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sabato, 25 aprile, 2015

Canto di amore e di morte nelle azzurrità del Nilo

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Teatro dell’Opera – Aida diretta da Jader Bignamini con la regia di van Hoecke

Teatro dell’Opera – Aida diretta da Jader Bignamini con la regia di van Hoecke

Mettere d’accordo i melomani, trovare il trait d’union fra i nostalgici dei grandi allestimenti del passato con le scene roboanti di cartapesta, la profusione degli ori e la celebrata marcia trionfale con schiere di elefanti  che invadono la scena, assieme a tutti gli stereotipi che si sono accumulati in decenni e decenni e i fautori del nuovo, anzi del nuovissimo, all’insegna del minimalismo più esasperato, con palcoscenici nudi, alla ricerca della scena ideale, la più astratta e simbolica, economica, flessibile e  intercambiabile, pronta a mostrare tutti i logoi di qualsivoglia spettacolo rappresentato.  A lungo è sembrata una mission impossibile, fin quando il Teatro dell’Opera non ha chiesto a Micha van Hoecke di allestire un’Aida, opera scelta per il cartellone del lirico della capitale dal Maestro Muti, prima del suo allontanamento dal  Teatro. La messa in scena è affidata a due elementi mobili, due semplici  scale, che opportunamente spostati, danno conto e rappresentazione altamente simbolica della sala del trono del Faraone, del tempio dove Amneris va a pregare la dea alla vigilia delle nozze, della tomba che imprigiona a morte Radames e Aida nel finale. Eppure il palcoscenico risulta elegantemente vestito delle luci di Vinicio Cheli, mai così belle ed espressive, personaggio esse stesse con le variazioni dal blu, al turchese, all’ocra, in esse sfilano preziosi costumi di scena ( curatissimi assieme agli elementi mobili da Carlo Savi). Il palcoscenico è vestito anche delle coreografie astratte e vagamente di stile egizio dello stesso Micha van Hoecke insigne coreografo di livello internazionale, attualmente a capo del Corpo di Ballo del Teatro stesso. Regista raffinato, egli aveva dato già prova di alta classe con una edizione del Macbeth al Pala de André di Ravenna per il Festival di Cristina Mazzavillani Muti, anche allora all’insegna dell’eliminazione del superfluo. In un contesto che chiede solo l’essenziale come quello proposto, per forza di cose assume un rilievo tutto particolare la recitazione, con i cantanti trasformati in attori che riescono a mostrare appieno, senza scivoloni espressionistici, la complessità e l’universalità dei sentimenti e le loro modulazioni, l’amore, la gelosia, il senso dell’onore, l’amor di patria, il tradimento, la necessità avvertita di espiare accettando la pena di  morte comminata dai sacerdoti. Perché se al centro della vicenda c’è l’amore di Aida, schiava etiope arrivata alla reggia dei faraoni come bottino di guerra, per il generale Radames, l’uomo più in vista fra i combattenti  alla difesa dei sacri confini dell’Egitto, e la gelosia di Amneris, figlia del Faraone, anch’ella innamorata di lui, altrettanto fondamentale è l’elemento di contorno: la guerra, la vittoria del generale sui ribelli minacciosi condotti dall’indomito re Amonasro, padre di Aida. Così come determinante è la casta dei sacerdoti, messa in luce dal libretto di Antonio Ghislanzoni, scritto con la consulenza del celebre egittologo Auguste Mariette, cui la musica di Verdi dona la ieratica dignità del ruolo.
Data l’importanza della recitazione in questo allestimento, l’elemento umano era fondamentale. Quindi non più solo alle voci è stato demandato il compito di reggere le sorti dello spettacolo, piuttosto alla capacità degli artisti di rendere drammaturgicamente i personaggi. Terreno facilmente percorso dalla bella e brava Amneris di Anita Rachvelishvili, voce profonda, dalle perfette modulazioni, altera nel difendere il suo ruolo di donna di schiatta superiore,vestita di azzurro e turchese, Amneris, artista di temperamento, condensa su di sé un’autorevolezza cui dà ancor più prestigio la voce calda e pastosa, il suo incedere elegante, la capacità di reggere contemporaneamente personaggio e palcoscenico, tigre pronta a difendere il suo territorio sentimentale, dolce e seduttiva con lui, disposta a intercedere per la sua salvezza, sia pure a costo di schierarsi contro la casta sacerdotale, simbolo primo del potere  come si conviene a chi amministra le “cose” segrete del dopo morte. Contro di lei, giustapposta( così appare d apertura di sipario) , Aida,  Csilla Boross, che non è certo la fiera etiope prigioniera dei nemici egizi, che tuttavia le riconoscono il ruolo di ancella reale, ma la sua forza, la tenacia, la ferrea volontà, sono qualità messe al servizio di un sentimento d’amore talmente alto e penetrante da farle deliberare di condividere la sorte di Radames, il prode guerriero che ella stessa ha tuttavia contribuito a trascinare alla rovina chiedendogli di rivelare il percorso delle truppe pronte ad una nuova guerra contro il suo popolo. Un’Aida più sommessa e femminile, Eva contro Lilith/Amneris, insomma, che non cerca sommità espressive, un buon ceto medio alto vocale che emoziona anche perché si esibisce  in un contesto  che più favorevole non si può. Lei, scelta da Muti per molte opere verdiane, lei con bellissime mezze voci, con l’attenzione dl pubblico tutta concentrata sul canto. E il guerriero? Fabio Sartori, tenore dallo squillo verdiano, costruisce un Radames virtuoso, dedito al sentimento per la donna, per la patria. Uomo accorato, che vuole pagare con la vita l’involontario tradimento. Già fin dal “Celeste Aida” si individua  un’arte del canto che poggia le sue più alte qualità sullo studio, sulla espressività, sul bel fraseggio e da’  conto del suo successo con direttori come Muti, Mehta e Barenboim, fra gli altri. Attorno ai tre personaggi, si segnalano il Re di Luca Dall’Amico, Amonasro di Giovanni Meoni, il Ramfis di Roberto Tagliavini. Tutti sono coordinati dalla bacchetta di Jader Bignamini, al suo doppio debutto a Roma e sul podio di Aida, ma già quasi in vetta nel giudizio complessivo di miglior concertatore verdiano della nuova generazione. Ancora una volta, un plauso fuori contesto al Coro, educato da Roberto Gabbiani  e all’Orchestra.

 

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