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martedì, 7 marzo, 2017

Le false “due velocità” della signora Merkel

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In due miei articoli del marzo e dell’aprile 2012 titolati “Europa? spicciamoci a sotterrarla” il primo, “Europa? facciamone quattro” il secondo, già illustravo quelle che – a parere del sottoscritto – erano le premesse della inevitabile implosione dell’Unione Europea.
La tesi di fondo di quegli scritti era che, se molti erano i motivi di una crisi divenuta ormai patologica, due di essi svettavano su tutti: il primo era (ed è) il tradimento della promessa di ricercare il benessere dei popoli dell’Unione, giacché a prevalere è stato il tornaconto della globalizzazione economica e della mondializzazione politica (migrazioni incluse); il secondo era (ed è) la pretesa assurda di mettere insieme paesi con assetti economico-sociali profondamente diversi, addirittura inconciliabili.
Oggi la situazione generale è sostanzialmente la stessa, ancorché appesantita dai cinque anni trascorsi all’insegna delle “riforme” e dei “valori” elaborati negli alambicchi dei becchini dell’Europa. Sempre quei medesimi due fattori continuano ad essere i principali motori della crisi – programmata e voluta – dei paesi europei. Tralascio, per il momento, il primo punto (quello di globalizzazione e mondializzazione) e parlo soltanto del secondo, reso di stretta attualità dalla recente proposta della cancelliera Merkel di una falsa “doppia velocità” all’interno dell’Unione. Una Europa a due velocità o – meglio – a più velocità, sarebbe infatti una scelta ragionevole per superare almeno uno dei fattori di crisi dell’UE. Ma la proposta della padrona dell’euro non è la proposta di un’Europa a due velocità, bensì quella di un’Europa ad una velocità sola, quella tedesca.
Spiegherò, in chiusura dell’articolo, il meccanismo dell’artificio in questione, un banale giochetto di parole. Prima, però, vorrei spendere qualche parola circa gli effetti assolutamente positivi di una reale “doppia velocità”. E prendo le mosse dagli articoli che citavo in premessa.

UN PO’ DI STORIA
Un po’ di storia, per cominciare. Nel 1992 – quando si firmò l’infame trattato di Maastricht che istituì l’Unione Europea – i paesi membri erano 12: Germania, Francia, Italia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Inghilterra, Irlanda, Danimarca, Grecia, Spagna e Portogallo. Più i 3 che si aggiunsero nel 1995: Austria, Svezia e Finlandia. Per un totale di 15.
Già da allora, dunque, la cosiddetta Unione era tutt’altro che omogenea. Una persona di normale buon senso non poteva non chiedersi come si sarebbero potute armonizzare le economie forti di Germania, Inghilterra e relativi “piccoli fan” con economie meno floride (Italia, Francia, Spagna) e con altre decisamente povere (Grecia, Portogallo). Se lo chiedeva – dicevo – ogni persona di normale buon senso, ma non i banchieri e gli illustri cattedratici che fungevano da levatrici nel parto abortivo dell’Unione. Perché? Perché lor signori ben conoscevano ciò che ai comuni mortali era stato rigorosamente celato. E cioè che l’Unione non avrebbe unito un bel nulla; nulla di concreto, intendo. Non le riserve finanziarie, non i debiti pubblici, non le industrie, non i commerci, non i prezzi, non i livelli salariali, non la previdenza, non l’assistenza sanitaria, non la scuola, non alcunché di utile, di pratico, di apprezzabile per la vita quotidiana dei cittadini europei. Se posso banalizzare: in quella cosiddetta Unione gli Stati ricchi sarebbero rimasti ricchi, e gli Stati poveri sarebbero rimasti poveri. Anzi – sarebbe stato facile immaginare – gli Stati ricchi sarebbero diventati più ricchi, e gli Stati poveri sarebbero diventati più poveri.
Le uniche cose che la cosiddetta Unione avrebbe unificato sarebbero state le legislazioni dei vari paesi (costrette ad uniformarsi ai supposti “valori” dell’Europa) e le banche. Le banche “centrali”, intendo. Cioè quelle che una volta erano banche nazionali, di Stato, che battevano moneta su disposizione dei governi; e che, già prima della nascita dell’Unione, erano state uniformate, appunto, al modello di banche centrali (cioè private) che battevano moneta in proprio per poi prestarla agli Stati. Differenza di non poco conto.

