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venerdì, 1 maggio, 2015

Lavoro Cercasi

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I disoccupati superano il 13% e le prospettive non sono incoraggianti

La disoccupazione ha superato in Italia il tetto del 13%. Un nuovo record storico. Una schiera di 3,3 milioni di persone che non sanno come sbarcare il lunario e che, come tanti pensionati al minimo, si trovano sotto il livello di sopravvivenza. I giovani privi di lavoro sono oltre il 43% e questo fatto rappresenta il più serio ostacolo su una ripresa economica del nostro Paese perché incide sul suo futuro. L’Istat e la Banca d’Italia, dall’alto della loro autorevolezza, più di ruolo che di fatto, ci assicurano che al contrario i rapporti di lavoro a tempo indeterminato sono in aumento. Una affermazione che Renzi e Padoan avranno sicuramente accolto con grande gaudio perché attesterebbe della bontà del Jobs Act, la cui essenza sta nella liberalizzazione dei licenziamenti a fronte di una buonuscita in denaro che ha sostituito il reintegro stabilito dal giudice in nome dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970. Reintegro che era motivato dall’insussistenza della giusta causa o del giustificato motivo. Il principio del Jobs Act è in buona sostanza quello di permettere alle imprese di licenziare chi si è appena assunto. Una contraddizione in termini ma che all’estero è da sempre la regola. Addio posto fisso, il lavoro te lo devi guadagnare, nessuna ti regalerà più niente, lavora e stai zitto e soprattutto accontentati di quello, sia pure poco, che ti danno. Avete voluto il Libero Mercato? Bene, bravi, questa è la sua prima caratteristica. Il lavoro ridotto a merce. Come le materie prime, i prodotti finiti e ovviamente i capitali. Non ti va di essere riallocato nel posto X? Ciao, bello, quella è la porta. Come te, disperati in cerca di lavoro e di uno stipendio ne troviamo a bizzeffe. La fame infuria, il lavoro manca. La realtà è questa anche se non vi può piacere. Vuoi rimanere legato tuta la vita, o giù di lì, alla tua azienda? Stai in salute (se puoi) e fai come gli operai della Fiat che, di fronte all’alternativa della chiusura delle fabbriche italiane, hanno accettato il nuovo contratto aziendale che ha sostituito quello di categoria dei metalmeccanici. Un nuovo contratto dove la parte del leone la fanno gli straordinari e i premi di produzione. Lavorare di più, lavorare in meno. Grazie all’innovazione tecnologica il fattore lavoro sarà infatti sempre meno importante in termini percentuali. Certo, ci saranno dei settori, la vendita al dettaglio, dove il fattore umano servirà sempre, ma ormai ci stiamo avviando ad una trasformazione sociale che creerà due classi contrapposte. Quella dei tecnici e quella dei manovali. I primi necessari, i secondi sostituibili a discrezione delle imprese. Una contrapposizione che, come è logico, creerà enormi frustrazioni e risentimenti sociali, soprattutto perché per occupare questi lavori di basso profilo, peraltro mal pagati, gli italiani dovranno fare conto con gli stranieri. Anche i famosi negozi sotto casa, sui quali i sociologi hanno passato la vita ad esercitarsi, esercizi a conduzione familiare, sono scomparsi e stanno scomparendo schiacciati dalla crisi e dalla concorrenza sul prezzo esercitata dai supermercati ed ipermercati. Al loro posto sono comparse attività gestite esclusivamente da stranieri. In una città come Roma i negozi di frutta e verdura e i banchi al mercato sono ormai monopolio dei bengalesi. Tutti i centri internet pure. I cinesi hanno in mano il monopolio dei negozi (spesso enormi) dove si vendono casalinghi. Tutti imprenditori che si guardano bene dall’assumere italiani perché, come ci hanno detto alcuni cinesi, parlano più di diritti che di doveri. Una nomea che è difficile dire quanto sia fondata ma che, se fosse vera, nascerebbe dalla sacralizzazione dell’articolo 1 della Costituzione che ha fatto assurgere il lavoro a diritto come se il lavoro si potesse creare dal nulla o fosse sempre lì a portata di mano. Peraltro il “una Repubblica democratica fondata sul lavoro” è il risultato di un compromesso tra socialisti e comunisti che, all’Assemblea Costituente, volevano “una Repubblica democratica dei lavoratori”, quindi dei soviet, e gli altri partiti che risposero picche. Poi, a partire dall’Autunno Caldo, l’articolo 1 divenne quello che è ancora oggi. Ma provate ad andare a parlare in un altro Paese europeo di “diritto al lavoro” e vedrete le reazioni sarcastiche. Questo non significa, ovviamente, accettare la svolta schiavista in atto, all’insegna del precariato e della flessibilità più spinta, ma è necessario per fare un po’ di chiarezza e per non illudersi che si tratti di una tendenza che si possa bloccare. La concorrenza e la competitività delle imprese è basata sulla riduzione dei costi. Oggi più che anni fa, perché il mercato è sempre più globale e senza frontiere. Sarà pure brutto doverlo ammettere ma il mondo che ci aspetta, sotto questo profilo, sarà molto peggiore dell’attuale. Fino a che qualcuno, si spera, dirà basta e darà vita ad una rivolta di massa. E si tornerà al protezionismo.

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