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mercoledì, 2 dicembre, 2015

Santa Cecilia: quel vagar romantico

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Il tema del programma settimanale dell’Accademia di Santa Cecilia per la direzione di Vasily Petrenko si svolge lungo due direttive. Il travisamento e il viaggio, con tappe a ritroso nella memoria, come nella “Symphonie Espagnole” di Lalo, o semplicemente come esplorazione, nel “Manfred” di Ciaikovskij. Per quel vagare che spinge i nobili amanti a diventare wanderer, viaggiatori in cerca di qualcosa che li motivi, inconsapevoli che a muoverli è proprio la ricerca, la quête. In quegli anni, che si avviavano rapidamente a sigillare un secolo, era nell’aria quell’idea di viaggiatore dell’anima che si riveste dei colori contrastanti del romanticismo con la sua idea di amore totalizzante e impossibile, ombreggiato dalla tristezza malinconica in connubio con un tedium vitae nuovo. Questo vagare poetico cercava la pace come meta attraverso l’esplorazione di una mitologia di eroi sorti dalle profondità del peccato, simboli di un soprannaturale incombente e dionisiaco.
Coevi, ma tanto distanti, seppure accomunati da una profonda e similare sensibilità Lalo e Ciaikovskij, i due musicisti in programma.
Edouard-Victoire-Antoine Lalo, ovvero eleganza formale, pacatezza, persino ingenuità nel trattare una materia incandescente e lussureggiante di suoni come la musica spagnola. Quasi una contraddizione in terminis una Spagna senza oleografia. Il “romantico” Lalo, nato a Lille ma vissuto nel mileu parigino, dopo un apprentissage con il violoncellista Baumann, che aveva avuto la ventura di suonare le Sinfonie di Beethoven sotto la direzione dello stesso autore, entra come violinista nel Quartetto Armingaud, e compone alla maniera classica secondo le linee tematiche della grande musica tedesca. Poi si lascia vincere da una sorta di depressione che lo costringe a gettare alle ortiche molte pagine grondanti di note. Dopo un matrimonio ben assortito con una cantante lirica, un contralto, Lalo conobbe una rinascita che si tradusse nella consapevolezza di doversi adeguare alle modifiche strutturali nel gusto che lo spinse a fondare assieme a colleghi la Société Nationale, un’istituzione che si proponeva di difendere l’autenticità della musica francese. E proprio lui, immigrato di seconda generazione con genitori spagnoli, sentì spalancarsi un universo di stimoli compositivi che lo portarono in una ventina d’anni, a partire dal 1872, a praticare vari generi, dalla sinfonica all’opera lirica, al balletto, suscitando l’ammirazione di colleghi come Debussy. La Symphonie Espagnole del 1873 è l’espressione più faconda del periodo, ma anche la più insolita. Intanto, l’opera è in cinque tempi, i quattro regolamentari più un intermezzo, ma la presenza preponderante del violino solista ne fa piuttosto un concerto. Ed ecco sul palcoscenico della Sala Grande del Parco della Musica Ray Chen, valente violinista nato a Taiwan e cresciuto nel milieu australiano, vincitore del prestigioso concorso Yehudi Menuhin, per la prima volta nel concerti dell’Accademia, che suona uno Stradivari Joachim del 1715. Un violinista eclettico che ha coniugato le sonorità spagnoleggianti di Lalo con il Capriccio n. 21 di Paganini e un Rondò di Bach, due bis che illustrano l’ampio spettro espressivo sul quale sa giocare.
Anche “Manfred”, ovvero la Sinfonia op.58, in realtà,obbedisce alle regole piuttosto di un Poema Sinfonico, di una musica a programma. Sostenuta dal poema di Byron, da cui prende le mosse, l’opera narra del giovane che vaga per le Alpi con l’ombra traslucida di Astarte, l’amatissima e perduta sorella, evanescente come la dea della bellezza, di cui porta il nome, a fargli compagnia e ricorre a tutti i mezzi, comprese le scienze occulte per trovare conforto. E durante il vagare incontra la Fata delle Alpi, che ha intessuto la sua essenza nei sette colori dell’arcobaleno, fluttuante di pura luce sull’acqua fresca zampillante da una roccia. La presenza della dolce creatura simbolo di bellezza assoluta, crea un’atmosfera pastorale punteggiata da un senso di pace purificata tra i montanari. Per poco, l’animo cerca un altrove indefinibile e non si arresta di fronte al pauroso Baccanale nel palazzo sotterraneo dello spirito del male, quel diavolo del panorama infernale persiano che risponde al nome di Arimane. Qui, Manfred può invocare l’ombra dell’amata Astarte, che quasi mossa da terrena pietà gli predice la pace definitiva della morte.
Raccontata con vera ricchezza di materiale tematico e con grande varietà di linguaggio melodico, perfettamente in linea con lo stile creativo del compositore, l’opera, al suo primo apparire, fu salutata come un capolavoro anche se non mancarono e non mancano tuttora detrattori che ritengono le convulse e febbrili pagine con le atmosfere orrorose del sabba sottolineate da vigore plastico dove esplode intero il virtuosismo orchestrale di Ciaikovskij. tanto sovraccariche di effetti da dare una connotazione enfatica a tutta la Sinfonia. Ma avevano colpito anche quel tema appassionato e dolente di Manfred che si snoda per tutto il percorso della Sinfonia, a partire dall’inizio, così come il tema di Astarte, soffuso di lirismo, dolce e malinconico ad un tempo, carezzevole, ripreso dai violini. Nell’edizione che abbiamo ascoltato, l’impegno delle direzione è stato sostenuto brillantemente da Vasily Petrenko, direttore giovane e perfettamente inserito nello star system mondiale, che ha potuto disporre di un’orchestra ormai a livelli magistrali sotto la guida di Sir Antonio Pappano.

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