LE BANCHE CENTRALI
AL SERVIZIO DEI PRIVATI
Era, questo, il modello caro ai “democratici”: la Federal Reserve USA apparteneva a un pull di banchieri privati dal 1913, e la Banca d’Inghilterra era dei Rotschild addirittura dal 1694. Noi eravamo stati tra gli ultimi ad obbedire a questa infame direttiva della finanza internazionale. Infatti, la riforma del sistema bancario attuata in epoca fascista (1936) aveva di fatto nazionalizzato la Banca d’Italia e le principali banche italiane, facendo dell’una e delle altre degli istituti di diritto pubblico, e garantendo così che l’attività del settore creditizio rimanesse vincolata all’interesse nazionale ed alla funzione sociale.
Tale assetto era stato mantenuto anche in epoca post-fascista, come del resto quelli di altre istituzioni che funzionarono a lungo e bene, prima di venire disarticolate dal vento delle “riforme”: l’INPS, l’IRI, l’IMI, eccetera.
Ma nel 1981 – folgorati dall’asserita superiorità del modello americano – anche noi ci affrettammo ad allinearci agli schemi avanzati dell’iperliberismo finanziario. Risale a quell’anno, infatti, la svolta storica (o antistorica) impressa dall’allora Ministro del Tesoro, il professor Beniamino Andreatta, peraltro padrino politico del professor Romano Prodi. Andreatta mise mano a penna e, con una semplice lettera all’allora governatore della Banca d’Italia – Carlo Azeglio Ciampi – sancì la rinunzia del Tesoro alla guida della Banca d’Italia.
Un solo ostacolo rimaneva ancòra sulla strada della consegna ai privati del nostro sistema bancario: la bieca norma fascista (anch’essa risalente alla legge bancaria del 1936) secondo la quale l’azionariato della Banca d’Italia era riservato alle grandi “banche d’interesse nazionale” (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano, Banco di Roma) ed agli altri istituti di credito di diritto pubblico (Banco di Napoli, Banco di Sicilia, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Istituto Bancario San Paolo di Torino, eccetera). A questo obbrobrio non aveva potuto porre rimedio la gioiosa corrispondenza Andreatta-Ciampi. Si era sancito il divorzio fra lo Stato e Bankitalia, ma questa restava al riparo dai venti delle privatizzazioni, giacché il suo azionariato era riservato a soggetti di diritto pubblico.
Occorrevano ben 9 anni per porre rimedio all’imbarazzante appendice del deprecato ventennio. Ma, infine, si trovava l’uomo giusto per seppellire definitivamente il sistema bancario pubblico: era un altro dotto esponente dell’intellighenzia progressista, il professor Giuliano Amato, sopravvissuto alla disarticolazione del PSI craxiano e sempre nel giro della grande politica (oggi è giudice costituzionale). Nel 1990 Ercolino-sempre-in-piedi aveva appena lasciato la poltrona di Ministro del Tesoro, non senza aver incardinato la legge del colpo di grazia al sistema bancario pubblico. A presentarla ufficialmente sarà il suo successore Guido Carli (altro ex governatore della Banca d’Italia), ma ciò nonostante nessuno si sognerà mai di mettere in dubbio che la “Legge 30 luglio 1990 n. 218 concernente disposizioni in materia di ristrutturazione e integrazione patrimoniale degli istituti di credito di diritto pubblico” fosse un parto del genio poliedrico del socialista più amato dai mercati. Nel linguaggio politico corrente, infatti, tale legge è ancor oggi comunemente indicata come “Legge Amato”.
Che cosa stabiliva la Legge Amato? Semplice: che gli istituti di credito di diritto pubblico diventassero società per azioni, cioè soggetti di diritto privato. Semplice come bere un bicchier d’acqua. In linea perfetta – peraltro – con le “direttive” degli organismi europei in materia finanziaria.

