martedì, 16 maggio, 2017

1919, Conferenza di Parigi. La vittoria mutilata

Si è già detto del clima in cui – il 18 gennaio 1919 – si era aperta a Parigi la Conferenza della Pace. In verità, sembrava che la pace fosse l’ultima delle preoccupazioni dei paesi promotori, i “Quattro Grandi” con il concorso di 28 “alleati e associati”.
Dei cosiddetti Grandi, i tre più forti (USA, Gran Bretagna e Francia) sembravano interessati solo a ridisegnare i confini del mondo a proprio uso e consumo. Il quarto – l’Italia – aveva anch’esso le sue ambizioni (un ruolo egemone nel Sud-est europeo e una presenza significativa nel Mediterraneo orientale), ma puntava soprattutto ad ottenere la sicurezza dei propri confini terrestri e marittimi, a nord come ad est, nei confronti del mondo tedesco come di quello slavo.
Sia la tradizionale diplomazia dell’Italia liberale che le nuove tendenze nazionaliste (che nel 1922 trionferanno poi col fascismo) sostenevano che l’Italia dovesse avere il pieno controllo di tutti i territori posti al di qua del confine naturale delle Alpi; e ciò non tanto per volontà di accrescimenti territoriali (all’epoca peraltro comune a tutti i paesi europei), quanto soprattutto per una vitale esigenza di sicurezza, per poter meglio difendere i confini nazionali da ipotizzabili minacce che dovessero giungere dal mondo germanico e/o da quello slavo. Tali considerazioni erano state alla base della decisione di partecipare alla Prima guerra mondiale, ed erano state pienamente recepite da Inghilterra, Francia e Russia in quel “patto di Londra” che – nell’aprile del 1915 – aveva sancito la nostra partecipazione al conflitto. Così, infatti, recitava l’articolo 4 del patto: «Nel trattato di pace, l’Italia otterrà il Trentino, il Tirolo cisalpino con la sua frontiera geografica naturale (la frontiera del Brennero); così come Trieste, le contee di Gorizia e Gradisca, tutta l’Istria fino al Quarnero compresa Volosca…»
L’Italia, dunque, era pienamente nel suo buon diritto quando, nel marzo del 1919, presentava alla Conferenza della Pace il famoso memorandum – “Le rivendicazioni dell’Italia sulle Alpi e nell’Adriatico” – con il quale formalizzava le sue rivendicazioni prioritarie: il Trentino, il Bolzanino (cioè l’Alto Adige o Sud Tirolo), la Venezia Giulia, l’Istria con Fiume, e – al di là dell’Adriatico – la parte maggiormente italianizzata della Dalmazia, quella settentrionale; richiesta – questa – dovuta, oltre che a ragioni etniche, ad evidenti e notevoli motivi di sicurezza marittima. Separatamente, ma nella medesima ottica, l’Italia chiedeva pure che venisse salvaguardata l’indipendenza dell’Albania (che serbi e greci avrebbero voluto invece spartirsi), rivendicando per sé soltanto il possesso della regione di Valona, compresa l’isola di Saseno.
Il memoriale prendeva le mosse dai propositi che avevano indotto Roma a scendere in guerra contro i suoi ex alleati della Triplice – «liberare i suoi figli oppressi dallo straniero e completare la sua sicurezza per terra e per mare» – e dichiarava che le richieste italiane si ispiravano a tali propositi. Verteva, dunque, quasi esclusivamente sui territori immediatamente adiacenti ai confini orientali e nord-orientali posti al di qua delle Alpi; tutti territori – con la sola eccezione di Fiume – già assegnati all’Italia con il patto di Londra.
Si sottolineava l’essenzialità del confine delle Alpi – «la vera frontiera geografica della displuviale alpina» – essendo questo «il solo formato da un ostacolo reale quale era un muro di rocce», e giacché tale funzione di frontiera invalicabile aveva svolto nei secoli, fino alle migrazioni ed agli sconvolgimenti etnici degli ultimi decenni.
Il complesso delle richieste italiane comportava una leggera addizione di abitanti etnicamente non italiani; ma tale modestissima aggiunta (pari al 3% del totale dei cittadini italiani) era inferiore a quella che la Francia aveva realizzato con l’acquisizione di Alsazia e Lorena (4%), per tacere delle enormi ed abnormi espansioni della Serbia, della Boemia, della Romania, della Polonia, e per tacere altresì di quanto si profilava per il notevolissimo ampliamento dell’impero coloniale inglese e di quello – pur assai più modesto – del francese.
