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mercoledì, 27 luglio, 2016

Nabucco a Caracalla (color cemento)

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Facile per un’opera come Nabucco di Giuseppe Verdi diventare calamita che attrae un pubblico internazionale, tanto più che la cornice nella quale si svolge l’evento sono le Terme di Caracalla, che richiamano per i magnifici ruderi archeologici e anche per quei colori che il tempo ha reso caldi e assolati. Ma in questa produzione, per verità, il sole latita assieme alla luce e lo spettacolo si svolge in una monocromia grigiastra che ricorda il cemento e l’asfalto secco, ma anche i massetti rovinati delle case colpite dai colpi di mitraglia e dalle bombe ,che parlano l’arabo di Aleppo, o l’afgano, o l’iracheno, o il palestinese, o qualsiasi altra lingua di ogni altrove, di quei paesi/location dovunque la furia dell’uomo si riconosce e si legittima nella distruzione. A Caracalla è di scena questa nuova produzione del Nabucco, firmata dal Teatro dell’Opera, ma lo scenografo Andrea Belli non rispetta il genius loci, anzi costruisce sulle rovine maestose concrezioni di lavori in corso, con pietre accatastate color cemento che realizzano in pieno un’immagine tutta romana di un campo di prigionia. Certo, qualcuno potrebbe ricordare l’amore dei mediorientali per i giardini, e come i giardini pensili di Babilonia, citati fra i luoghi dell’azione nel libretto, fossero annoverati fra le sette meraviglie del mondo antico. Ma qui, tutto si svolge in una scena unica, che non spiega i tre quarti d’ora di attesa della seconda parte della serata.
L’opera non ha avuto una fortunata regia con Federico Grazzini; la complicata vicenda che mescola abilmente il senso del sacro, la blasfemia e la redenzione, l’amore della fanciulla innocente e del giovane ebreo da lei salvato, le lotte dei popoli, oppressi e oppressori, il rimpianto per la patria perduta, insomma tutti i topoi di questo tipo di melodramma che s’innerva su fatti storici, si è assiepata dietro un’attualizzazione simbolica, travestendo un po’ di figuranti con divise più o meno militarizzanti dovute all’estro di Valeria Donata Bettella che fondono elementi antichi e moderni. Ma certo il pastrano nazi di Abigaille la quale non ha assolutamente un fisico particolarmente marziale e certe sue vesti pseudo soldatesche nonché gli stivali che marcano un passo nervosetto lungo tutto il boccascena suscitano indimenticabili momenti di allegria involontaria, così che si rischia il babau che ogni tanto rispunta sui palcoscenici lirici e che esplode poi in risatine. A dirigere questo primo Verdi è stato chiamato l’americano John Fiore, un direttore che ama indulgere in sottolineature e ricerca di sottigliezze espressive, che mettono più in rilievo l’aspetto sofferto e infelice dei personaggi che la loro giusta collocazione in un mélo storico, cui forse avrebbe giovato la ricreazione di un clima da grand-opéra. Ad arricchire lo spettacolo erano state preparate a cura di Luca Scarzella delle proiezioni sulle due torri che fronteggiano il palcoscenico, ma il loro effetto è stato davvero poco significativo, come lo sono stati i tubi metallici inspiegabili che ingabbiano le rovine.
Il re babilonese doveva essere interpretato dal validissimo Luca Salsi che ha già dato una prova eccellente con la direzione di Muti in un Nabucco bellissimo ed indimenticabile che non aveva avuto bisogno di sottotitoli per la chiarezza e la straordinaria lettura artistica del nostro grandissimo direttore. Un’indisposizione dell’ultimo minuto ha fatto sì che si potesse apprezzare l’esibizione di Sebastian Catana, baritono rumeno, chiamato per il secondo cast, da oltre quindici anni sulle scene internazionali che ha ottima tecnica, buone qualità di interprete ed una presenza scenica notevole. La sua voce ha una buona potenza e sa modulare l’ampia gamma di emozioni in cui si esprime un personaggio tanto complesso, che racchiude in sé la tenerezza di un padre verso la sfortunata figlia Fenena, lo sdegno verso l’usurpatrice Abigaille, l’arroganza del vincitore, la follia blasfema che lo porta ad insultare Dio, ma anche il pentimento e il recupero della ragione. Csilla Boross regala ad Abigaille la sua potenza vocale, ma il suo canto lascia a disagio per certi eccessi che forse un affinamento delle qualità intrinseche potrebbero eliminare. La sua voce mostra problemi a gestire l’ottava inferiore, che risulta sfocata, mentre a volte nel registro più acuto acquisisce toni aspri. Riesce a dare tuttavia una sterzata positiva nel finale , l’arioso del suicidio (“Su me… morente…esamine”) nel quale il canto principalmente appoggiato sulla potenza vocale, si distende in toni sfumati che danno la misura di quanto ancora può offrire in successive, più meditate interpretazioni del personaggio Alisa Kolosova nel ruolo di Fenena è risultata la migliore in scena, cantando con elegante emissione, voce morbida, mantenendo sempre un ottimo allure anche in qualche giustificabile momento di défaillance che accompagna le esibizioni della lirica estiva (a cominciare dai rumori ambientali, tutta la ricca fauna di uccelli, dai gabbiani alle cornacchie, elicotteri, aerei,ma anche rombanti motociclette senza tubo di scappamento, etc, etc). Professionale routine nel resto del cast, senza éclat. Una menzione al Coro di Roberto Gabbiani, davvero in gran forma nel “Va pensiero”, ma nessuno ha chiesto il bis, come avviene quando dirige Muti. Luci acciaiose di Alessandro Carletti che, dopo la prima non hanno più dovuto illuminare nubi dorate o sanguigne, effetto scenico ben apprezzato nella serata d’apertura, ma scomparso nelle repliche.

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