contrasto alla sovranità e all’organizzazione politica amministrativa turca, che doveva essere salvaguardata … anche in Anatolia. Le località da occupare dovevano essere in relazione alla doppia necessità di assicurare l’influenza politica italiana e di contenere l’espansione greca. I compiti del Corpo di Occupazione, una volta effettuata la penetrazione, erano dunque quelli di rispettare l’ordinamento politico amministrativo turco e gli organi che lo rappresentavano.»
A riconoscere apertamente questa situazione era la stessa stampa nazionalista turca: «In mezzo a questi eserciti vittoriosi, gli italiani furono quelli che si condussero con meno violenza e orgoglio, in paragone ai francesi ed agli inglesi.»
All’occupazione di Antalya il governo greco reagiva intensificando le azioni volte a contrastare la presenza italiana nella regione, tentando di metterci in difficoltà – in particolare – a Rodi e nelle altre isole del Dodecanneso. All’uopo, i servizi ellenici utilizzavano le gerarchie della locale Chiesa ortodossa, in larga parte su posizioni nazionaliste e irredentiste. D’altro canto – come nell’occasione rilevavano i nostri servizi – il clero ortodosso dodecannesiaco agiva da quinta-colonna anti-italiana fin dagli anni della Grande Guerra.
Orbene, era proprio il Metropolita Apostolico di Rodi ad indire solennemente un referendum che avrebbe dovuto sancire l’ènosis (cioè l’unione) del Dodecanneso alla Grecia. Il referendum – del tutto illegittimo ma bonariamente tollerato dalle autorità d’occupazione italiane – si sarebbe svolto durante le funzioni sacre del giorno della Pasqua ortodossa (20 aprile) in tutte le chiese dell’arcipelago, ed il suo esito sarebbe stato scontato. Infatti, i dodecannesiaci di etnia greca (circa l’85% della popolazione) si sarebbero certamente espressi a favore dell’ènosis, anche se la stragrande maggioranza degli isolani non era aprioristicamente ostile alla presenza degli italiani: questi erano visti come una etnia affine alla greca, peraltro benemeriti per aver liberato l’arcipelago dai turchi, oltre che per aver recato un certo benessere economico.
Comunque, il referendum si svolgeva ordinatamente nelle chiese; ma – all’uscita dalle funzioni – i preti trattenevano i partecipanti nelle piazze antistanti i luoghi di culto, arringando la folla e provocando gli immancabili incidenti.
Gli italiani riuscivano a contenere i disordini, ma in un caso – quello di Villanova – si avevano due morti, uno dei quali era il pope del villaggio. Era il cosiddetto “incidente di Pasqua”, o – secondo una terminologia più cruenta che richiamava gli scenari irlandesi – la “Pasqua di sangue” dodecannesiaca.
Era quanto bastava per consentire di mettere sotto accusa gli italiani alla Conferenza di Parigi. Venizèlos (che poche settimane dopo darà fondo a tutta la sua fantasia per giustificare la strage di turchi operata dai greci durante lo sbarco a Smirne) dava addosso con furore ai feroci colonizzatori italiani. E Lloyd-George, Wilson e Clemenceau (che in seguito si dimostreranno più che comprensivi verso i sistemi d’occupazione ellenici) erano pronti ad indignarsi per le poche fucilate italiane.
Da questo incidente prendeva le mosse la prima rottura clamorosa del fronte dei vincitori della Prima guerra mondiale, con un subitaneo allargamento della polemica all’intero arco delle richieste italiane (Fiume in primis). Nella contrapposizione astiosa alla nostra diplomazia si segnalava il Presidente americano Wilson, che si rivelerà il nostro principale nemico. Ma di questo parleremo in altra occasione.
Qui è sufficiente ricordare come il contrasto fra l’Italia e gli altri tre “Grandi” assumesse rapidamente tinte assai forti, al punto che, il 26 aprile, la delegazione italiana abbandonava per protesta la Conferenza della Pace. Ma i nostri cari alleati non facevano una grinza. Anzi, approfittavano della nostra assenza per approvare senza alcun ritegno un robusto supplemento di scorrettezze internazionali. Prima di tali scorrettezze era – il 6 maggio – l’autorizzazione ai greci ad invadere la regione di Smirne, che il Patto di Londra aveva promesso all’Italia. Anzi, aggiungendo scorrettezza alla scorrettezza, tale decisione veniva giustificata dall’esigenza di prevenire una del tutto improbabile occupazione di Smirne da parte italiana. A dirigere le danze era l’Inghilterra, madrina della Grecia, mentre l’America si mostrava meno entusiasta, ma solo quel tanto necessario a far finta di difendere il principio di nazionalità. La Francia – che non amava la Grecia anglofila – era contraria, ma la sua ostilità nei confronti dell’Italia le faceva ingoiare anche questo rospo.
Nessuna remora da parte di nessuno a rinnegare patti e trattati del recente passato, e l’ignominioso tradimento degli impegni assunti con l’Italia era gestito con la massima naturalezza. Massima naturalezza che ancòra oggi caratterizza le ricostruzioni storiografiche di impronta anglosassone: «Verso la fine della guerra la situazione era mutata a sfavore dell’Italia e i politici inglesi pensarono che avrebbero servito meglio gli interessi dell’Inghilterra compensando con Smirne i greci per la loro partecipazione alla guerra. Questa possibilità a spese degli italiani si profilò alla conferenza per la pace di Parigi nel 1919, quando questi lasciarono la conferenza per protestare contro la sistemazione della questione di Fiume: temendo che gli italiani delusi potessero estendere l’occupazione di Adalia a Smirne, Clemenceau, Lloyd-George e Wilson ne decisero l’occupazione con truppe greche nel maggio 1919.»
Il 15 maggio, protetti da una squadra navale britannica, i greci sbarcavano a Smirne: accolti dal tripudio della popolazione ellenica e armena della città, ma avversati e ostacolati dalla popolazione turca. Ed era sùbito strage. Gli osservatori italiani – e in particolare l’addetto militare ad Atene colonnello Fernando Perrone di San Martino – riferivano che «lo sbarco delle truppe greche fu l’inizio di una serie di violenze e massacri ai danni della popolazione locale, protrattisi anche nelle successive fasi della lunga campagna quale espressione dell’atavico odio fra le due etnie». Altro che “Pasqua di sangue”!
Era evidente il diverso atteggiamento della popolazione turca rispetto all’accoglienza riservata agli italiani al loro sbarco ad Antalya. In effetti, l’occupazione italiana era percepita come provvisoria e per certi versi anche come “amica”, mentre quella greca era sentita come ostile, nemica e mirante a sottrarre definitivamente una porzione di territorio anatolico alla sovranità turca per annetterla al Regno di Grecia.
Tali preoccupazioni davano luogo ad una serie di manifestazioni popolari in tutta l’Anatolia, manifestazioni che crescevano di numero e di intensità man mano che i greci espandevano la loro occupazione all’intera regione: lo Smirnense, come si diceva in Italia, o la Ionia, come preferivano chiamarla i greci. Venivano occupate pure Aydin e Manisa, mentre si guardava con intenzioni bellicose anche alla contigua zona d’occupazione italiana.
Gli italiani, dal canto loro, erano costretti a prendere contromisure che fissassero limiti precisi al dinamismo dei greci, ed ampliavano la loro occupazione fino a comprendere l’intero triangolo Antalya-Alicarnasso-Konya. I greci reagivano con punture di spillo (piccoli sbarchi in zona italiana a Makri, Budrun e Marmaritza ), spingendosi successivamente – il 7 luglio – fino a tentare una vera e propria invasione, peraltro prontamente respinta. Il 16 luglio il Consiglio Esecutivo della Conferenza della Pace si affrettava a deliberare una linea di confine provvisoria tra le due zone d’occupazione, fissandola al corso del fiume Meandro.
Intanto, tacitati i greci con lo Smirnense, i britannici tentavano di regolare a loro piacimento la pendenza di Costantinopoli e degli Stretti. Era accantonata la richiesta ellenica di trasformare la zona in un piccolo Stato autonomo legato in qualche misura al Regno di Grecia, e veniva invece stabilito di lasciare il territorio – diviso fra Costantinopoli e la Zona degli Stretti propriamente detta – alla teorica sovranità ottomana, ma sotto la amministrazione ed il controllo militare dell’Intesa, cioè dell’Inghilterra stessa. Ma questa è un’altra storia.


