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martedì, 5 aprile, 2016

Pappano dirige Panfili, Stravinskij e Čajkovskij

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Programma settimanale costruito su tre autori: Panfili, Stravinskli e Čajkovskij, retto da Antonio Pappano e dalla sua orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia con i due grandi cori( quello da adulti e quello giovanile) istruiti da Ciro Visco per dare vita alla Symphonie de Psaumes stravinskijana. Ma l’attesa, il centro, il cuore era solo per lui, lui, Pëtr Il’ič Čajkovskij, il fanciullo divino dolente, fragile e introverso, lui che si racconta con le sue ossessioni, con le nevrosi che si sono accumulate nel tempo e che ora stanno per esplodere nella più disperata e coraggiosa delle rinunzie, quella alla vita, per incapacità di conciliare le istanze delle propensioni naturali ( il musicista era omosessuale ) con i dettami della morale comune dell’epoca. Lui che oscilla fra trasgressione, che si nutre dell’istinto di amare e proclamare il proprio sentimento, e repressione dolente di un bisogno insopprimibile. In questa dicotomia si consuma tutto il dramma sotto la possente ala del destino. E lui, febbrile, sovrabbondante, lirico, eccessivo, enfatico travasa tutto nella sua V° Sinfonia, dove ogni sia pur minima sensazione viene enfatizzata fino a deflagrare in uno stile unico, riconoscibilissimo, in una dolenzia enfatica e in un sentimentalismo acceso e vibrante, cui si deve riconoscere innanzitutto una profonda verità. Una verità colta immediatamente dal pubblico, alla sua prima esecuzione, con quel tema martellante che si incide nella memoria e nelle carni di chi ascolta e con lui, con la sua musica viaggia nei cieli rarefatti del Fato dove tutto è stato già scritto.
L’incipit esposto dagli archi gravi, dai clarinetti e dai fagotti racconta una rassegnazione disarmata di fronte ai colpi del destino e l’angoscia che scava le sue profonde gallerie dove si consuma il senso della vita. Questo tema ricompare per tutte e quattro i movimenti della Sinfonia, legandoli fra di loro per installarsi poi prepotentemente nell’Andante maestoso e nell’Allegro Vivace del Finale. Lui e Sir Antonio Pappano si sono tenuti per mano, qui, l’illustre direttore ha lasciato libero corso alla sua personale magia. regalando un suono netto, cesellato, pieno di sfumature, ma sempre asservito al piano generale dell’opera e perciò vibrante, intenso, persino bulimico, concitato anche dove più forte traspare il patetismo čajkovskijano, perché al fondo quello che l’artista dal podio vuole cogliere e donare al suo pubblico entusiasta, cui lo lega un particolare feeling, è la consapevolezza del dramma vissuto dal musicista russo, e della ineludibilità di esso.
Nella prima parte del programma, Sir Antonio ha voluto presentare al pubblico romano un autore di oggi, Riccardo Panfili, e un suo brano che riesce a conciliare le formule emotive di oggi con il ricco retaggio storico, battezzato dallo stesso Pappano alla Scala di Milano, committente del lavoro, dal titolo “L’aurora, probabilmente”. Panfili, appartenente a quella che viene chiamata “Generazione Erasmus”, giovani cresciuti in una realtà non più legata alla lingua, alla cultura e alle tradizioni del Paese d’origine, ma con impronta europea, è un musicista umbro vincitore di concorsi di composizione ( a soli 26 anni quello bandito dall’Accademia di Santa Cecilia), che nel curriculum può vantare anche l’onore di essere stato scelto come assistente musicale di Hans Werner Henze, cui ha dedicato il suo lavoro “L’Aurora” e che lui cita assieme ad altri grandi musicisti come Bruckner o Mahler e Stravinskij. “L’Aurora, probabilmente” è un brano assai interessante che si apre su uno scenario sonoro violento e magmatico, selvaggio e notturno che si scolora in una pace accompagnata dal canto singhiozzante dei violini, mentre già il pannello sonoro si indirizza ad un motivo di danza che apre analogie straussiane per poi gonfiarsi di pathos e di impeti dionisiaci. Nel finale il suono si acquieta fino a svanire.
A completamento del programma, la Symphonie de Psaumes di Igor Stravinskij, capolavoro del suo periodo creativo denominato neoclassico, assieme all’Oedipus rex, all’Apollon Musagète, al Pulcinella e ad altri brani, un periodo che va grosso modo dal 1919 al 1951. Un periodo che seguiva l’ubriacatura per il senso del sacro che aveva prodotto il primitivismo del suo “Sacre du Printemps”, con le citazioni di culti folklorici e pagani. La Symphonie de Psaumes, composta per il cinquantenario della Boston Symphony Orchestra, un’occasione solenne, dunque, La Sinfonia è un grande polittico in tre pannelli, che illustrano musicalmente i versetti 13 e 14 del Salmo 38, i versetti 2,3,4 del Salmo 30 e il breve Salmo 150. Sul palcoscenico, oltre al grande Coro ceciliano, anche il coro giovanile, davvero splendidamente educati da Ciro Visco.

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