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venerdì, 11 marzo, 2016

Yemen. Il regno saudita verso il collasso

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Con nostre note e richiami, iprendiamo in sintesi e pubblichiamo, da katekon.com – sito geopolitico diretto da Alexander Dughin – questa precisa analisi su quanto sta accadendo nello Yemen, un teatro di guerra tra potenze islamiche – Arabia Saudita e Iran, rispettivamente protettori del wahabismo sunnita e della shia – volutamente trascurato dai media occidentali.
La situazione bellica
Le forze Huthi, yemenite, hanno riconquistato la regione di al-Kabin nella provincia yemenita di Lahij, nella notte di domenica 6 marzo. L’esercito aggressore saudita ha accusato decine e decine di perdite, che vanno ad aggiungersi a quelle subìte dai sauditi nell’offensiva nella provincia di Marib.
In queste ore diventa sempre più evidente come l’aggressione saudita allo Yemen stia velocemente raggiungendo il suo più completo collasso. Se le forze regolari e le varie milizie yemenite mietono successi continui, è in particolare il fronte d’attacco dei ribelli Houthi ad aver sfondato le difese saudite mirando all’occupazione delle provincie meridionali dell’attuale Arabia Saudita (peraltro terre storicamente yemenite e aggregate a quel regno di Saud – appunto diventato al-Saūdiyya – inventato tra il 1927 e il 1932 dalla corona britannica.
Importanza strategica dello Yemen
Lo Yemen ha una notevole importanza geopolitica. Lo Stato yemenita è situato nella parte sud-occidentale della penisola arabica a guardia dello Stretto del Lamento (Bāb el-Mandab), e dista meno di venti miglia marine dalle terre somale africane di Gibuti. Lo stretto congiunge il Mar Rosso, il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano ed è separato dall’isola Pirin in due canali (chiamati reciprocamente la Porta di Alessandro – il Grande – e Daqqat al-Māyyūn, dal nome dell’omonimo geografo arabo).
Già “sentinella” storica – con l’Oman – della rotta dei negrieri arabi e dei mercanti di preziosi, broccati e tessuti tra India e Arabia e quindi tra Oriente e Occidente, lo Yemen è un Paese strutturalmente importante per questioni di geopolitica, di geoeconomia, di politica e di equilibri militari.
Ai nostri tempi i Paesi industrializzati dell’Europa occidentale dipendono dalle forniture di petrolio provenienti dal Golfo e dal percorso nel Canale di Suez (ora raddoppiato). Di qui l’importanza del Bāb el-Mandab per le economie dei Paesi produttori del Golfo Persico (o Arabico), soprattutto oggi, dopo la cancellazione delle sanzioni occidentali che bloccavano le forniture di greggio iraniano.
Se tale rotta commerciale è importante per europei, arabi e iraniani, lo è anche per il (nostro) medio – Pakistan-India – ed estremo Oriente (Indonesia, Indocina, Malesia, Giappone, Cina). In particolare per le due nuove superpotenze economiche India e Cina, naturalmente. Pechino già nel 2015, per aprire e sostenere il suo progetto, in quei mari, di “via marittima della Seta”, ha avviato un negoziato con Gibuti per ottenere una base portuale sullo Stretto. E’ anche il caso di ricordare come proprio quei larghi tratti di mare che dall’Oriente giungono alle coste africane – somale in particolare – siano teatro di atti di pirateria navale e vi siano anche presenti notevoli basi militari occidentali. Senza trascurare la presenza di Israele (Eilath, di fronte agli Stretti di Tiran) nel Mar Rosso.
In poche parole chi controlla Aden (lo Yemen) controlla l’accesso dal Mar Rosso al Mediterraneo, sia di chi giunga da Oriente, sia di chi giunga dal Capo di Buona Speranza (Africa del sud).
Durante la cosiddetta guerra fredda tra angloamericani e russi, lo Yemen rappresentava il campo di battaglia tra il blocco continentale euroasiatico e il blocco talassocratico occidentale. L’allora Unione sovietica riuscì ad avere il controllo dello Yemen del sud (Aden), già colonia britannica, mentre lo Yemen del nord (Sanaa) – in maggioranza di confessione sciita – restava, privato dei suoi vasti territori settentrionali, un satellite della monarchia saudita – di fede wahabita sunnita – protetta dagli angloamericani. Con il collasso dell’Urss tutto lo Yemen, unificato, era caduto sotto l’influenza di Riad.
