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mercoledì, 10 maggio, 2017

Ex Lucchini di Piombino: da preda a nuova vita?

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“Non c’è minuto della nostra giornata che non abbia a che fare con l’acciaio”, diceva l’indimenticato Arnoldo Foà nel corso del documentario “Pianeta acciaio”, interessantissimo cortometraggio girato nel 1962 dal regista Emilio Marsili.
Ed è esattamente così. Tutto è acciaio, dal settore automobilistico a quello aerospaziale, dagli elettrodomestici fino all’impiantistica, non esiste manufatto che non contenga acciaio; non è un caso infatti, che tra i principali indicatori economici atti ad esprimere il grado di benessere in un paese ci sia anche il livello di produzione dell’acciaio, fatta eccezione per il caso in cui il paese si trovi ad affrontare uno sforzo
bellico.
Nella società in cui viviamo l’impiego dell’acciaio è talmente imponente che negli ultimi anni il fatturato delle acciaierie si è aggirato intorno ai 34 miliardi di euro, talmente capillare che anche nei periodi di forte crisi economica le industrie del settore sono quelle che registrano le minori flessioni in termini relativi; ebbene, sono proprio questi i motivi che permettono di comprendere l’importanza dell’istituzione di un monopolio pubblico nell’intero settore metallurgico.
Ora, sperare nell’adozione di un tale provvedimento è senz’altro legittimo, però, stanti le folli politiche privatizzatrici intraprese dai diversi governi già da svariati decenni, su indicazione dei due predatori per antonomasia, Andreatta e Prodi, è a dir poco impossibile che ciò possa verificarsi; tuttavia, la situazione in cui si trova l’acciaieria ex Lucchini di Piombino, oggi Aferpi, sta prendendo una piega talmente contorta che esistono concrete possibilità che lo Stato si trovi costretto ad acquistare l’intero complesso industriale, onde evitare le molteplici problematiche che scaturirebbero dal fallimento della società.
Ad esempio, analizzando il solo aspetto occupazionale, la perdita di circa 4000 posti di lavoro, tenendo conto anche dell’indotto, avrebbe ripercussioni a dir poco devastanti sull’economia locale, fortemente dipendente dalle sorti dell’acciaieria; inoltre, a ciò si aggiunge il dramma relativo all’eventuale perdita dell’immenso bagaglio di competenze tecniche, o come direbbero gli omologati odierni “know how”, faticosamente acquisite nel corso di 160 anni di attività.
Ora, tornando ai motivi che potrebbero spingere lo Stato a nazionalizzare la società, è possibile affermare che stavolta il destino potrebbe davvero giocare un brutto scherzo agli adoratori del liberismo, infatti, è altamente improbabile che Rebrab decida di investire nell’intero complesso industriale, visto l’ambiguo comportamento manifestato finora dal magnate algerino, e inoltre, anche qualora dovesse investire nel solo progetto di creazione di un centro logistico per prodotti agroalimentari, ipotesi che tra l’altro è la più accreditata, sarebbe ugualmente difficile ricollocare il numero totale degli addetti dell’acciaieria tra la società del magnate algerino e la Jindal south west, società indiana interessata ad investire nella sola area a freddo dell’acciaieria.
Concludendo, ciò che a prima vista sembrerebbe un male, ovvero la situazione di stallo creatasi, potrebbe rappresentare un’irripetibile occasione per frenare l’attuale processo di autoesclusione dello Stato dal mondo produttivo, pericolosissimo fenomeno da scongiurare con ogni mezzo. Anzi, da invertire, poiché se si riuscisse ad abbinare ad un aumento dell’indipendenza finanziaria dello Stato dai contribuenti, realizzabile attraverso la presenza dello Stato nei settori economici strategici, una seria lotta all’evasione fiscale, quella delle multinazionali, della grande finanza e dei loro padroni, soprattutto, e il nostro paese raggiungerebbe dei livelli di benessere
mai visti prima.

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