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mercoledì, 9 marzo, 2016

Libia, conto alla rovescia

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Dietro il paravento delle “buone relazioni bilaterali”, della necessità di completare la Lione-Torino e dell’imperitura cooperazione nella guerra al terrorismo, nell’incontro di questo 8 marzo al Palazzo Ducale di Venezia tra Matteo Renzi e François Hollande, il vero argomento di discussione è stata ovviamente la questione-Libia. Un teorico vertice tra amici-concorrenti-rivali.
Data per evidente la notevole scarsità di rilevanza politica e di peso specifico dei due interlocutori, è naturale che si è trattato comunque di un colloquio marginale. Un incontro tutt’al più utile a delimitare le rispettive possibilità di ingerenza in una nuova guerra, sbandierata oggi come “contro il Califfato”, ma che già si presenta quale prosecuzione del vergognoso intervento del 2011 – voluto da Washington e dalla sua Nato – contro uno Stato indipendente da parcellizzare e colonizzare secondo i dettami dell’Ordine Mondiale immaginato dall’Occidente. L’assassinio di una nazione che, ai tempi di Muammar Gheddafi era al primo posto in Africa per benessere sociale ed economico ed oggi è stata ridotta a pezzi di territorio, devastati e governati da un centinaio di tribù, milizie, organizzazioni criminali, fazioni islamiste. Con tre teorici poli libici principali Cirenaica, Tripolitania e Fezzan, i primi due molto virtualmente egemonizzati da governi antagonisti di Tobruk e Tripoli (tali soltanto perché nelle due regioni esistono canali paralleli e concorrenti per lo sfruttamento del petrolio; d’altra parte il finto governo di “unità nazionale” insediato a inizio anno non esiste già più).

