venerdì, 2 dicembre, 2016

Fidel, Cuba. Una autentica lotta per la libertà

Un amico, al quale siamo legati da vincoli saldissimi rafforzati da frequentazioni giovanili, da esperienze comuni e dalla condivisione di molte analisi politiche, viene in questi giorni insistentemente attaccato per aver espresso, in occasione delle morte di Castro, giudizi complessivamente positivi sul “Lider Maximo” e sulla rivoluzione cubana; trovandoci, peraltro, sostanzialmente d’accordo. Ad attaccarlo con veemenza degna di miglior causa sono soprattutto i sinistri al caviale, convertitisi al liberismo più sfrenato, ed i destristi filoccidentali, patologicamente affetti da anticomunismo viscerale. In entrambi i casi, quasi a sottolineare una comunanza di vedute che contraddistingue questi due schieramenti contrapposti (a parole), le accuse più frequenti verso il governo dell’isola caraibica sono le stesse: dittatura sanguinaria e privazione della libertà; stato poliziesco; povertà ed indigenza della popolazione; prostituzione diffusa; accumulazione di ricchezze personali. Vediamole brevemente in dettaglio, confortati da un’esperienza diretta essendo noi stati a Cuba sul finire degli anni ’90, subito dopo il crollo dell’ex Unione Sovietica.
Punto primo: dittatura sanguinaria e privazione della libertà – Rispondiamo con una citazione di Mao-Tse-tung (terribilmente vera qualunque sia l’opinione che si nutre riguardo alla fonte): “La rivoluzione non è un pranzo di gala; non è un’opera letteraria, un disegno, un ricamo; non la si può fare con altrettanta eleganza, tranquillità e delicatezza, o con altrettanta dolcezza, gentilezza, cortesia, riguardo e magnanimità. La rivoluzione è un’insurrezione, un atto di violenza con il quale una classe ne rovescia un’altra”. Ricordiamo per inciso ai più distratti che proprio a Cuba, nelle base navale statunitense di Guantànamo, abbiamo avuto occasione di ammirare i metodi adottati nel campo di prigionia in cui sono internati, senza accuse formali e senza processo, moltissimi “presunti nemici”: un fulgido esempio di rispetto dei diritti umani ad opera della “più grande democrazia occidentale”.
Punto secondo: stato poliziesco – Verissimo; quando siamo stati a Cuba i poliziotti all’aeroporto hanno aperto persino ogni singolo contenitore dei rullini fotografici che avevamo portato; normalissime nonché dovute precauzioni preventive, in una nazione che ha sempre rappresentato una spina nel fianco degli U.S.A., i quali non hanno mai fatto mistero dei loro reiterati tentativi di assassinare Castro. Molti, probabilmente, ignorano che “A Program of Covert Actions Against the Castro Regime” (1960) prevedeva, tra l’altro, la creazione di un’opposizione al regime e l’addestramento ed il mantenimento di agenti anticastristi sull’isola. Solo un’accurata vigilanza a tutti i livelli ha potuto scongiurare fino ad oggi l’infiltrazione e la crescita di cellule controrivoluzionarie eterodirette.
Punto terzo: povertà ed indigenza della popolazione – E’ un miracolo che dopo “el bloqueo” (embargo commerciale, economico e finanziario imposto dagli Stati Uniti d’America contro Cuba all’indomani della rivoluzione castrista) ed il crollo dell’U.R.S.S. (che, pur se “pro domo sua”, aveva costituito una ciambella di salvataggio alla quale i cubani sono stati costretti ad aggrapparsi) la Rivoluzione sia riuscita a sopravvivere, garantendo comunque a tutti un livello di esistenza accettabile. Una famiglia cubana, presso la quale abbiamo avuto il privilegio di essere ospitati, ci ha confermato che istruzione, sanità e lavoro sono garantiti a tutti, come a tutti è garantito il cibo essenziale, a spese dello Stato. Ma anche “il migliore dei mondi possibili” avrà sempre i suoi emarginati, ed in numero molto consistente – com’è sotto gli occhi di tutti – l’occidente, che “il migliore dei mondi possibili” non è.
Punto quarto: prostituzione diffusa – Vero: come in tutti i Paesi di tutto il mondo, praticata a diversi livelli: in occidente – al livello più infimo – da schiave africane, dell’est europeo ed anche indigene, che affollano di notte i marciapiedi delle nostre metropoli e – a livello leggermente più alto (?) – da escort e trans che allietano le trasgressioni di uomini potenti, o donne sciagurate disposte ad affittare il proprio utero per soddisfare i desideri contro natura di chi ha la capacità economica di comprarlo; a Cuba da disgraziate – una esigua minoranza – disposte a prostituirsi per facili guadagni, che ignorano allegramente le questioni politiche e continuano a fare, forse solo con maggior circospezione, esattamente quel che facevano apertamente – e sicuramente in compagnia più numerosa – ai tempi di Batista.
Punto quinto: accumulazione di ricchezze personali – Ignoriamo, ovviamente, se Castro abbia tratto vantaggi economici per sé e per la propria cerchia, né la cosa c’interessa, pur nutrendo enormi dubbi sulla veridicità di tali insinuazioni. Non ignoriamo però che i gendarmi del mondo, qualora abbiano deciso di abbattere il leader di un regime a loro inviso, oltre alle consuete “testimonianze” su atrocità varie commesse dal novello despota, non hanno lesinato illazioni su tesori favolosi, residenze sfarzose, arredi di metalli preziosi; facendo in tal modo leva sui sentimenti d’invidia dell’uomo medio, più propenso ad odiare – pur in assenza di oggettivi riscontri – chi ha tanto piuttosto che un miserabile; la qual cosa appare tanto più assurda se si riflette che proprio nelle cleptocrazie occidentali, in barba alla tanto sbandierata democrazia, sono consentiti guadagni faraonici, inimmaginabili con un lavoro onesto, all’esiguo numero di oligarchi detentori delle leve del potere.
Risulta pertanto patetica la numerosa canea dei volenterosi detrattori della Rivoluzione cubana, che con tutti i difetti ed i limiti propri di un esperimento portato a termine in condizioni difficilissime costituisce uno dei rari esempi coronati da successo di scrollarsi di dosso il giogo imperialista; i corifei della libertà di casa nostra si occupino piuttosto delle basi straniere installate sul territorio nazionale, della perdita di sovranità politica, economica e militare, della distruzione del residuo stato sociale, della negazione delle libertà sostanziali (diritto allo studio, alla sanità, al lavoro), della immigrazione incontrollata finalizzata al ricatto capitalista; ostinarsi a non capire che noi siamo idealmente legati a Cuba per la presenza di un nemico comune vuol dire continuare testardamente a difendere solo la libertà di essere schiavi.
Vogliamo concludere queste note – a commento dei funerali di Castro, che hanno visto un’imponente partecipazione popolare – con alcuni stralci di un articolo che abbiamo scritto per un quotidiano a diffusione nazionale – prima che venisse fatto “democraticamente” tacere – in occasione della morte del Presidente venezuelano Hugo Chavez Frias che, insieme a Fidel Alejandro Castro Ruz, giganteggia, possente e vivace, tra le ombre sbiadite di capi di Stato destinati all’oblio:
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