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lunedì, 22 febbraio, 2016

La Cenerentola di Rossini all’Opera di Roma

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Il Teatro dell’Opera propone due opere di Rossini, “Cenerentola” e “Il Barbiere di Siviglia”, affidandole a due registi molto diversi l’uno dall’altro, ambedue impegnati nella lettura del mélo secondo una visuale personalissima. E se Il Barbiere ha conosciuto con Davide Livermore un allestimento che tiene conto dei duecento compleanni dell’opera, nata sul palcoscenico del teatro Argentina il 20 febbraio del 1816 in occasione del carnevale, sintetizzandoli in un unicum che tiene conto di tutti i Figaro della storia della musica, questa Cenerentola trova nella regia di Emma Dante un forte motivo di interesse che giustifica i tutto esaurito registrati. Certo, grande merito va alla cifra distintiva di questo allestimento assai lineare basato sull’eleganza e sulla sobrietà dei colori, ai suoi grandi bianchi, alle tinte pastello della parete che chiude il fondo del palcoscenico sulla quale possono aprirsi finestre ad accentuare la vivacità dell’opera, e specialmente alla recitazione imposta ai cantanti divenuti per l’occasione attori. Ma è soprattutto l’eleganza a dare il senso generale di questo spettacolo che sa coniugare una visione moderna dell’allestimento di un’opera buffa con la tradizione, pur così importante, quando si entra negli ambiti del mélo. E non solo, perché Cenerentola è anche una fiaba ed ha inoltre la travolgente musica di Rossini dietro le spalle. Ma Emma Dante, la regista siciliana che orna il proprio lavoro con la luce di scelte intelligenti e meditate, va oltre qui, al Teatro dell’Opera di Roma. Forte di una visione della vita e della donna che deve confrontarsi anche con il suo mondo culturale, introduce nel suo allestimento una varietà di elementi di rottura, di straniamenti che rendono lo spettacolo pieno di stimoli rifacendosi ai codici espressivi al Pop Surrealism, e in particolare ai quadri e alle pitture di Ray Caesar che dichiara di adorare. Intanto c’è un’alternanza continua di chiaroscuri, una convivenza di sogno e orrore, invidie, gelosie, violenze vanno a braccetto con il gioco e le visioni fiabesche di una ragazza che si presenta cantando come un mantra una consolante litania “ Una volta c’era un re che a star solo s’annoiò” , una premonizione che è poi un anticipo dell’happy end finale. C’è tutto l’orrore di un potere assoluto che si esercita soprattutto sulle donne, cui si chiede di anelare alla fuga liberatoria in un matrimonio. Ma anche la conquista dell’agognato status è una lotta feroce e la stessa Cenerentola, dopo il disvelamento della verità, quando cioè saprà che lo scudiero che la fa palpitare è il principe cerca moglie travestito, dovrà affrontare tutte le altre pretendenti amate fino ai denti, con la regista che non discrimina nel gruppo eventuali trans, tutte in scena in abito nuziale, pronte alla cerimonia. Rabbia e delusione si trasformano allora in delirio suicida e la Dante ce le mostra senza pietà stramazzate al suolo.
Lei, Cenerentola, fa parte di quella linea del potere che gestisce la società e si accanisce sulle donne soprattutto, quel potere che permette che un padre, anzi un patrigno, possa determinare liberamente il destino, arrivando persino a legarla con una lunga catena, dopo averla colpita con calci e pugni in parallelo con il temporale che Rossini fa scoppiare con gli strumenti in scena. Perché Angelina, figlia di primo letto di una madre, scomparsa nel grande Nulla, che rimasta vedova cerca conforto fra le braccia di Don Magnifico, scodellandogli due figliole viziate e bruttarelle, dispettose e antipatiche, anch’esse prese dalla frenesia di trovar marito, come Clorinda( Damiana Mizzi) e Tisbe (Annunziata Vestri), non ha diritto nemmeno al nome in quella casa dove non è mai stata considerata figlia o sorella, è diventata Cenerentola e respira la cenere che si è spalmata grigia sugli stracci che la coprono. Sola compagnia bambole meccaniche, simili in tutto a lei, persino nelle vesti, caricate a mano da una chiavetta come i carillon. Bambole e “Bamboli” vivono come proiezioni di tutti i personaggi a simbolizzare la loro incompiutezza, ma anche il buono e il favolistico e persino il comico quando circondano personaggi come le sorellastre, Dandini ( Giorgio Caoduro e, nella prima compagnia l’esperto Vito Priante), lo scudiero travestito da principe e don Magnifico (bravissimo l’esperto Alessandro Corbelli), accompagnato e sostenuto come nelle iconografie che raccontano Bacco e i suoi valletti. I Meccani diventano teneri e innamorati quando in scena sono Angelina e Don Ramiro, il principe. Ci sono molte trovate e omaggi alla Sicilia, nelle piume turchesi dei cappelli dei valletti che somigliano tanto agli elmi piumati dei pupi siciliani, e spezzano il tutto bianco. Il turchese è ripreso nei costumi del principe travestito e di tutti i “bamboli” e nelle lunghe strisce che cadono dalle finestre al momento della festa finale, insieme a pochi tocchi di rosso ( i guanti e le calze) e al verde del vestaglione di “Alidoro” che Ugo Guagliardo apre di scatto con una mossa che ricorda gli impermeabili degli esibizionisti. Il monocromatismo del bianco si ribalta nel nero dei costumi da cerimonia dei protagonisti, neri come i troni reali. I costumi sono firmati da Vanessa Sannino. Sotto il profilo musicale, la Cenerentola si è avvalsa della regia di Alejo Pérez che talvolta ha proposto tempi più rallentati ma non ha corso il rischio di esagerati “accelerandi” spacca voci. I cantanti, della seconda compagnia che abbiamo ascoltato con in testa Giorgio Misseri e José Maria Lo Monaco, mostrano una adeguata preparazione e, pur senza particolari eccellenze, si qualificano ai primi posti nelle cause del successo riportato dall’opera.

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