giovedì, 1 giugno, 2017

Duilio Cambellotti artista e artigiano poliedrico

Scultore, pittore, incisore, illustratore di libri e riviste, cartellonista, grafico, arredatore, ceramista, disegnatore di vetrate, intagliatore, scenografo, l’artista-artigiano Duilio Cambellotti (1876-1960) ha attraversato tutte le espressioni artistiche con un anelito educativo-morale, ispirandosi ai modelli popolari della civiltà contadina. I temi rurali sono presenti in tutte le sue opere, spesso firmate con la spiga di grano.
La mostra, che espone fino al 2 luglio la collezione della Galleria del Laocoonte al Museo Emilio Greco di Sabaudia città di fondazione della bonifica pontina, tributa un omaggio all’artista proprio in quel territorio di cui denunciò lo stato di abbandono agli inizi del Novecento, impegnandosi nella sua riqualificazione con la creazione delle prime scuole rurali di cui disegnò i mobili e affrescò di paesaggi le pareti, impegno poi sublimato nel ciclo pittorico a tempera su pannelli in ardesia artificiale La Redenzione dell’Agro realizzato nel Palazzo del Governo di Latina (all’epoca Littoria) nel 1934, due anni dopo la sua fondazione.
All’ingresso accolgono il visitatore due teste in gesso di Dolenti appartenute al Monumento ai Caduti di Terracina del 1920, ricostruito nel 1947 dallo stesso artista dopo i danneggiamenti bellici, tra le quali è collocata La corazza, piccola scultura in bronzo dai ritmi squadrati.
Il recupero dei mutilati di guerra fu espressione di responsabilità civile, tenendo corsi per insegnare loro a fabbricare giocattoli in legno. Sono esposti acquerelli e disegni preparatori per le vetrate della Casa del Mutilato di Siracusa in cui i corpi dei soldati feriti sono tronchi che germogliano traendo linfa dal terreno su cui giacciono leoni feriti, con forte simbolismo tra corpo umano mutilato e albero potato che emette nuove fronde.
La lunga permanenza nel territorio pontino affiora nei disegni di scorci e riti agresti di Terracina con le rovine dell’antica Anxur, la cui piazza definiva “una delle più belle d’Italia”, testimonianza del succedersi dell’arte nei secoli.
Fu osservatore acuto degli animali che studiava nell’agro romano o al giardino zoologico e ritraeva dal vero con accuratezza naturalistica nei disegni a matita e tempera, vasi di terracotta, ceramiche, fregi, oggetti d’arredo e vetrate: soggetto ricorrente le rondini definite “piccole abitatrici delle nostre grondaie”, e i cavalli per i quali si ispirava a quello della statua equestre di Marco Aurelio sulla piazza del Campidoglio. Una puntuale rappresentazione della vita campestre si può osservare nelle illustrazioni de L’Almanacco per la gente rurale e nella serie di medaglie.
Orientato a un neoclassicismo rustico, impressionista e primitivo nelle figure, recuperò la simbologia romana ancor prima che se ne impossessasse il fascismo, talché D’Annunzio gli attribuì l’appellativo “Duilio Romano” al quale ribatté “Macché Romano, io sono Cambellotti”. Ai miti latini arcaici si ispirano le iconografie del ciclo Leggende Romane: Il Sublicio raffigura Anco Marzio nell’atto di sistemare le travi del ponte sul Tevere, nella xilografia Cocles Orazio Coclite si getta nel fiume dopo aver bloccato gli Etruschi.
Al teatro si dedicò tutta la vita ideando scenografie, costumi e manifesti dal 1914 al 1948 per i drammi classici rappresentati al teatro greco di Siracusa: molto sanguigno il manifesto di Edipo a Colono di Sofocle andato in scena alla Basilica di Massenzio nel 1948, che riecheggia le raffigurazioni vascolari con le Furie rosso sangue che sovrastano piccole bianche Eumenidi.
Il tema ricorrente dell’acqua con le donne e le anfore, che Cambellotti espresse nella progettazione di fontane monumentali e private e nel palazzo dell’acquedotto pugliese, è qui rappresentato dall’acquerello Le Danaidi. L’iconografia ritorna nel manifesto pubblicitario di Chianciano con le tre donne colorate con le terre dai contorni definiti, figure espressioniste occhieggianti gli stilemi della Secessione.
Nel 1947 partecipò al concorso per le porte della basilica di San Pietro, di cui sono esposti il modello e due plastiche formelle.
Il catalogo è a cura di Monica Cardarelli e Marco Fabio Apolloni, con la presentazione di Antonio Pennacchi che ha raccontato l’epopea dei coloni veneti e friulani nelle paludi pontine nel romanzo Canale Mussolini.

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