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sabato, 13 febbraio, 2016

Rossini in grand guignol all’Opera di Roma

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Un monumento dell’opera buffa, nato nella città papalina di due secoli fa, in occasione del “Carnovale”, l’unica festa, retaggio dell’Antica Roma, dove si possono impunemente sovvertire i valori borghesi e ironizzare su tutto, persino sulle famose teste mozzate dai colleghi di Mastro Titta, boia ufficiale o anche giocare su un insuccesso programmato all’apparire in scena al teatro Argentina del “Il barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini, che osava riprendere l‘opera di Beaumarchais e dimenticarsi del celebre napoletano Paisiello che l’aveva preceduto sulle stesse orme. E allora giù con fischi, buuu e schiamazzi mentre innocenti carogne di gatto saettavano nell’aria all’indirizzo dei cantanti miagolanti, come si conveniva ai tenorini di grazia dell’epoca, l’anno di grazia 1816.
Il regista Davide Livermore, chiamato dal Teatro dell’Opera ad omaggiare il genio del pesarese, a duecento anni esatti dalla prima rappresentazione, memore della pregnanza di una tradizione che non può essere ignorata, mette insieme un collage di allestimenti, da quelli più antichi, ai neoclassici, dai Biedermeier ai surrealisti, a quelli d’avanguardia, gioca con il grand guignol, facendo scorrere teste insaponate staccate da un colpo di rasoio (di Figaro?) e rubinetti aperti con sangue rosso vermiglio proiettati sullo sfondo, affidandosi alla ricchezza dei supporti tecnologici della contemporaneità, alla ricerca di nuovi linguaggi per un palcoscenico che vuole essere anche cinematografico e strizza l’occhio a Mel Brook di “Frankenstein Junior”, a tutto quel filone horror/gotico e grottesco che dalle pagine letterarie inglesi è trasvolato e si è imposto con celebri movie da “La piccola bottega degli orrori” di Oz ad “Edward, mani di forbice” di Tim Burton, e a tanto altro ancora. Un’antologia di gag, di trovate, di giochi illusionistici affidati all’eleganza del mago Alexander sollecitano i più informati, pronti ad essere apprezzati con ugual divertimento dal resto del pubblico. Che tuttavia non sa e forse non può raccogliere gli stimoli e si limita a buare e fischiare fin dal primo momento, quando la bacchetta di Donato Renzetti dà il via agli strumenti e, sembra, anche agli schiamazzi. Perché , in verità, nessuno si aspettava quel topaccio di fogna enorme tridimensionale che traversa il palcoscenico da sinistra a destra e viceversa sullo sfondo di un bel palazzo settecentesco, né tutte quelle teste mozzate e quei corpi acefali che si muovono sul palco secondo logiche poco viste in un teatro d’opera. A sbalordire ancor più il pubblico sonnolento delle prime è anche l’impatto con gli straordinari, ridondanti, e pure bellissimi costumi che da soli testimoniano di una accurata scelta espressiva, come il trucco esagerato, le strane parrucche, le scene che dividono in sezioni il palcoscenico e permettono di spiare tutti i dietro le quinte cui dà accesso Livermore.
I costumi da Oscar di Gianluca Falaschi vanno in parallelo perfetto con le scene, la regia e le curatissime luci di Livermore. E mi sembra possano essere considerati fra i più fantasiosi visti in un allestimento lirico, i più creativi, certamente. La messa in scena tutta, malgrado le incomprensioni del pubblico risponde alla logica di “un grande omaggio alla straordinaria tradizione, sedimentazione, che nel corso di questi due secoli è avvenuta su questo titolo che è anche un po’ la summa della grande commedia dell’arte italiana, del modo di fare opera buffa, del modo di fare poi tout court teatro”, come afferma Carlo Fuortes, il sovrintendente del Teatro dell’Opera, soddisfatto di avere proposto due titoli rossiniani – l’altro è Cenerentola curato da Emma Dante- , che hanno fatto registrare il tutto esaurito al botteghino.
Opera dei travestimenti – lo stesso Conte d’Almaviva è di volta in volta Lindoro, un soldato sbevazzante, un maestro di Musica, in linea con i dettami del Carnevale -, il Barbiere mette in scena anche i poderosi crescendo in concertati dalla tecnica perfetta se affidati ad un direttore esperto come Renzetti e a cantanti che hanno appreso la lezione del belcanto e riescono a padroneggiare la materia musicale con proprietà, come la palermitana Chiara Amarù , una Rosina garbata dalla felice emissione, dal bel timbro vocale che ora con studiate morbidezze ora con acuti sfavillanti esplora il suo personaggio di ragazza “docile, rispettosa, obbediente, dolce, amorosa che se la toccano dov’è il suo debole può trasformarsi in vipera”. L’uruguayano Edgardo Rocha, Lindoro/Conte di Almaviva, perfezionatosi a Torino con una masterclass di Blake, accreditato dovunque come una delle migliori leve rossiniane, ricorda assai da vicino certi tenori leggeri del passato, un Luigi Alva, ad esempio, sa recitare e naturalmente i suoi crescendo hanno un sapore d’epoca. In tanto spettacolo spumeggiante di trovate e di luci Figaro, Florian Sampey , appare offuscato, anzi a tratti non solo non risponde alla vivacità del personaggio rossiniano, ma ne risulta una fiacca caricatura. Che dire del don Bartolo di Simone del Savio, costretto a recitare per lo più in carrozzella o del Don Basilio, maestro di musica, interpretato da Ildebrando D’arcangelo, prezioso ed esperto bassbaritono, qui sacrificato dalla gag cinematografica di Mel Brook nel “Frankenstein junior” che gli impone una rumorosa apertura a scatto di braccia e gambe da grande mutilato. In compenso Berta, Eleonora De la Peña ha voce luminosissima e ben proiettata in alto, mentre Ambrogio non esce fuori dal cliché.
Ma, in un’epoca che ha penalizzato la creatività, molte défaillance appaiono peccatucci veniali e per il Teatro il tutto esaurito al botteghino è il più bel trionfo auspicabile.

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