lunedì, 11 luglio, 2016

Brexit, intervista-analisi di Michele Rallo

Si ha la sensazione – scrivevamo sullo scorso numero della “Risacca” – che questa specie di Europa stia andando in pezzi. E, alla vigilia del referendum inglese, chiedevamo il parere dell’On. Michele Rallo, nostro collaboratore di antica data ed attento osservatore della politica internazionale (ha fatto parte della Commissione Esteri della Camera dei Deputati). Torniamo a interrogarlo adesso, dopo l’esito del referendum britannico che è piombato come un fulmine a ciel sereno sulla scena europea.

Sembra che tu abbia colpito nel segno: gli inglesi hanno scelto il Brexit, e l’Unione Europea pare essere andata in tilt. È l’inizio della fine?
L’inizio della fine per questa Unione del piffero. Ma è anche l’inizio della rinascita per l’Europa. L’Europa vera, quella degli Stati che vogliono riappropriarsi della loro sovranità, quella delle Nazioni che non vogliono perdere la loro identità, quella dei Popoli che vogliono difendere il loro legittimo e sacrosanto benessere.
E adesso cosa succederà, in Inghilterra e in Europa?
Procediamo con ordine. Parliamo prima dell’Inghilterra. Non c’è dubbio che dovrà affrontare un periodaccio durante il quale subirà tutti i contraccolpi del Brexit: non so quantificarlo, ma potrebbe essere anche abbastanza breve, diciamo uno o due anni. Ma dopo, in ogni caso, potrà cominciare a ricostruire, potrà tornare a guardare a una crescita nel tempo, e non ad un inarrestabile progressivo declino. Come noi, dopo la guerra. Un quarto di secolo d’Unione Europea (dal 1992 a oggi) ha lasciato più macerie – in Inghilterra come in Italia – di una guerra perduta. Per gli inglesi, si tratta ora di cominciare a costruire il loro futuro. Speriamo che il tempo della ricostruzione possa arrivare presto anche per gli italiani.
Chi gestirà questa ricostruzione? Cameron si è dimesso, i conservatori sono nel caos, i laburisti si sono avvitati su sé stessi, e gli indipendentisti scozzesi sono sul piede di guerra. Un panorama inquietante.
Cameron-Cicciobello ha tolto il disturbo. Era il meno che potesse fare dopo il più clamoroso fallimento politico della storia dell’Inghilterra contemporanea. Il referendum era stato una sua brillante trovata per tacitare gli avversari interni e per strappare all’UE qualche osso da gettare in pasto all’elettorato. Adesso la leadership del partito conservatore (e quindi la guida del governo) dovrebbe passare a un esponente della corrente antieuropea: Boris Johnson o altri. Ma sarà difficile conciliare le due anime rivali della vecchia destra britannica. Secondo me, si dovrebbe andare a nuove elezioni in tempi ravvicinati. E queste elezioni – azzardo – potrebbero segnare la vittoria dell’unico vero trionfatore di questo referendum: l’UKIP, il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito di Nigel Farage, l’equivalente britannico del Front National della Le Pen. D’altro canto, l’UKIP è già stato il primo partito inglese (alle elezioni europee del 2014, con il 27% dei voti), relegando i conservatori al terzo posto, dietro i laburisti.
E in Europa?
Anche qui bisogna procedere con ordine: prima gli organismi europei, poi i singoli paesi europei. Incominciamo dagli organismi, dalle strutture, da quella ristretta élite di burocrati nominati e non eletti, i quali – nonostante ciò – si arrogano il diritto di decidere del destino dei popoli europei. Esempio tipico di questa genìa è il Presidente della Commissione Europea, Junker, che in questi giorni abbiamo sentito esprimersi con implicito disprezzo verso l’intera Inghilterra. Costoro – gli eurocrati – sono furiosi, idrofobi, richiamati bruscamente ad un’amara realtà: quella della volontà popolare che – è solo questione di tempo – si esprimerà liberamente anche negli altri paesi europei, decretando la fine di un potere usurpato.
Dobbiamo quindi aspettarci altri referendum del genere in altri paesi? Ed altri risultati clamorosi?
Certamente l’effetto domino ci sarà. Ma costringere i governi a indire dei referendum non è una cosa facile. A parte alcune eccezioni: penso per esempio all’Olanda. In Italia – esempio opposto – la cosa è praticamente impossibile: i cittadini possono chiedere soltanto i referendum abrogativi per cancellare una legge già in vigore, e devono sperare che il numero dei votanti superi il fatidico quorum del 50% più uno. E non basta, perché certe materie, come i trattati internazionali, sono escluse in partenza dalla possibilità di essere sottoposte a referendum. I trattati europei – ricordo – ricadono ovviamente fra i trattati internazionali.
