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giovedì, 14 gennaio, 2016

I Sei Personaggi secondo Gabriele Lavia

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“Manicomio! Manicomio!” , gridavano gli spettatori del Teatro Valle a coprire con gli urlacci il suono dei rari applausi. Lui, Luigi Pirandello, sgattaiolò svelto dal “vicolo dei gatti morti”, ingresso posteriore del Teatro, inseguito dal tintinnio delle monetine lanciate dal pubblico e scomparve alla vista in una provvida carrozzella. Era il maggio del 1921: si rappresentava la prima dei suoi “Sei personaggi in cerca d’autore”, pietra miliare della drammaturgia di tutti i tempi, riflessione sul teatro e sulla irriducibile discordanza fra attore e personaggio, perché non si può ridurre ad un unicum coerente la finzione della realtà che si ribalta in realtà della finzione, come non si può leggere se non come specchio deformante tra realtà e illusione il percorso circolare che va dall’attore al personaggio e poi di nuovo all’attore.
Il pubblico di Parigi, Londra, New York che poco dopo conobbe l’opera, però, le decretò un successo formidabile, che si ripetè quattro anni dopo anche in Italia con la regia dello stesso autore. E che si conferma nei decenni e anche oggi, in questa compiuta messa in scena di Gabriele Lavia, anche protagonista, al Teatro Eliseo. Nella finzione convenzionale del teatro nel teatro, già adottata da Pirandello per altri suoi lavori, come “Il gioco delle parti”, un gruppo di sei personaggi bussa alle porte del teatro mentre una compagnia guidata da un buffo capocomico si appresta a provare: sono il Padre, la Madre, la Figliastra, il Figlio, la Bambina e il Bambino. Vengono a cercare qualcuno che trascriva la loro vicenda permettendo loro quindi la sia pur effimera vita di una rappresentazione. Loro incarnano un ventaglio di sentimenti forti e compiuti dove l’odio si mescola al disprezzo, la vendetta si erge con sovrana potenza, la rabbia esplode incontrollabile e il dolore diventa eterna gramaglia nelle vesti della Madre ferita dalla perdita appena subita dell’uomo che ama e dalla tragica morte dei due bambini, la piccola annegata in una vasca, il bambino suicida. Mentre l’amore è lontano, ombreggiato in un passato precedente quando la Madre,adultera, abbandonò il Padre, per vivere la sua passione.
In un palco in fieri, dove si accatastano oggetti vari che suggeriscono quel senso di provvisorio di un luogo dove sta per nascere una rappresentazione, si erge la scena tutto sommato sobria ma imponente di Alessandro Camera, con un sipario trasversale posto alla belle e meglio, e pochi attrezzi: fondali, qualche paravento, due attaccapanni sui quali fanno bella mostra i cappelli delle attrici in perfetta armonia con i costumi color crema che ripropongono la moda borghese degli anni ’20, creati da Andrea Viotti. Questi gli immobili protagonisti che supportano le due ore e passa di spettacolo con Lavia e il suo nutrito cast, ben 21 attori disseminati tra palco e platea, quest’ultima chiamata a collaborare alla illusione teatrale. Lavia attore segue le proprie scelte registiche, accostando il capolavoro teatrale assoluto di tutti i tempi e culture ( così viene universalmente considerato il testo ) con cura filologica, arrivando a proporre la propria voce fuori campo che legge le didascalie scritte dal drammaturgo e “pensando” per i personaggi una camminata a ginocchio rigido come le marionette dei pupari siciliani della saga dei paladini di Francia, ad accentuare la loro consistenza di stereotipi alla quale non possono ribellarsi perché pensati semplicemente così. Come stereotipi, come caratteri, sono privi di ogni flessibilità, dunque non possono essere comunicati da attori chiusi nei limiti tassativi della loro professionalità, né essere interpretati, proprio perché in sé compiuti. Gabriele Lavia raggiunge vette espressive nel ruolo del Padre e lì si installa, a rappresentare il benpensante borghese, severo e fariseo, sul quale fa aleggiare il sospetto di incesto e di pedofilia, che deve fare i conti con un masochistico senso di colpa appena dilavato dai suoi toni piagnucolosi, ma che non disdegna l’amore prezzolato delle ragazze di Madame Pace, la grottesca italo-spagnola tenutaria di un segreto bordello per la classe di mezzo . Ora, soprattutto, che ha rinunziato alla moglie adultera, divenuta la Madre, una prefica che anticipa nelle gramaglie il proprio tragico destino di protagonista inconsolabile in attesa della tragedia che si dovrà compiere. Personaggio ben gestito da Rosy Bonfiglio. In una dialettica dolorosa connotata dalla rabbia più scatenata vive la Figliastra indossata da Lucia Lavia con una passionalità a fortissime tinte, che dà la misura del temperamento dell’attrice. Nel ruolo grottesco del capo comico, il bravo e duttile Carlo Sciaccaluga. Adeguato alla qualità dell’allestimento, che ha le musiche di scena di Giordano Corapi, il resto della compagnia.

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