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venerdì, 11 dicembre, 2015

La Francia al ballottaggio

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I risultati delle elezioni francesi al primo turno sono noti. Il Front National è il primo partito, in testa in 6 regioni su 13; o, meglio, in 6 regioni su 12, considerando che nella tredicesima – la Corsica – le elezioni sono quasi un affare interno fra una miriade di liste regionali.
Naturalmente, è iniziata sùbito la campagna per sminuire la portata di questo risultato. I più fantasiosi si dimostrano i socialisti del primo ministro Manuel Valls, responsabile principale della identificazione di quel partito con una deriva europeista e immigrazionista che non viene accettata dai francesi.
Contrariamente a quanto da molti sostenuto, infatti, la tragedia del Bataclan non ha influito che in piccola parte sul successo del Front National, il quale non è diventato il primo partito francese, ma si è confermato il primo partito francese. Era già successo nelle elezioni europee del 2014 (24%) e nelle elezioni dipartimentali di pochi mesi fa (25%); adesso ha toccato il 28%, e si prepara a crescere ancòra. Più questa caricatura di Europa si ostinerà ad imporre i suoi disvalori (globalizzazione economica e immigrazionismo in primis), più aumenteranno i consensi per il partito di Marine Le Pen in Francia. Così come, in tutta l’Unione, aumenteranno i consensi per le forze nazionaliste, populiste, antieuropeiste e antiimmigrazioniste.
Adesso ci sarà un supplemento di tensione per il ballottaggio. Due faccia a faccia, 10 triangolari, una quadrangolare: così la Francia si gioca domenica i governi regionali. Se i sondaggi – ma si tratta di sondaggi pilotati – danno per scontato un risultato che regalerebbe alla destra di Sarkozy (i republicains) le regioni dove al primo turno ha trionfato il Fn grazie alla desistenza socialista, fatto sta che Marine Le Pen, con ogni probabilità riuscirà ad essere eletta nel nord e come ha dichiarato le stessa “rovinerò la vita al governo ogni minuto di ogni giorno, sentiranno parlare di me” e della “jungla” dei migranti di Calais: “chi la risolve quella situazione? – ha tuonato – non lascerò al governo un minuto di tranquillità”.
Tuttavia, quali che possano essere i risultati del secondo turno, l’attenzione di tutti è fin da ora rivolta alle elezioni presidenziali del 2017. L’ipotesi di una vittoria della Le Pen non è più fantascienza, ma incomincia ad assumere contorni sempre più netti e – per alcuni – sempre più preoccupanti. È uno scenario che spaventa i teorizzatori iperliberisti della finanza usuraia e i commessi locali delle banche americane, coloro che ci hanno imposto la macelleria sociale di Maastricht, la riforma delle pensioni, i licenziamenti di massa e la rapina delle privatizzazioni. Così come spaventa gli assertori di un’Europa “senza muri”, aperta, anzi spalancata all’invasione migratoria, e con essa – fatalmente – all’islamizzazione strisciante ed al terrorismo montante.
Ci si prepara, dunque – con timore da una parte, con speranza dall’altra – all’appuntamento del 2017 con le presidenziali francesi. E, con esse, ad un altro grande appuntamento elettorale dello stesso anno: quello del referendum popolare con cui gli inglesi saranno chiamati a pronunziarsi circa la permanenza o l’uscita dall’Unione Europea. Anche in Inghilterra è in prepotente ascesa una formazione nazionalpopolare, contraria all’Unione Europea e all’invasione migratoria. È l’UKIP (Partito per l’Indipenza del Regno Unito) di Nigel Farage, primo partito britannico alle elezioni europee del 2014 (27,5%), arginato alle successive consultazioni politiche soltanto perché penalizzato da un’assurda legge elettorale (23 %), ma già nuovamente in crescita (ha vinto le elezioni suppletive svoltesi un mese dopo nel Kent).
Il referendum inglese è, dunque, l’altro banco di prova per la sopravvivenza di un’Unione Europea che oramai scricchiola da tutti i lati, con una moneta unica che ogni giorno di più si palesa come un’invenzione da laboratorio, con una dipendenza masochistica dagli interessi americani (TTIP, sanzioni alla Russia, eccetera), con l’utopia di Schengen franata sotto l’impeto di un’invasione minacciosa, con un terrorismo che ingrassa all’ombra dello ius soli e dell’accoglienza bergogliana.
E in Italia? In Italia si voterà l’anno seguente – il 2018 – e le ripercussioni del voto francese ed inglese saranno inevitabili. Con buona pace degli inventori di una “ripartenza” inesistente, dei populisti dimezzati del grillismo (hanno votato per l’abolizione del reato di immigrazione clandestina e si sono astenuti sullo ius soli), ed anche – si metta il cuore in pace – di un Berlusconi che ancora si gingilla con l’unione dei moderati e con lo zerbinismo filoamericano.
Il risultato delle elezioni francesi, infatti, segna inevitabilmente la sconfitta dell’unione dei moderati di Sarkozy, e con essa – in prospettiva – di tutte le consimili combriccole europee, dei vari “centro-destra uniti”, delle varie appendici di un ottocentesco Partito Popolare Europeo, dei vari conglomerati conservatori o pseudo tali. Ma quali conservatori… Che cosa c’è più da conservare in questa Europa antieuropea, in questa Europa della miseria e della disoccupazione, in questa Europa disperata che marcia verso il punto di non ritorno?
Anche in Italia – piaccia o non piaccia – il futuro appartiene ad un Fronte della Nazione, la cui nascita è nella logica delle cose. È un partito che fatalmente aggregherà ambienti di provenienza anche assai diversa. Perché una grande forza nazionalpopolare in fieri non si rivolge – come sostengono i detrattori – all’estrema destra; ma – come ama dire Marine Le Pen – «a tutti i patrioti, di destra e di sinistra». Perché gli interessi nazionali non sono di destra o di sinistra, ma sono di tutti. Anche di chi non se ne rende conto e si crogiola ancòra nel clima rassicurante e datato dell’antifascismo e/o dell’anticomunismo.
Fascismo e comunismo non ci sono più. C’è la Goldman Sachs.

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