La Shi’a nello Yemen
All’inizio del secolo, la maggioranza sciita nord yemenita, in gran parte guidata dalla fazione (definita “moderata”) shi’a degli Zaydi, aveva acquisito una forma di semi-indipendenza con un proprio “Regno Mutawakkidita”. Gli Zaydi già nella precedente guerra civile nord-sud (1962-1970) erano sostenuti dall’Iran (principale Stato sciita del Vicino Oriente), allora retto da Reza Pahlavi, lo scià; tale vincolo di alleanza dura tuttora nonostante il mutamento di regime a Teheran, ora Repubblica Islamica. E’ un vincolo storico, grazie ai comuni interessi geopolitici e religiosi. D’altra parte anche nei territori yemeniti del nord (la regione “Najran”), forzatamente annessi ai sauditi nel 1932, la maggioranza degli abitanti originari professano la fede sciita Ismailita. Nel complesso, in tutto l’attuale “Regno di Saud” il 10% della popolazione, di fede sciita, è oppresso dalla egemonica fazione wahabita e numerose sono state le rivolte anti-saudite. La regione di Najran si estende fino al Golfo Persico ed è la più ricca di riserve di greggio. Non a caso le maggiori 5 basi militari Usa nel Regno Saudita sono state insediate, per precauzione, appena a nord della regione contesa.
Il conflitto tra Iran e Regno di Saud
Il conflitto tra sh’ia e wahabiti (termine che ha origine dalla famiglia Wahab fusasi un secolo fa con quella di Saud), o, meglio, il conflitto tra Iran e Arabia Saudita, è storico. Nelle ultime decadi si è radicalizzato in interventi armati interposti, in tutta la penisola arabica, dal Golfo (Bahrain) alla Siria. Ed è in funzione anti-iraniana, ad esempio, il permesso concesso da Riad (ma mai ammesso, nonostante la patente prova del bombardamento del reattore nucleare iracheno il 7 giugno 1981) ai voli nel proprio spazio degli aerei da guerra con la stella di David. Come pure sono state incessanti e pressanti, nei lunghi anni delle vergognose sanzioni occidentali imposte a Teheran per l’insediamento di centrali nucleari, le richieste ufficiali, diplomatiche e confidenziali, saudite (e, di concerto, israeliane)per una guerra angloamericana all’Iran.
Oggi, proprio il sostegno dell’Iran alla popolazione sciita – dello Yemen e del sud del Regno saudita – può condurre alla distruzione del principale – a parte Israele – nemico di Teheran nel Vicino Oriente. Al contrario Riad aveva iniziato la sua guerra per estirpare l’egemonia Huthi nello Yemen per terrorizzare, al contempo, la popolazione di fede sciita che vive nei confini sauditi.
L’esecuzione da parte saudita, alla fine del 2015, dello sceicco Nimr al-Nimr (condannato a morte per sedizione e “disobbedienza al sovrano”, benché mai ispiratore di rivolta armata) – fautore della secessione dei 2 milioni di sciiti che abitano nelle regioni orientali del regno saudita e guida spirituale della Shi’a nel sud della penisola arabica, ha esacerbato, in questi ultimi mesi il conflitto nello Yemen e nei territori sauditi sud-orientali. Il re saudita Salman, succeduto al fratellastro Abdallah all’inizio del 2015, privo di clemenza e credendo erroneamente di poter contare sull’appoggio occidentale (anche vista la guerra scatenata con i foreign fighters contro il legittimo governo della Siria), ha ordinato la morte del leader spirituale, morte interpretata da Teheran come un atto di guerra.
La guerra nello Yemen
Sebbene opportunamente ignorata dalla cosiddetta “grande stampa” mondiale, la guerra nello Yemen riproduce in scala quanto accaduto in tutto il mondo arabo, in Africa e nel Vicino Oriente, dal 1910-11 in poi.
La crisi yemenita puo’ farsi iniziare con la defenestrazione e l’esilio del presidente Hadi, nel gennaio 2015. Il Paese si trovò allora diviso in tre blocchi, l’uno, quello del governo ad interim degli Huthi, le milizie sciite sostenute dall’Iran; il fronte, debole, dei fedeli al vecchio regime Aqap; quello dei secessionisti del sud (Aden). Uno stallo che è diventata la premessa, nel marzo dell’anno scorso, per l’intervento militare saudita.
