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venerdì, 15 gennaio, 2016

UGL: Sotto il segno del camaleonte

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Riguardo agli ultimi accadimenti in UGL ricordati nell’articolo di Massimo Visconti su L’Ultima Ribattuta (collegamento) non ci sarebbe da sprecare nemmeno una sillaba, tanto è grottesca e vergognosa la vicenda che ha travolto tale sindacato e così piccole, insignificanti e meschinamente camaleontiche appaiono le figure che si agitano sul suo palcoscenico.
La sceneggiata iniziata dalle due fazioni intestine del sindacato in questione, quasi due anni fa, con una lotta senza esclusione di colpi per il potere interno e il controllo delle finanze (non sappiamo ora quali saranno gli sviluppi futuri dopo la resa incondizionata della Ugl 2) ha messo a nudo, anche per i meno dotati di capacità critica, la vera natura di questa organizzazione, che non fa che confermare la “coerenza ideale” dei suoi 65 anni di storia, che non si distingue minimamente da quella degli altri sindacati di apparato nell’avvilente panorama nazionale. Lasciamo, dunque, volentieri il giudizio sulle farsesche imprese dei nostri conducători sindacali e sulla presunta fine in burletta della sua storia alla ridotta di lavoratori rimasti iscritti (non sappiamo ancora per quanto), in attesa del pronunciamento della magistratura (con probabili sorprese) sul caso Giovanni Centrella e compagni.
Vorremmo a questo riguardo aggiungere una postilla all’osservazione fatta dall’estensore dell’articolo sulla fine della storia dell’Ugl, “quella scritta dai padri fondatori della Cisnal nel marzo del 1950, proseguita da uomini discutibili, ma intellettualmente onesti come Roberti e Landi…” etc.
Già: Giuseppe Landi e Gianni Roberti, i due protagonisti della nascita del sindacato destrista CISNAL. Entrambi, non v’è dubbio, persone per bene e rispettabili, ma a nostro giudizio molto discutibili dal punto di vista storico e politico-sindacale.
Landi, classe 1895, non fu mai un fascista a tutto tondo. La sua figura, ben delineata dallo storico Giuseppe Parlato, è quella del classico borghese di provincia che approda al “sindacalismo fascista senza passare attraverso i percorsi usuali dei sindacalisti fascisti: egli non fu, prima del fascismo, né un sindacalista rivoluzionario (come Razza, Panunzio o come A. O. Olivetti) né un socialista massimalista come Rossoni o Capoferri” (Sindacalismo. Dalla Cisnal alla Ugl, 60 anni di storia, a cura di G. Mancini, 2010, p. 54). Naturalmente fu una persona preparata e sindacalmente molto valida nel contesto dell’organizzazione sindacale fascista durante il Ventennio e la sua preziosa esperienza servì alla costruzione e all’organizzazione nel dopoguerra del sindacato CISNAL, cinghia di trasmissione del partito neoconservatore MSI.
La sua concezione sicuramente non rivoluzionaria, né nell’ambito del Fascismo né in quello sindacale, porterà Landi non solo a non aderire alla RSI, bensì anche a cercare contatti sia coll’antifascismo militante (in particolare con il rappresentante del Partito d’Azione, Giulio Bertonelli, che a Genova aveva organizzato il primo comitato dei partiti antifascisti) sia col governo Badoglio, traditore dell’Italia e manutengolo del nemico invasore angloamericano (G. Parlato, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino, 2008, p. 293).
Insomma, un Landi perfettamente coerente con quella che sarà nel dopoguerra la linea politica e sindacale, conservatrice, filo-atlantica, filo-sionista e liberista – nonostante il bluff che possiamo definire ormai storico (in chiave prettamente elettoralistica per pescare voti nella cd. area di destra impropriamente definita “neofascista”) sulla partecipazione e il corporativismo e persino sulla socializzazione (ma solo nei comizi pre-elettorali) – del MSI e della CISNAL.
Pensate che il gioco delle parti in quel partito delle contesse e dei fan dei colonnelli era arrivato a tal punto di mistificazione che Landi e Roberti, agli inizi degli anni ’50, erano considerati nientepopodimeno che rappresentanti della “sinistra” contro la “destra” incarnata da Pino Romualdi. Una “sinistra”,oltremodo sindacale, che però guarda caso supportava lo strabico ragioniere destinato a divenire segretario del partito americano: Arturo Michelini. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
