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mercoledì, 18 gennaio, 2017

2017, l’anno del fallimento mondialista?

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E’ gennaio 2017 ed è finito anche un particolarissimo 2016. Quando sarà studiato sui libri di storia, probabilmente sarà indicato come l’anno che ha segnato l’inizio della fine del progetto mondialista che voleva cancellare gli Stati nazionali ed imporre il dominio del potere della finanza al globo intero.
Questo disegno – che sembrava avviato a trionfare rapidamente – ha subìto una serie di colpi durissimi, decisivi, nel 2016: la Brexit e l’elezione di Trump, ma anche la vittoria della Russia in Siria e la sconfitta del progetto di consegnare l’intero Medio Oriente all’ISIS ed ai suoi finanziatori occulti e meno occulti.
Quello che è successo nell’anno appena trascorso non è poca cosa. L’addio dell’Inghilterra all’Unione Europea sbugiarda e rinnega l’essenza stessa dell’Unione, nata per asservire l’Europa al progetto di globalizzazione economica che aveva proprio a Londra, nella City, una delle sue “capitali morali”. Né meno clamorosa è stata la vittoria dell’isolazionista Trump nell’altra capitale morale del progetto mondialista: nell’America di Wall Street e delle grandi banche d’affari, di quel gigantesco apparato di sanguisughe che aveva puntato tutte le sue carte sull’accoppiata Obama-Clinton e che oggi schiuma di rabbia.
E che dire del quadro strategico? Il disegno di provocare a sangue Putin per avere il pretesto di muovere guerra alla Russia è fallito miseramente, con grande scorno di George Soros e degli altri “filantropi” che avevano investito miliardi per provocare “rivoluzioni colorate” ed altre porcherie che facessero precipitare la situazione. Putin è ancora in sella, saldamente in sella, ed anche Assad è ancora al suo posto. Obama, invece, non c’è più, e il suo addìo rabbioso non è che la confessione di un fallimento colossale, senza appello e senza attenuanti.
I primi frutti di questi enormi sommovimenti cominciano già a vedersi, e sono dolci frutti. In Inghilterra non c’è stata la tragedia prevista dalle Cassandre europeiste nel caso di una vittoria del Brexit, ma – al contrario – in questi pochi mesi l’economia britannica ha dato forti segnali positivi. Ha dovuto ammetterlo proprio in questi giorni – col capo cosparso di cenere – l’analista-capo della Banca d’Inghilterra (privata, di area Rothschild) che in campagna elettorale s’era lasciato andare a previsioni assai fosche per il caso di una vittoria degli euroscettici. «Avevamo previsto – ha detto il banchiere – un netto rallentamento dell’economia, che non c’è stato.» Si è consolato – leggo su “Milano Finanza” – ricordando che il medesimo errore di valutazione era stato compiuto «da tutti gli altri principali analisti». Appunto.
Idem per quanto riguarda Trump. Gli stessi analisti con la puzza sotto il naso avevano giurato che la sua elezione avrebbe rappresentato un disastro per l’economia americana, con chiusura di aziende, licenziamenti in massa, e così via catastrofando. E, invece, è bastato il solo annunzio di alcune sacrosante misure protezionistiche (prima ancora dell’insediamento del nuovo Presidente) per determinare l’improvviso rinsavimento di alcune grandi industrie americane, che hanno precipitosamente sospeso le comode delocalizzazioni all’estero per tornare a produrre in terra americana, creando ricchezza reale (e non finanza virtuale) e dando posti di lavoro agli americani.
Di Putin e della Siria non occorre neanche parlare. L’intervento russo ha segnato l’inizio dell’annientamento dell’ISIS, costringendo anche gli americani a fare qualcosa di concreto. Con tanti saluti agli sceicchi del petrolio e ai tanti fiancheggiatori dello jahidismo – beninteso “moderati” – sostenuti dalla CIA.
Bilancio positivo per il 2016? Certamente. E in tale bilancio includo anche il nostro modesto contributo: la vittoria a valanga del NO al referendum sulle riforme Renzi-Boschi-J.P.Morgan.
Ma il cammino per liberarci dal cappio mondialista e globalista è ancora lungo. Il 2017 sarà forse l’anno-chiave, con l’appuntamento decisivo per la sopravvivenza dell’Unione Europea: le elezioni presidenziali che si svolgeranno nella primavera prossima in Francia.
E quand’anche la “battaglia di Francia” dovesse essere vinta, non saremo che all’inizio. In attesa di quella che immancabilmente dovrà essere la battaglia finale: quella degli Stati – di tutti gli Stati del mondo – per riappropriarsi del diritto di creare la propria moneta e per togliere tale prerogativa alle banche “centrali”.
Sarà, come si diceva una volta, la lotta del sangue contro l’oro. Anche contro l’oro nero.

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