Stante la risibilità delle proporzioni – continuava il memoriale – la richiesta italiana nel suo complesso non era in contrasto con i cànoni dei Quattordici Punti wilsoniani, ed anzi era riconducibile proprio al principio di nazionalità. La leggerissima deviazione «dalla applicazione rigorosa della formula etnica» era ampiamente giustificata e compensata dall’acquisizione di una maggiore sicurezza complessiva: «le richieste dell’Italia a questo riguardo non costituiscono alcuna minaccia per gli altri, ma tendono solamente a prevenire le minacce altrui contro sé medesima.»
Venendo al dettaglio, il primo capitolo specifico (“La frontiera delle Alpi Settentrionali”) era dedicato al Trentino e al Bolzanino, considerati un unicum dal punto di vista geografico, economico e strategico. Tralasciando il caso del Trentino (la cui italianità era pacifica), si attenzionava particolarmente quello dell’AltoAdige-SudTirolo, regione adesso a maggioranza etnica tedesca, dopo che «ancòra all’inizio del XIX secolo l’elemento italiano predominava non soltanto a sud della frontiera napoleonica ma in tutta la Val Venosta e in una parte dei distretti di Bressanone e di Sterzing». E si aggiungeva: «la Val di Badia è ancor oggi italiana e nell’insieme almeno 45.000 italiani vivono nell’Alto Adige propriamente detto.» In complesso, nel Trentino e Alto Adige viveva una popolazione di circa 600.000 anime, delle quali 420.000 italiani e meno di 200.000 tedeschi.
Oltre che per l’unità geopolitica della regione, l’Italia rivendicava l’Alto Adige anche e soprattutto per intuibili ragioni strategiche di difesa: «L’importanza strategica dell’Alto Adige è sempre stata riconosciuta, giacché nella vallata superiore dell’Adige trovano la loro origine le strade che sono state utilizzate per tutte le invasioni tedesche dell’Italia. (…) Bisogna che l’Italia oltre a Bolzano arrivi a Bressanone, perché i tedeschi, col raccordo delle due grandi ferrovie che valicano le Alpi al Brennero e a Dobbiaco, non siano comunque padroni del versante italiano delle Alpi.»
Il secondo capitolo specifico (“La frontiera terrestre orientale”) era dedicato alla Venezia Giulia, anche questa intesa come un unicum che abbracciava pure l’Istria e la provincia fiumana. «Anche nel territorio della Venezia Giulia – affermava il memoriale – conviene seguire l’indicazione della natura e il monito della storia (…) portando il nuovo confine d’Italia al displuvio delle Alpi Giulie sino al golfo del Quarnero. Si tratta di seguire le medesime direttrici di separazione geografica, di difesa naturale, di tradizione storica, di redenzione nazionale. I geografi di tutti i tempi e di tutti i paesi hanno sempre posto alle Alpi Giulie la frontiera d’Italia. (…) E’ soltanto con questa frontiera che la porta orientale d’Italia può essere chiusa. (…) Del resto, non si tratta che di applicare anche ad Oriente gli stessi princìpi che a nord fissano al colle del Brennero i confini italiani.»
La popolazione di questa regione aveva spirito e costumi di segno italiano, anche nelle zone dove le infiltrazioni straniere avevano portato ad un’alterazione della dominanza etnica italica. D’altronde, i centri di maggior importanza della regione – da Trieste a Gorizia, da Pola a Fiume – erano città indubitabilmente italiane, ed italiani erano città e borghi di minore importanza così come vaste zone di campagna. Ad essere abitate da popolazioni slave (sloveni e croati) erano soltanto le zone più interne. Questo confine, peraltro, era sostanzialmente quello identificato dal Patto di Londra, ed alcuni minimi aggiustamenti («des très minces variations»: leggasi Fiume) erano così evidenti e giustificati da non aver bisogno di alcun commento.