Sul terreno, il governo guidato dagli Huthi, sostenuto da truppe leali al deposto presidente Saleh (predecessore di Hadi, deposto con una “primavera araba”), ha il potere assoluto e il controllo delle regioni che appartennero già al Nord Yemen (Sanaa). Gli oppositori sono invece insediati grosso modo in quello che era il Sud Yemen (Aden): cosa più importante, oltre a quello saudita, tali forze secessioniste godono del “contributo” di invasori wahabiti e dei suoi alleati al Qaida e Isis. Una “coalizione” democratica (sic) che include gli Emirati arabi uniti, Kuwait, Qatar, Bahrain, Giordania Marocco, Sudan e Pakistan. E che gode dell’appoggio di intelligence, logistico e strategico, degli Usa (pubblicamente dichiarato).
La sconfitta saudita
La monarchia saudita non puo’ vincere la guerra scatenata nello Yemen. Le varie disfatte sul terreno e l’inutilità dei raid aerei hanno rivelato l’impotenza strategica e militare del comando a guida di Riad.
Le forze Huthi controllano Sanaa e la gran parte della regione nord yemenita. Gli “obiettivi” dei raid e della guerra saudita, il presidente Saleh, il governo Huthi, i comandanti militari sciiti, sono tuttora non solo vivi, ma all’offensiva. Armati di Scud, Tochka, missili Qaher-1, non soltanto bloccano l’aggressione della “coalizione”, ma colpiscono basi e obiettivi in territorio saudita (l’aeroporto di Jizan, i pozzi Aramco) e navi nemiche nel mar Rosso meridionale fino allo Stretto di Bāb el-Mandab.
Da parte loro le milizie quadiste e del Califfato, gli “alleati” degli wahabiti (sauditi) del sud, strappano all’egemonia diretta saudita molte città e provincie fin qui rette dal regime pro-saudita del deposto presidente Hadi; non solo: i secessionisti del sud del Pdry, hanno reso autonoma e dominano l’intera regione di Hadhramaut. E poco affidamento può essere dato alle truppe mercenarie di “contractors” occidentali, commandos specificatamente colombiani e statunitensi che sembrano si lamentino per la non regolarità delle mercedi (la caduta del prezzo del petrolio influisce anche sulle risorse di cassa saudite…).
Secondo gli osservatori internazionali indipendenti, il sostegno al fronte Huthi nello Yemen è in continuo aumento. Presentandosi quale unica forza in grado di opporsi all’aggressione saudita e di difendere la maggioritaria fede Shi’a, fieramente opposta alla fazione islamista wahabita, culla di terrorismo, mietono consenso perché paladini di un’indipendenza nazionale da un secolo oppressa dalla monarchia saudita e dalle sue interferenze neocoloniali. Un appello generale del movimento Huthi ai principali clan familiari dello Yemen e alle personalità della cultura nazionale, per la firma di una “Carta dell’Onore”, nell’ottobre 2015, ha raccolto ampio consenso.
Sul piano militare, l’eco delle vittorie ottenute nella provincia saudita di Najran o con la conquista, a jizan, di una base militare saudita e comunque i continui attacchi delle forze regolari Huthi a città e villaggi oppressi dai valvassori feudali del re saudita Salman, anno diffuso in tutto il Paese, anche nelle regioni meridionali, il senso di una “guerra giusta”, per la liberazione del Najran Ismailita, di Jizan e per l’unità nazionale dell’antico Yemen pre-coloniale. Una “guerra di liberazione” alla quale partecipano volontariamente ufficiali addestratori dei Pasdaran iraniani. Come ha affermato di recente il generale Sharaf Ghalib Luqman, portavoce delle forze armate yemenite, ogni decisione strategica militare viene “concordemente assunta” da questi attori, di Sanaa e Teheran.
Nere previsioni per la petromonarchia
Se l’Arabia saudita perderà la guerra di aggressione intentata allo Yemen, questo sarà l’inizio del collasso dell’intera monarchia e la polverizzazione di uno Stato feudale che, pur controllando una popolazione di poco più di 20 milioni di abitanti (al netto degli stranieri, circa 6-7 milioni, senza diritti e in genere addetti ai lavori più umili) si è retto fino ad oggi soltanto grazie alla potenza coloniale britannica e quindi alla potenza statunitense. E che è un esempio di perverso islamismo radicale esportato in tutto il mondo arabo. Teoricamente oggi, sostanzialmente nel prossimo futuro, nemico dello stesso “alleato” occidentale.
Come Siria docet.

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