Gli interessi geopolitici

Ormai è noto ovunque che la decisione di destabilizzare la Libia e uccidere Gheddafi era stata presa dalla ineffabile Hillary Clinton, segretario di Stato Usa con Barack Obama fino al 2013, come parte della strategia globale di destabilizzazione di ogni governo “non in linea” con i desiderata angloamericani, applicata anche in Italia per la defenestrazione di Berlusconi, sostenitore delle politiche di espansione dell’Eni e ritenuto troppo contiguo a Gheddafi e, soprattutto, a Putin. Il suo “Lybia Gamble” (gioco d’azzardo in Libia) è stato ben descritto a fine febbraio dal New York Times dal documento diviso in due parti che, leggendolo edulcorato dai panegirici per la Clinton attualmente in prima linea nella corsa per la nomination Democratica alla presidenza degli Stati Uniti, ben descrive le vergognose tattiche utilizzate.
“In Libia”, sostiene tra l’altro il NYT, “la Clinton aveva avuto una nuova opportunità di favorire quel cambiamento storico che aveva appena spazzato via i leader dei paesi confinanti la Libia, l’Egitto e la Tunisia. E la Libia sembrava un caso semplicemente allettante – con solo sei milioni di persone, senza divisioni settarie e un sacco di petrolio”.
Le frasi “semplicemente allettante” e “un sacco di petrolio” riassumono l’obiettivo della Clinton, già con le mani in pasta nelle “altre” cosiddette “primavere arabe”, l’una, in Tunisia, riportata a stento sui binari del politically correct, un’altra, in Egitto, sfociata nel crollo del regime di Mubarak, sostituito però da Morsi e dalla “ingovernabile” Fratellanza Musulmana pilotata da Turchia e Giordania (ma ora il Cairo è guidato dai militari di as-Sisi, non esattamente benvoluti dall’Occidente) e l’altra ancora, in Siria, terroristicamente avviata – sul modello “libico” e con la complicità giordana, saudita, qatariota e turca, e con il monitoraggio di Washington e Tel Aviv – sui binari di una quinquennale guerra destabilizzatrice che aveva quale obiettivo la divisione della Siria in territori sotto influenza occidentale. Strategia quest’ultima votata alla sconfitta per il provvido intervento di Vladimir Putin e della Russia a fianco del legittimo presidente di Damasco Bashar al-Assad.
Grazie alla Clinton – e con lo stolido assenso del “premio Nobel per la pace” (sic) Barack Obama – nel 2011 – con il pretesto di scontri in Libia come di consueto spacciati per “genocidio”, con tanto di false foto di cadaveri e notizie su “migliaia di morti”, era stata programmata per la Libia un’operazione di cambio di regime e di assassinio di Muammar Gheddafi per affermare il controllo occidentale sulle maggiori riserve di petrolio di tutta l’Africa e per troncare nel sangue ogni idea di “Jamahiriah”: ivi compreso il programma gheddafiano di diffondere un’unica moneta panafricana al posto del “franco cfa” in corso in !4 ex colonie francesi africane che si estendono a sud del Fezzan libico e sulle quali l’influenza del leader di Tripoli era crescente.
Una posta elettronica del 2 aprile 2011, inviata alla Clinton dal funzionario Usa e stretto suo consigliere, Sidney Blumenthal (una delle 4000 mail rese pubbliche il 31 dicembre su ordine di un tribunale Usa, altre 150 sono state secretate…) svela senza ombra di dubbio che questo era stato il motivo scatenante della guerra a Gheddafi assieme alla consapevolezza che Gheddafi deteneva grosse riserve di oro e di argento, stimate in 143 tonnellate l’una. Si tratta dell’”email “Unclassified U.S. Department of State Case No. F-2014-20439 Doc No. C05779612 Date: 12/31/2015” dall’eloquente titolo: “France’s client & Qaddafi’s gold”.
E poiché lo scopo di Gheddafi era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi (le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi), ecco svelato il perché dell’immediata mobilitazione di Nicolas Sarkozy – senza neanche una telefonata a Roma – contro la Libia di Gheddafi. Per preservare il potere monetario francese e – perché no – aprire la Cirenaica allo sfruttamento petrolifero della Total, immobilizzando l’Eni.
Il nuovo intervento armato
In una Libia distrutta e virtualmente “facile preda” di un nuovo intervento militare, gli occidentali immaginano adesso di poter imporre una sorta di spartizione in tre diverse sfere di influena, l’una britannica, in Cirenaica, l’altra nel Sahel (Fezzan), francese e con gli italiani in Tripolitania. Con gli Stati Uniti – naturalmente – a fare la supervisione e ad incassare le debite quote di raffinazione del “light”. In questo momento l’unico afflusso ininterrotto di petrolio proviene dall’Eni insediato in Tripolitania. (Nel 2011 i due terzi delle concessioni petrolifere in Libia appartenevano all’Eni che aveva investito somme considerevoli in infrastrutture e impianti di estrazione trattamento e stoccaggio. L’Italia era la principale destinazione del gas e del petrolio libici.
E questo monopolio, o quello che ne rimane, (ça va sans dire) italiano deve finire. Con l’aiuto militare degli italiani (sic).
Di qui le avances dell’ambasciatore Usa a Roma, John R. Phillips che aveva ipotizzato in 5000 i militari italiani da disporre per l’intervento (incursori o lagunari). Avances subito ritirate dallo stesso Phillips dopo le dichiarazioni di “non gradimento” da parte del governo fantoccio di Tripoli e la rapida marcia indietro del governo di Renzi con una sua “nota ufficiosa” che rigettava come illazioni “dei media” ogni piano di intervento sulla “quarta sponda”.
D’altra parte in quel che rimane della Libia operano con le loro trame varie nazioni arabe. L’Egitto, forte dei buoni rapporti con Mosca, che sponsorizza nella “sua” Cirenaica (nel 1943 lo stesso Re Faruk ne aveva chiesto l’annessione a Churchill, dichiarandola territorio nazionale egiziano) il generale Khalifa Haftar; il Qatar che finanzia gli islamisti radicali di Misurata e Tripoli, gli Emirati Arabi Uniti che per rafforzare Tobruk e indebolire Tripoli assoldano i dirigenti dell’Onu (come l’ex mediatore Bernardino Leòn); la Turchia che, in difesa se non in rotta in Siria, re-invia i suoi protetti di al Nusra e Isis dai territori del Daesh a quelli che si affacciano sul Golfo di Sirte.
Per tutte queste fazioni l’obiettivo è il controllo dei campi di estrazione del greggio e la sua distribuzione. In Libia le riserve di petrolio sono il 38% di quelle di tutta l’Africa: l’11% dei consumi europei. Inoltre sono parimenti vaste le riserve di gas.