Non soltanto l’annessione della regione all’Italia era supportata dai ricordati motivi di spirito e costumi, ma anche da obiettive considerazioni di ordine economico che attenevano alla vita e al benessere dell’intera popolazione del complesso territoriale, compresi croati e sloveni che vivevano degli stessi interessi economici dei corregionali italiani. D’altro canto, era noto che buona parte della popolazione slava – malgrado le pressioni politiche di segno austriaco e poi serbo – riconosceva i vantaggi della convivenza con gli italiani, ne parlava la lingua e ne votava gli esponenti politici: cosa che trovava peraltro riscontro obiettivo nel fatto che gli italiani governavano il 70% delle amministrazioni locali.
Storicamente «la Venezia Giulia non è che una porzione dell’insieme geografico del Veneto, una porzione scissa con la forza in epoca relativamente recente». La sua popolazione era in maggioranza italiana, e le stesse statistiche austriache – notamente protese a sottostimare la popolazione italica – davano questa situazione complessiva: 482.000 italiani contro 411.000 fra croati e sloveni.
Il terzo capitolo (“La difesa dell’Adriatico”) riguardava in primo luogo la Dalmazia. Identificava la parte di spettanza italiana (la vasta penisola compresa tra Zara e Sebenico con il relativo entroterra e un certo numero di isole) e puntualizzava le percentuali della prevista spartizione del territorio: all’Italia sarebbe dovuto andare il 50% della superficie (6.326 kilometri quadrati su 12.385) e il 44% della popolazione (287.000 abitanti su 645.000).
Per la Dalmazia settentrionale non si citavano statistiche etniche, ma si osservava comunque che oltre 100.000 abitanti di etnia slava «possiedono e parlano correntemente l’italiano». Non si accampavano particolari criteri geografici, ma si sottolineavano (oltre alle ragioni storiche ed etniche, con il particolare caso dei morlacchi di origine illirico-romana) soprattutto i motivi di sicurezza relativi al mar Adriatico.
L’Italia non riteneva più indispensabile controllare tutta intera la Dalmazia, come ai tempi di Roma e della Repubblica di Venezia, ma con il Patto di Londra aveva accettato un compromesso e chiedeva soltanto quella parte di costa e di isole della Dalmazia «che può essere sufficiente ad eliminare tutti i pericoli e tutte le minacce». Comunque, si chiedeva pure che coste ed isole dalmate assegnate ad altri (cioè alla Serbia) venissero neutralizzate.
Il quarto capitolo del memoriale (“Fiume e i diritti dell’Italia”) riguardava infine l’unica novità rispetto al Patto di Londra: Fiume e il suo entroterra.
Il memoriale così argomentava: «Fiume con il suo distretto, che l’Italia oggi rivendica non soltanto come parte indivisibile della Venezia Giulia e come indispensabile complemento della difesa della costa orientale, ma soprattutto perché si tratta della città italiana che – dopo Trieste e Gorizia e Pola – è la più importante dell’Adriatico orientale. 33.000 italiani vivono insieme a 11.000 slavi e a 1.300 ungheresi in questa città che sempre è stata italiana, nella sua storia antica come in quella moderna.» E, quanto alle ragioni strategiche, aggiungeva più avanti che «il possesso italiano di Fiume completa il programma di difesa antitedesca nell’Adriatico».
Se fondata poteva essere l’obiezione che il Patto di Londra aveva a suo tempo attribuito Fiume alla Croazia (e quindi all’Ungheria), era d’altronde vero che nel 1915 non si prevedeva la completa dissoluzione dell’Impero austro-ungarico, né si ipotizzava che la Croazia potesse essere tolta all’Ungheria e aggregata alla Serbia.
Il nuovo assetto territoriale già in atto autorizzava pertanto l’Italia ad avanzare questa unica richiesta integrativa, giacché – possiamo oggi aggiungere – anche se le regole della diplomazia e le ragioni di un’alleanza ancòra in vita non consentivano allora di affermarlo apertis verbis, veniva ipotizzato che proprio dalla Serbia, in nome di uno jugoslavismo del tutto artificiale, potessero in futuro provenire concrete minacce alle frontiere orientali italiane ed alla sicurezza dell’Adriatico.

NOTE
Les revendications de l’Italie sur les Alpes et dans l’Adriatique. Parigi, 11 marzo 1919.
2 Amedeo GIANNINI: L’Albania, dall’Indipendenza alla Unione con l’Italia. 1913-1939. Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Roma, 1939.

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