Consideriamo ora l’altro rappresentante dell’ala “sinistra” politico-sindacale: Gianni Roberti. Ex volontario di guerra (mai stato fascista), ex parlamentare MSI, ex segretario CISNAL e suo cofondatore, ex Democrazia Nazionale, brillante giuslavorista, si distingue in particolare per la vergognosa e umiliante dichiarazione del 27 febbraio 1969, un vero e proprio panegirico, in perfetto stile ascaro-coloniale, pronunciata, nella veste di Segretario Generale CISNAL, all’indirizzo del Presidente americano Nixon in visita a Roma:
«Sig. Presidente, mi è gradita l’occasione della sua venuta a Roma per rinnovarle l’assicurazione che i lavoratori della CISNAL apprezzano profondamente i propositi di pace [sic] che sono alla base della sua venuta in Italia e negli altri paesi europei».
Un messaggio che si commenta da solo per il suo servilismo e getta una luce sinistra sulla collocazione politico-ideologica della CISNAL, speculare a quella ributtante filo yankee del MSI.
La durissima contrapposizione tra lavoratori e padronato alla fine degli anni ’60 vide il sindacaticchio destrista sempre dalla parte delle guardie bianche del sistema, un vero puntello dei vari governicchi che si alternavano a palazzo Chigi. Ricordi personali, confermati persino dal libello succitato pubblicato dalla stessa UGL (p. 66), documentano il grado di deriva sociale e di subordinazione alle politiche padronali del sindacato di Roberti:
“Sarà il 1969 un vero anno cruciale quando, sempre secondo Roberti, «il sindacato era, oramai, divenuto un docile strumento della strategia del sindacalismo rosso e, tutto degenerava in odiosi episodi di violenza, sotto il simbolico agitarsi delle bandiere rosse…era in corso una vertenza sindacale per gli aumenti salariali e il rinnovo dei contratti di lavoro. Fu proclamato lo Sciopero Generale, la più grave ed estrema lotta sindacale. La CISNAL si dissociò e non aderì».
Con il 1970 e l’approvazione della legge 300, la CISNAL passò però furbescamente dalla politica di boicottaggio degli scioperi “rossi” all’esaltazione di una legge voluta da quelle sinistre riformiste più il PCI, salvo le frange estreme come ad esempio il PSIUP, che erano state completamente scavalcate sul piano politico. Ma, quella legge, che fu approvata il 20 maggio 1970, il MSI era restio a votarla. Si decise a farlo solo dopo le giuste e ripetute pressioni di Roberti, il quale, da buon giuslavorista e sindacalista navigato, ne conosceva tutti i vantaggi anche per le libertà sindacali. Forse se non ci fossero state quelle pressioni il MSI, in perfetta coerenza colla sua linea politica sfacciatamente reazionaria e filo padronale, avrebbe sicuramente votato contro.
Da ultimo, un pensiero doveroso va alle vittime appartenute alla militanza di base, idealisti in perfetta buona fede, che nel MSI e nella CISNAL furono immolati sull’altare della mostruosa ideologia degli opposti estremismi. Il rispetto per questi caduti deve essere doppio. Primo, perché sono stati ammazzati in modo vile e proditorio, secondo, perché le loro vite furono spezzate proprio a causa della summenzionata strategia criminale varata dai vari governi dell’epoca e abilmente sfruttata dai due poli opposti: MSI e PCI.
Ciò ha comportato il perpetuarsi, sino alla caduta del muro, dell’infame dualismo di Yalta: da una parte il blocco atlantico con i suoi ascari, MSI compreso, dall’altra quello comunista sottomesso all’Urss. Rimane a perenne infamia del personaggio che la pronunciò, l’affermazione del massone Giulio Caradonna (http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/1994/04/18/Politica/MSI-CARADONNA-ACCETTATE-I-MASSONI_171500.php): “è bene che si scontrino sempre giovani di destra e di sinistra per far sì che chi nel mondo di destra non accetta la logica che il nemico sia a sinistra possa così ricredersi”.
Con questa logica il regime partitocratico rimase intatto e il MSI poté dormire sonni tranquilli e continuare a godere dei privilegi parlamentari per lunghissimo tempo fino alla sua provvidenziale decomposizione.
È del 13 gennaio la notizia del sì dell’on. Renata Polverini al matrimonio politico con Denis Verdini, il capo branco dei trasformisti convertitisi al renzismo (http://www.iltempo.it/politica/2016/01/13/polverini-dice-si-a-verdini-in-ala-anche-l-ex-m5s-gambaro-1.1497402).
Una nuova conferma, qualora ce ne fosse ancora bisogno, del robusto trait d’union che suggella la “gloriosa” storia politica e sindacale del destrismo italiota.

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