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martedì, 8 marzo, 2016

“Via Crucis” di Botero a Roma

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“Bisogna descrivere qualcosa di molto locale, di molto circoscritto, qualcosa che si conosce benissimo, per poter essere compresi da tutti. Io mi sono convinto che devo essere parrocchiale, nel senso profondamente religioso legato alla mia realtà, per poter essere universale”. Questa citazione del pittore colombiano Alessandro Botero sembra cucita su misura per la grande mostra allestita a Roma al Palazzo delle Esposizioni dal 13 febbraio al 1 maggio 2016, dal titolo “Via Crucis. La Passione di Cristo”
È un ciclo di lavori realizzati tra il 2010 e il 2011, composti da 27 olii e 34 opere su carta ed esposti già in numerosi Paesi tra l’America e l’Europa: hanno sostato anche a Palermo prima di approdare nella capitale. Sono dipinti, alcuni di vaste dimensioni, nei quali emerge tutta la tematica presente in Botero fin dalla sua infanzia e gioventù in Colombia, immersa nell’abbondanza d’immagini religiose, tanto nell’ambito pubblico che in quello privato.
L’opera dell’artista, che ha abituato da oltre sessant’anni il suo pubblico ad immagini rubiconde, ove l’abbondanza di forme e la monoliticità figurale nulla tolgono alla armonica poeticità del narrato, offre molteplici livelli di lettura. La sua creatività è un’interpretazione sempre amplificativa, mai semplicemente imitativa, di alcuni dei protagonisti dell’arte occidentale.
Certo è che dopo la morte di Balthus, sublime nella sua astrattezza anoressica e un po’ morbosa, il mondo florido e opulento del pittore e scultore Fernando Botero è l’unico capace di rispecchiare in maniera grottesca e metaforica certe caratteristiche dell’ipertrofica società contemporanea. L’artista per riempire grandi isole di colore dilata la forma, cosicché uomini e paesaggi acquistano dimensioni insolite, apparentemente irreali, dove il dettaglio diventa la massima espressione e i grandi volumi rimangono indisturbati. I personaggi del sudamericano apparentemente “non provano gioia né dolore”, hanno lo sguardo perso nel vuoto e sono immobili, quasi fossero rappresentazioni pietrificate.
“Botero ha costruito sempre mondi sensuali, popolati da esseri colmi di un piacere immenso e felice – si legge nella presentazione – attraverso quell’abbondanza tranquilla e suntuosa delle forme che trova la sua maturità verso la fine degli anni ’70”. C’è qui un crocevia nel quale i ricordi della sua città, del suo Paese, vengono attraversati fortemente da pratiche religiose profondamente radicate nella propria cultura e iconografia.
Le dolci sembianze, le idee e le forme che sembrano così stabili, vengono attraversate da quello sconvolgimento in cui dolore e tragedia si plasmano, impiegando il linguaggio figurativo che caratterizza l’artista colombiano senza abbandonare il suo particolare sguardo deformante.
Un artista è attratto da alcuni tipi di forme senza saperne il motivo. “Prima adotto una posizione per istinto – scrive nei suoi appunti – e solo in un secondo tempo cerco di razionalizzarla o anche di giustificarla”.
Si dovrebbe considerare queste opere in rassegna, nelle quali il drammatico fa la propria incursione, come una nuova dimostrazione in cui si identificano trasformazioni interne che arricchiscono e amplificano il suo lavoro. Il tono ironico viene sostituito dal compassionevole per riflettere intorno alla poesia e al dramma, all’intensità e alla crudeltà della Passione di Cristo.
Nato nell’aprile del 1932, questa mostra è arrivata al cuore di Medellín, città natale di Botero, durante la settimana di Pasqua del 2012, per i festeggiamenti per gli 80 anni di vita dell’artista. Il pittore ha deciso di donare la serie al Museo di Antioquia che, da quel momento, si occupa del suo viaggio per il mondo.

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