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domenica, 7 maggio, 2017

L’Eliseo a Macron. Resta l’incognita di Palais Bourbon

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La conquista dell’Eliseo da parte del liberista eurocrate Emmanuel Macron, con i cori vittoriosi dei suoi fanatici e/o forzati seguaci, non muta, nel profondo, un dato di fatto: il tasso di gradimento dei popoli europei per la costruzione-monstre definita “Unione Europea” è giunto a livelli infinitesimali.
Ondata eurocritica o populista che dir si voglia a parte, è evidente come lo stesso fronte lib-lab, (liberista, conservatore/socialista, “democratico”, globalizzatore) per arrestare il suo evidente declino (il caso della doppia sconfitta socialista-repubblicana in Francia è stato più che sintomatico) sia stato non soltanto costretto a “grandi alleanze di destra-centro-sinistra” fra partiti di presunti opposti programmi politici, ma abbia dovuto addirittura predare parole d’ordine anti-euro, anti-Ue, di ricostruzione sociale, economica e di sovranità nazionale, ai suoi competitori. Indicazioni, cioè, più “democratiche”, meno radicali, da gettare subito via dopo la cattura del voto.
Come pure è evidente la debolezza insita – e anche suicida – di tale forzata unità tra differenti forze partitiche costrette, pur di non morire, a ulteriori intese al servizio di poteri forti (finanza, multinazionali, lobbies politiche atlantico-sioniste, etc.) e a palesi tradimenti delle istanze specifiche dei propri elettorati tradizionali. L’esempio del fronte raggruppato attorno a Macron è illuminante. Va dalle elites (si fa per dire) dell’Ena e dei Rothschild, ai vari Hollande, Fillon, Cohn Bendit, Levi, Juncker, Soros, Obama, senza contare neo-yuppies e “gauche au caviar”. Di tutto, di più.
Non a caso da questo “fronte arcobaleno” si sono enucleate – e continueranno ancor più a disertare le loro passate origini – forze legate a più saldi programmi sociali e nazionali, come i movimenti, a sinistra, di Melenchon, o gollisti di centro e destra, di Asselineau e di Dupont-Aignant.

Vinte le presidenziali, il nuovo inquilino dell’Eliseo dovrà comunque a breve, già a giugno, superare la prova delle elezioni legislative. Senza una maggioranza in Parlamento, infatti, il governo che il nuovo presidente deciderà di insediare non avrà margini di manovra per guidare la Francia. I due passati esempi di “coabitazione” tra presidente e governo di un colore e Assemblea nazionale di un altro non promettono bene.

E che vi sia la possibilità di un evento che porterebbe all’impasse la politica di Parigi lo dicono i numeri in lizza.

Premesso che per ottenere il finanziamento pubblico è indispensabile, per i partiti francesi, essere presenti alle elezioni politiche, è evidente già oggi che nessuno degli sconfitti del 23 aprile rinuncerà a candidare i suoi uomini.

Per semplificare si avrà quindi, nei cosiddetti pro-Macron, candidature eterogenee di socialisti (PS), di “postgollisti” o “postdemocratici” (LR), di ecologisti pro-cannabis qui, di Lgbt lì, di generali in pensione antimmigrazionisti là, e così via. Mentre Marine Le Pen, nonostante la strana marcia indietro, alla vigilia, sull’euro (ha proposto la circolazione di due monete: un disastro macroeconomico), potrà contare sul contesto monolitico di un partito (FN) di mini-maggioranza relativa pur rimodulato in un organismo più ampio, un “rassemblement, cioè, in grado di attrarre anche quel che rimane dell’antica UDR gollista.
Come pure non sarà trascurabile il violento rigetto, nell’elettorato di sinistra di Jean Luc Melenchon, del liberismo eurocratico incarnato dal partito volatile (En marche!) di Macron e dei suoi mentori della finanza e del partito unico di centro-destra-sinistra.
E l’incognita data dal sistema elettorale uninominale alla francese.

Per concludere, vale la pena ricordare che il più grande statista, nella Francia del dopoguerra, è stato Charles De Gaulle. Un generale che non era stato né uomo dei Rothschild né alunno dell’ENA (l’alta scuola di amministrazione pubblica, produttrice di superburocrati) ma che seppe mettere all’opera, attorno a sé, la migliore Francia della cultura, dell’economia e della tecnica. Non degli “alti funzionari” del tipo “1984” di Orwell.

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