N O T E

Si veda: Il salto della quaglia: dalla Triplice Alleanza alla Triplice Intesa. Le alterne alleanze dell’Italia alla vigilia della Grande Guerra. // “La Risacca”, novembre 2016.
2 Si veda: 1918: il tradimento degli Alleati contro l’Italia. // “La Risacca”, aprile 2017.
3 Si veda: Il balletto dei trattati. 1915: il doppio gioco inglese trascina l’Italia nella Prima guerra mondiale. // “La Risacca”, febbraio 2017.
4 Maria Gabriella PASQUALINI: L’esercito italiano nel Dodecanneso, 1912-1943. Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma, 2005.
5 Si veda: Turchia 1913: la ferrovia Berlino-Baghdad e la Concessione italiana di Antalya. // “La Risacca”, ottobre 2016.
6 PASQUALINI: L’Esercito Italiano nel Dodecanneso. Cit.
7 V.d.B. La politica italiana in Turchia. // “Oriente Moderno”, anno I, n° 1. Istituto per l’Oriente, Roma, 1921.
8 Nicholas DOUMANIS: Una faccia, una razza. Le colonie italiane nell’Egeo. Società editrice Il Mulino, Bologna, 2003.
9 William YALE: Il Vicino Oriente. Feltrinelli editore, Milano, 1962.
10 Luigi Emilio LONGO: L’attività degli Addetti Militari italiani all’estero fra le due guerre mondiali. 1919-1939. Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, Roma, 1999.
11 PASQUALINI: L’Esercito Italiano nel Dodecanneso. Cit.

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