E allora? L’effetto domino finisce qui?
No, assolutamente no. Diciamo che l’effetto domino, almeno in una prima fase, dovrà essere preceduto dall’affermazione elettorale dei partiti che si oppongono all’Unione Europea e al diktat immigrazionista. Saranno quei partiti, giunti al governo dei rispettivi paesi, ad indire i referendum per l’exit. Tanto per non restare nel vago: fra nove mesi si vota per le legislative in Olanda, e fra dieci mesi per le presidenziali in Francia. Se tutto dovesse andare secondo le previsioni, i partiti nazional-populisti (il PVV o Partito per la Libertà olandese e il Front National francese) dovrebbero vincere le elezioni nei rispettivi paesi. Ciò comporterà quasi automaticamente l’indizione di referendum per l’uscita dall’UE di Olanda e Francia. Senza contare l’incognita Austria. La Corte Costituzionale viennese ha annullato i risultati di un ballottaggio palesemente “aggiustato”. Si tornerà a votare subito dopo l’estate, e scommetto che questa volta non riusciranno a fare – come si dice da noi – carte false.
E in Italia? Dovremo attendere che Salvini e Meloni vadano al governo per uscire anche noi dall’Unione Europea?
Non occorrerà, perché l’Unione non potrà sopravvivere all’uscita della Francia, dopo quella dell’Inghilterra. Questa nefasta Unione Europea – non si dimentichi – è sostanzialmente un’invenzione della Francia o, meglio, di una certa sinistra francese che pensava così di limitare lo strapotere tedesco in Europa e di instaurare l’agognata diarchia franco-tedesca. Pia illusione (come i fatti hanno dimostrato), cui si è sovrapposto il diktat americano che ha fatto dell’UE un semplice strumento per imporre la globalizzazione economica in Europa. Con tutte le sue implicazioni di ordine demografico (immigrazione incontrollata) e militare (in funzione anti-russa). Non è un caso che a stracciarsi le vesti per il Brexit sia in primo luogo un Presidente americano che si avvia verso un malinconico e inconcludente tramonto: un Barack Obama, patetico nell’invocare a gran voce – in questi giorni – una rapida formalizzazione del divorzio britannico dall’UE, come uno Junker qualsiasi.
Torniamo all’Italia. Quali potrebbero essere i riflessi immediati e quelli a più lungo termine sui nostri equilibri nazionali?
A breve – speriamo proprio – un salutare vaffanciullo per Renzi, quando il Vispo Tereso si degnerà di farci votare per il referendum sulle sue riforme costituzionali. Si dovrebbe votare a ottobre, ma sembra che il Pifferaio dell’Arno – resosi finalmente conto che non riesce più a prendere in giro nessuno – voglia procrastinare il voto a novembre o a dicembre. Vedremo se il Presidente della Repubblica lo asseconderà.
E più in là nel tempo?
Più a lungo termine, credo che i contraccolpi del Brexit in Italia interesseranno soprattutto il settore che si suole indicare come “centro destra”, il più sensibile alle tematiche anti-UE ed anti-immigrazione. Credo che il referendum inglese, così come causerà probabilmente la fine dello schieramento “moderato” che s’identificava con i conservatori di quel paese, segnerà anche la fine dell’anacronistica “unione dei moderati” che Berlusconi vorrebbe imporre in Italia; progetto cui ha sacrificato anche la possibile vittoria di Giorgia Meloni nella corsa a Sindaco di Roma. Era ben chiaro anche prima, ma adesso è addirittura indubitabile che dappertutto in Europa la Destra s’identifica ormai nelle posizioni nazionaliste, populiste, anti-Unione Europea, anti-immigrazione; con il rifiuto totale di tutti quegli atteggiamenti intermedi, possibilisti, attendisti, inciucisti, tipo “vorrei ma non posso”. Per fare la frittata bisogna rompere le uova. Il Cavaliere deve prenderne atto, allinearsi o togliersi dalle scatole. E non perché lo dice Salvini o la Meloni, ma perché lo dice il corpo elettorale.
Quindi, tu non sei d’accordo sul “si vince solo se si è uniti”?
Si vince solo se si ha il coraggio delle proprie azioni e delle proprie idee. Dopo di che, se si è uniti si vince più facilmente. Ma l’unità dell’elettorato di centro-destra (con un occhio anche ad altri settori) si può ottenere solo su posizioni nette, precise, radicali. Non certamente sui pannicelli caldi graditi a Bruxelles e a Washington. Diversamente, l’elettorato destrista potrebbe votare indifferentemente anche per Renzi o per i grillini, che vanno dicendo di non voler uscire dall’Unione Europea ma di volere “cambiarla dal di dentro”. Il tempo delle barzellette è finito. È bene che tutti ne prendano atto.

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