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sabato, 16 luglio, 2016

Il caso Regeni, le altre verità

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Il caso Regeni ha unito l’Italia: malgrado certe note stonate in tema – incredibile! – di “nazi-fascismo”, tutti i settori dell’opinione pubblica si sono trovati accomunati dall’orrore per il barbaro assassinio del giovane ricercatore italiano in Egitto.
Personalmente, credo che la tortura – oltre ad essere il retaggio della peggiore barbarie – non abbia oggi neanche la giustificazione della “ragion di Stato”. Mi spiego: una volta si diceva che, sì, la tortura era una cosa ignobile, ma che era giustificabile il sottoporre un singolo individuo ai tormenti se ciò serviva a tutelare il bene della collettività (sicurezza dello Stato, necessità di prevenire attentati, eccetera). Oggi non esiste più neanche questa attenuante, stante l’esistenza di droghe (i vari “sieri della verità”) che cancellano ogni resistenza e inducono il soggetto interrogato a rivelare anche il segreto più gelosamente protetto. Ne consegue che il ricorso alla tortura truculenta è soltanto una manifestazione della crudeltà individuale di soggetti psichicamente deviati.
Chiusa la parentesi “tecnica”, va detto che il caso Regeni non mi sembra soltanto la semplice storiella che è stata ammannita all’opinione pubblica italiana: uno studente che fa troppe domande in uno Stato di polizia, che viene scambiato per una spia e perciò torturato e ucciso, mentre il suo Paese “non si accontenta delle verità ufficiali” e incalza l’Egitto fin quasi all’interruzione di ogni rapporto. Sarò forse eccessivamente sospettoso, ma – fin dall’inizio – nel caso Regeni ho visto almeno tre elementi assai strani.
Primo: il ritrovamento del corpo. Se i responsabili fossero stati veramente i servizi egiziani, il cadavere sarebbe stato fatto sparire, onde evitare ulteriori complicazioni. In quel modo, invece, si aveva l’impressione che il cadavere fosse stato fatto ritrovare a bella posta, proprio per causare ulteriori complicazioni.
Secondo: il silenzio imbarazzato delle autorità egiziane. Se il giovane italiano fosse stato vittima di un eccesso di zelo – diciamo così – di uno o più feroci spioni, i responsabili sarebbero stati “scaricati” con eleganza; o, magari, avrebbero opposto resistenza e sarebbero periti nel tentativo di sottrarsi alla cattura.
Terzo: l’atteggiamento fermo tenuto dal governo Renzi, fino alla sostanziale interruzione del ricco interscambio commerciale italo-egiziano. Mi si perdoni, ma non credo che lo stesso governo che ha mansuetamente sopportato le angherie indiane per il caso dei Marò abbia avuto improvvisamente uno scatto d’orgoglio per difendere la memoria di un giovane ricercatore universitario. Si ha quasi l’impressione che “qualcuno” abbia consigliato a Renzi di andare “fino in fondo”. Quali potrebbero essere stati i motivi dell’ipotetico consiglio? Lo vedremo più avanti.
Tutto ciò premesso, quale è dunque la mia teoria? Vediamo, innanzitutto, come inizia la vicenda. Giulio Regeni, a conclusione di un brillante corso di studi, segue un dottorato di ricerca all’Università di Cambridge. La tutor inglese gli assegna una tesi sui sindacati egiziani e lo manda a prepararla sul campo, in Egitto, dandogli come riferimento e punto d’appoggio l’American University del Cairo (in passato accusata di essere un paravento per lo spionaggio USA in Egitto).
Regeni inizia un’attività di studio invero non eccessivamente misteriosa, fatta principalmente di interviste e di compilazione di schede. A un certo punto, il 25 gennaio scorso, scompare. Il suo cadavere viene rinvenuto una settimana più tardi, con segni evidenti di torture bestiali.
In Italia gli organi d’informazione sposano in pieno una ricostruzione “politicamente corretta”: il regime egiziano è una dittatura militare, polizia e servizi segreti vi hanno mano libera, quindi è probabile che Giulio Regeni sia stato sottoposto a sevizie per fargli rivelare i suoi contatti e quindi eliminato. Tutti d’accordo nel sostenere questa teoria, e tutti d’accordo nel chiedere la linea dura contro l’Egitto.
In realtà – come accennavo all’inizio – è lecito pensare che a rapire, torturare e assassinare Regeni siano stati soggetti diversi da quelli frettolosamente indicati in Italia. Soggetti il cui scopo era di mettere in difficoltà il governo egiziano, se non anche – aggiungo – di pregiudicare i forti rapporti economici italo-egiziani. L’Italia, infatti, era fino a ieri il primo partner commerciale europeo dell’Egitto; il secondo a livello mondiale, dopo gli Stati Uniti. Adesso, poiché il Cairo non è in grado di fornire quella verità che forse non conosce (o che conosce e non può provare), il nostro governo si appresta a rinunziare spontaneamente al ruolo privilegiato che l’Italia ricopriva in Egitto. E chi si candida a prendere il nostro posto? Indovinate un po’: inglesi e francesi, naturalmente con la benedizione americana. Esattamente come è accaduto in Libia nel 2011. Esattamente come era avvenuto prima in Iran, e come sta avvenendo un po’ in tutta la riva sud del Mediterraneo.
Forse sarò un inguaribile complottista, ma il caso Regeni mi sembra quasi l’ultimo capitolo di una guerra non dichiarata per il controllo della produzione petrolifera del Nord Africa e di buona parte del Medio Oriente. Una guerra iniziata con il misterioso assassinio di Enrico Mattei nel lontano 1962, e proseguita per tappe. Ogni volta, all’ammainabandiera dell’ENI in questo o in quel paese arabo, ha fatto immediato riscontro l’arrivo dell’inglese BP e della francese Total, fraternamente unite. In Egitto non è ancora successo. Ma – sarà un caso – subito dopo il precipitare del caso Regeni, il presidente francese Hollande si è fiondato al Cairo per negoziare ricchi affari con il regime del generale al-Sisi.

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