UN “ALLARGAMENTO” SUICIDA
Ma torniamo all’argomento da cui avevamo preso le mosse, non senza essermi scusato con i lettori per la lunga ma opportuna digressione di carattere bancario. Dunque – dicevo prima – le uniche cose che l’Unione avrebbe unito realmente sarebbero state le leggi e le banche. Per il resto – come sarebbe stato facile immaginare – sarebbe stato il caos. Un caos i cui effetti sarebbero stati amplificati dalla pretesa dei due comparti unitari (legiferazione autoreferenziale e Banca Centrale Europea) di dettare le regole a tutti gli altri settori, cioè al 90 per 100 della quotidianità dei popoli europei: spesa pubblica, redditi privati, tassazione, previdenza, istruzione, sanità, eccetera.
Ma questo era ancòra niente. Perché – come se non bastasse l’evidente inconciliabilità di standard di vita e livelli sociali dei primi Stati-membri – gli stessi artefici del pasticciaccio iniziale programmavano un maggior danno per l’immediato futuro, un moltiplicatore di caos: era il cosiddetto “allargamento”. Non bastava l’enorme difficoltà di far convivere 12 o 15 sistemi socio-economici così profondamente diversi. Occorreva aggiungere all’utopia iniziale una ulteriore e più demenziale utopia, programmando l’ingresso nell’Unione dei paesi dell’Europa Orientale che erano appena usciti dell’economia comunista: altre economie, altre società, con livelli ancor più incompatibili rispetto a quelli dei primi Stati-membri.
Detto e fatto. Ecco che – in men che non si dica – il previsto allargamento veniva realizzato senza tanti complimenti. Arrivavano, così, due isole ritardatarie (Malta e Cipro) e ben 11 paesi ex-comunisti: Bulgaria, Cechia, Croazia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Il totale della grande insalata saliva così a 28 (2007). E non era tutto, perché a tutt’oggi ci sono altri 7 paesi candidati ad entrare nell’Unione Europea, ivi compreso un paese nettamente asiatico come la Turchia. Senza contare l’Ukraina, ufficialmente non candidata e non candidabile, ma che gli ultras euro-obamiani vorrebbero far entrare nell’UE per propiziare una guerra contro la Russia.
Siamo alla follìa. E non soltanto per i sognatori di incredibili scenari bellici, ma anche soltanto per alcune elementari considerazioni di carattere economico. Mi spiego meglio: non è umanamente possibile compatibilizzare i sistemi economico-sociali di paesi come il Lussemburgo (89.000 euro di PIL pro-capite) e di paesi come la Romania (PIL di 11.000 euro) o anche soltanto come l’Italia (PIL di 30.000 euro). Se uno studentello al primo anno di economia si fosse azzardato a disegnare un progetto del genere, sarebbe stato bocciato senza appello. Incredibile, perciò, che un tale scenario fosse stato ipotizzato dai Soloni della “unione” europea. A meno che – ed è questa la mia modesta opinione – non si volesse per nulla unire l’Europa, ma soltanto i suoi “mercati”.
In realtà – fuori dalle elucubrazioni cervellotiche – si possono unire solamente realtà omogenee o almeno omogeneizzabili, compatibili o almeno compatibilizzabili. Ecco perché l’ipotesi di una Europa “a più velocità” appare realistica. Assai modestamente e senza alcuna pretesa scientifica il sottoscritto ne aveva accennato nei due articoli cui ho fatto riferimento in premessa, ipotizzando la suddivisione dell’attuale Unione Europea in quattro aree omogenee: una germanica e nordica, una latina e mediterranea, una baltica e mitteleuropea, ed una balcanica.
Ma premessa indispensabile per una siffatta soluzione sarebbe la divisione dell’UE. Ciò che propone la signora Merkel, invece è il mantenimento della unione. Né, almeno, le “due velocità” da lei proposte si riferiscono alle economie dei paesi europei, ma soltanto ai “livelli di integrazione”. Tutto come prima, dunque. Questa assurda Unione disunita dovrebbe restare tale per tutto quanto attiene alla realtà politico-economico-sociale (retribuzioni, pensioni, tasse, sanità, scuole, eccetera), ma potrebbe – bontà sua – dosare le velocità di adesione alla normativa accessoria emanata dalla burocrazia europea. Una concreta estrinsecazione di queste assai strane “due velocità” sarebbe – secondo l’esempio proposto dalla Cancelliera – la libertà dei singoli Stati-membri di adottare o meno una tassa aggiuntiva per finanziare l’accoglienza dei migranti!
Per il resto, gli Stati-membri dovrebbero continuare a marciare ad una velocità sola: quella del Quarto Reich o, se preferite, dell’Unione Europea. Tanto, è la stessa cosa.

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