La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca centrale e del Fondo sovrano libico che sta a Londra dove ha studiato per anni il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla Bp e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani tedeschi e cinesi – gli inglesi “devono” dunque difendere l’asset finanziario dei petrodollari.
La “guerra al Califfato” – così spacciata indirettamente sui media dai vari Hollande e Renzi e Cameron – è solo un pretesto tardivo per mascherare un nuovo intervento palese in un conflitto già in corso da un quinquennio.
Hillary Clinton ieri e oggi
Ed è proprio il “The Libya Gamble”, pubblicato il 27 e 28 febbraio 2016 dal New York Times, e scritto in collaborazione da Scott Shane, corrispondente del Times per i temi sulla sicurezza nazionale, e dal reporter investigativo Jo Becker, a specificare il ruolo di primo piano svolto dalla Clinton nel fomentare questa continua guerra di aggressione alla Libia che ha finora provocato l’uccisione di almeno centomila persone (su 6 milioni di abitanti totali della ex Jamahiria).
Con questo articolo-panegirico, il Times intendeva sostenere la campagna presidenziale della Clinton, descrivendo Hillary – o, meglio: Killary…- come “uno dei candidati presidenziali nella storia moderna più largamente e profondamente qualificati”, e delineandola come un Presidente che “saprebbe usare la potenza militare americana in modo efficace.”
Grazie al suo curriculum criminale.
Leggiamo un altro omaggio del NYT: Hillary Clinton viene descritta come una “studiosa meticolosa e ricercatrice inflessibile”… una “personalità pratica, all’emergenza pronta a improvvisare…” che nel 2011-13 “premeva per un programma segreto di forniture di armamenti alle milizie ribelli”, composte in gran parte da gruppi islamisti, alcuni direttamente collegati con al Qaida. Sempre la Clinton esercitava pressioni per un intervento militare diretto degli Stati Uniti, perché Washington non poteva essere “lasciata indietro”, con il risultato di “avere meno potenzialità di plasmare” l’aggressione tumultuosa per il controllo della Libia e le sue ricchezze petrolifere. Ed è sempre l’ex segretario di Stato che, però, svia le domande sulla guerra da continuare ora con frasi banali sui “libici che hanno preso parte a due elezioni” (con il risultato di due-tre governi in guerra tra loro).
Per amor di verità nel documento-articolo pubblicato dal New York Times viene fatto anche accenno a Charles Kubic, un contrammiraglio a riposo che aveva ricevuto da un ufficiale ai massimi livelli dell’esercito libico la proposta per un cessate il fuoco di 72 ore. Tuttavia Kubic veniva informato dal comando militare degli Stati Uniti di immediatamente troncare i colloqui sulla base di ordini arrivati da ambienti “esterni al Pentagono.”
“La domanda che mi accompagna è, perché non si sono spese 72 ore per dare una possibilità alla pace?”, così Kubic ha riferito al Times. La risposta ovvia è che coloro che avevano promosso l’intervento in Libia, con la Clinton in testa, erano determinati di avere la loro guerra, spinta fino ad una conclusione sanguinosa, per un cambio di regime.
E questo è avvenuto nel mese di ottobre del 2011 con il feroce assassinio-linciaggio di Gheddafi ad opera di “ribelli” islamisti appoggiati dagli USA. Dopo la visione di un video su un BlackBerry di un aiutante del leader libico, che veniva massacrato di percosse e sodomizzato con una baionetta prima di essere ucciso, la Clinton esclamava di gioia “Wow!”
Poi, in modo ignominioso, si rivolgeva verso il giornalista televisivo che la stava intervistando, ed esultava “Siamo arrivati, abbiamo visto, lui è morto!”, ridacchiando e scimmiottando Giulio Cesare e il suo Veni, vidi, vici dopo la straordinaria vittoria riportata il 2 agosto del 47 a.C. contro l’esercito di Farnace a Zela nel Ponto).
Assassinato a fianco di Gheddafi stava il figlio Mutassim, che appena due anni prima era stato accolto calorosamente al Dipartimento di Stato con sorrisi e strette di mano da parte della stessa Hillary Clinton.
Come l’articolo rende evidente, questi crimini sanguinosi sono stati considerati dalla Clinton e dai suoi sostenitori come grano da macinare per la sua campagna presidenziale del 2016. Il suo braccio destro al Dipartimento di Stato pubblicava una nota-memorandum in cui si dimostrava e venivano sottolineate “la leadership/ la padronanza/ la gestione della politica in Libia di questo paese dall’inizio alla fine.”
All’indomani della catastrofe in Libia, l’articolo attribuisce alla Clinton di “spingere per un programma aggressivo statunitense, per armare e addestrare i ribelli siriani nel tentativo di rovesciare il presidente Bashar al-Assad.”
Il documento non riesce, però, a precisare la concreta connessione tra questi due interventi imperialisti: le armi sequestrate dai depositi del governo libico sono state incanalate, insieme con i combattenti islamisti libici, verso la Siria, sotto la supervisione della CIA, che aveva stabilito una stazione segreta a Bengasi insieme ad un’altra nel sud della Turchia.
Dopo le rivalità, le recriminazioni e i dissidi tra l’Agenzia e gli Islamisti sfociati nell’attacco dell’11 settembre 2012 contro le strutture statunitensi a Bengasi, che provocava l’uccisione dell’ambasciatore degli Stati Uniti e di tre addetti alla sicurezza, la Clinton subiva il fuoco di fila dei Repubblicani, non per avere scatenato una guerra illegale, non per avere causato l’assassinio di un leader straniero o per armare al Qaida, ma per un presunto tentativo di “insabbiamento” di questo incidente di Bengasi.
Così Taxlala, sito internet di controinformazione, commenta, concludendo un riassunto delle “strategie” criminali dell’ex segretario di Stato: “Hillary Clinton non dovrebbe essere candidata alla presidenza degli Stati Uniti, ma, nella migliore delle ipotesi, dovrebbe trascorrere il resto della sua esistenza nella cella di un carcere”.

L’incognita: Aisha Gheddafi

Da metà febbraio, dopo il fallimento del cosiddetto governo di “consenso nazionale”, sponsorizzato dall’Occidente e dalla sua Nato, i manovratori che vorrebbero insediare a Roma un nuovo “gabinetto di guerra” per continuare il vergognoso intervento militare in Libia iniziato nel 2011 su sollecitazione Usa (e gestione franco-britannica, con basi d’appoggio in Italia). Hanno un nuovo problema : il ritorno sul campo della Libia di Aisha Gheddafi, la figlia dell’ex leader libico fatto assassinare dalla NATO e dai sicari inviati dall’Occidente.
Dopo quattro anni di silenzio, in una lettera dall’Eritrea, Aisha Gheddafi si è rivolta ai libici perché resistano alla “nuova conquista occidentale” e si dichiarano successori di suo padre “la madre della Libia”. La maggiore tra le tribù libiche, la “Warfalla” di Beni Walid, nella regione di Misurata, ha già accolto l’appello schierandosi con Aisha in favore della ricostituzione della Jamahiria araba e socialista.
E, non a caso, subito si è avuta una riunione d’emergenza della Nato in Olanda sulla questione libica (anche se il nostro presidente del Consiglio, evidentemente non se ne è accorto…).
Anche nella Bbc, qualche dirigente ben connesso con l’MI5 o l’MI6 ha colto l’occasione per rilanciare un servizio fuori palinsesto sul linciaggio e l’assassinio di Gheddafi.
Ma Aisha Gheddafi non è una donna qualunque. Nell’aggressione alla Libia non ha perso soltanto il padre, ma un fratello e un figlio. Figlia favorita di Muammar, studi alla Sorbona, sposata con un cugino, Ahmed al-Gheddafi al-Kashi, già legale nel collegio di difesa di Saddam Hussein, ambasciatrice Onu per combattere fame ed Aids in Africa, musulmana e oggi 39enne, si era rifugiata nell’agosto 2011 in Algeria con i due figli Muhammad e Hannibal dove aveva partorito tre giorni dopo il suo arrivo una bambina. Dopo l’assassinio del padre del 21 ottobre lanciò due videomessaggi al popolo libico. Nuova tappa del suo esilio, l’Oman.
Nel suo nuovo proclama, ricordato che “Gheddafi non è in Libia ma nel cuore dei libici”, ha annunciato di volersi mettere alla guida di un movimento di resistenza contro la NATO e contro i terroristi che devastano il paese. Ha annunciato la costituzione di un Governo clandestino che dirigerà la lotta con cui intende vendicare il padre, il marito, i suoi fratelli assassinati e tutti i martiri del popolo libico.
Quale tenente generale dell’Esercito Aisha aveva già giurato fedeltà alla Jamahiria libica araba e socialista. E ora ha incitato i “fratelli libici” a combattere con il fine di dare un nuovo futuro e un nuovo Governo libero alla Libia.
La figlia di Gheddafi ha accusato le tribù Tuareg di utilizzare la bandiera verde della Jamahiria Libica al solo fine di creare separatismo e cospirazione con il governo a Tobruk.
Aisha Gheddafi ha richiesto ai soldati dell’Esercito libico di prestarle giuramento,riconoscendola come comandante supremo con il fine di restaurare lo Stato.
“Il mio nome mi affida il dovere ed il diritto di essere all’avanguardia di questa guerra per ripristinare l’unità nazionale”.
“Siamo pronti per combattere fino alla morte ed in questa battaglia i terroristi legati ad al-Qaida dovranno affrontare tutta la nazione”, ha affermato, tra l’altro, Aisha Gheddafi. Il proclama, secondo fonti internet prossime ad Aisha Gheddafi, viene in questi giorni distribuito in tutta la Libia in particolare nelle principali città di Tripoli, Tobruk e Bengasi. Le stesse fonti hanno anticipato un prossimo discorso di Aisha Gheddafi su un canale TV non ufficiale.
La notizia del proclama è stata diffusa dalla Tv Russia.

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