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mercoledì, 2 dicembre, 2015

Eurosuicidio

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Le immagini della carneficina di Parigi, con tanto di spari, urla, fughe , pirotecnici interventi della polizia e, dulcis in fundo, esponenti del gentil sesso appese alle finestre, vengono ossessivamente trasmesse e ritrasmesse in tivvù, quasi a voler amplificare paure, fobie e nevrosi di una società occidentale debole e malaticcia, la cui unica risposta a tanto orrore, sembra essere l’improvvisare coretti con la Marsigliese e tanta, tanta solidarietà a buon mercato. Ora, versata a profusione dalle stucchevoli parole dei politicanti lib-lab di turno, ora, addirittura, esaltata e ribadita con forza dai politicanti di mezza Europa. Certo, è facile ed ipocrita piangere sul latte versato, in ispecial modo quando, sino ad un istante prima, la Francia faceva parte dell’allegro consesso dei finanziatori delle varie ISIS e compagnia bella, composto da USA, Gran Bretagna, Turchia, Arabia Saudita, Qatar, Oman (Israele?) e chissà quanti altri, tutti aficionados delle cazzate sull’export della democrazia urbi et orbi, costi quel che costi. Ed ecco là i bei risultati. L’ISIS ripaga con legnate e calci, le carezze e le ammuine dei viscidi occidentali. Certo, forse ora le cose non sono andate proprio come Lor Signori avrebbero voluto. Quelli dell’ISIS hanno agito con troppa intraprendenza, alimentando un fracasso che ha portato a conseguenze inaspettate, come quella di vedere quella Russia che, sino a poco fa, sembrava destinata all’ostracismo politico occidentocentrico, ora, di nuovo in sella, animata da un inaspettato protagonismo, lì a guidare la partita contro il Califfo, alla faccia del disappunto di Obama e compagnia bella. Ma, purtroppo per noi, non è certo con i bombardamenti della coalizione anti ISIS, che si risolve un ben più vasto problema, né con le draconiane misure securitarie che, da giorni, i vari Hollande vanno preannunciando. Il problema sta a monte, nella natura del sistema che condiziona ed ispira pesantemente il quadro internazionale nel suo complesso e cioè il liberismo globale. Senza capire questo dato, non si può capire tutto il resto, ed anzi, si rimane incastrati in un’autolesionistica e limitante logica di botta e risposta, che tanto fa comodo a chi, da dietro le quinte, muove le fila dell’intero scenario. Ieri era il momento del rimpianto urlato ai quattro venti; ieri l’altro era il momento del “laissez faire” buonista e solidarista; oggi è il momento della guerra “solidale”a tutti i costi, contro i cattivacci di turno, oggi nei panni delle marionette dell’ISIS. Ma la guerra di chi e contro chi? E perché solo ora e non prima? E poi siamo sicuri che tutto questo basti, o andrebbe aggiunto qualche altro importante tassello a questo complesso mosaico? A costo di ripeterci per l’ennesima volta, vanno sottolineate alcune linee guida base, per meglio districarsi ed orientarsi nella questione. Anzitutto, tornando al fatto a cui abbiamo già accennato, che oggi lo sanno anche i muri che, fenomeni tipo l’ISIS oggi ed Al Qaida ieri, assieme a tutta una trafila di sigle del genere, hanno sinora goduto della generosa sponsorizzazione dei vari paesi occidentali (USA, Gran Bretagna, Francia, etc.) o “occidentocentrici”che dir si voglia (Turchia, Pakistan, Paesi del Golfo, etc.), va sottolineato che tale sostegno, è stato fondamentalmente elargito in virtù di due direttrici: da una parte in un’ottica di “divide et impera” all’interno del mondo islamico, tenuto conto delle fibrillazioni dei suoi vari contesti geostrategici (per spaccare il nazionalismo palestinese, per minare il nazionalismo panarabo in Egitto e, alimentando i gruppi sunniti, nell’ Iraq “liberato”, per esempio, al fine di contrastare l’espansionismo dell’ Iran sciita), dall’altra come vera e propria punta di lancia nell’azione di contrasto diretto ai vari nemici del momento (contro l’URSS in Afghanistan, contro la Serbia in Bosnia e Kosovo ed ora, al fine di scalzare definitivamente gli ultimi bastioni di socialismo nazionale del contesto mediorientale, in Siria e Libia). Questi ultimi interventi, accompagnati dalla malagestione americana dell’instabilità del ginepraio iracheno, hanno portato a sviluppi che non si sono solo limitati al piano del contenimento diretto o indiretto di un “competitor” geopolitico, ma hanno avuto come risultato la creazione di una vera e propria realtà statuale autonoma, in sostituzione dell’ Afghanistan talebano che, oramai invaso dalla coalizione ONU, a causa delle proprie profonde divisioni tribali, rimaneva comunque un contesto profondamente instabile, caratterizzato da una notevole volubilità delle alleanze politico militari. Il Califfato, l’ISIS è, invece, compatto, sotto la guida degli “iracheni” di Al Baghdadi, attorno a cui ruotano tutta una serie di sigle dell’integralismo sunnita. Inoltre, la strana quiescenza e la non incisività dell’azione militare occidentale, protrattesi sino ad ora e l’atteggiamento di visibile irritazione degli USA di fronte al nuovo protagonismo militare di Mosca, ci fanno capire che l’ISIS ed i suoi attacchi, fanno comodo, eccome. Ordo ab Chaos. Una sigla, composta di due termini che, nella loro romana semplicità, ci riportano alla mai abbandonata pratica Cia-USA-Poteri Forti, di destabilizzare ed impaurire, al fine di consolidare il proprio potere planetario. In questo caso, il ricatto psicologico pone il cittadino comune di fronte alla via senza uscita, rappresentata ancora una volta, dalla scelta unilaterale del modello liberal-liberista globale, in alternativa al quale, regnano solo caos, terrore ed oscurantismo. Oltretutto, da un punto di vista prettamente ideologico, l’ISIS rappresenta un perfetto “sparring partner” ideologico per gli occidentali; esso si fa latore di una visione globale ed unilaterale dell’esistenza, quanto quella occidentale. In suo nome si distrugge e si sradica qualsiasi tipo di particolarismo etnico o culturale, che dir si voglia (vedi la persecuzione contro i Curdi e le distruzioni delle vestigia afghane di Bamyan, di quelle mesopotamiche in Iraq ed alfine, il vergognoso spettacolo di Palmira, etc., sic!), riportando, in tal modo, l’intera umanità di fronte alla inequivocabile scelta tra due visioni, nel loro universalismo, egualmente livellatrici ed alienanti. Arrivati a questo punto sarà, però, doveroso riallacciarsi ad un altro discorso, la cui portata abbraccia per intero quanto sin qui detto. Il problema dell’invasione migratoria ha messo in risalto il complesso rapporto tra fedi e culture differenti, dando luogo ad un confuso e quanto mai malinteso anti-islamismo. Qui la fede islamica viene frettolosamente confusa con l’ignoranza di masse terzomondiste che, abbrutite da decenni di occupazione economica e culturale occidentale, dell’Islam hanno fatto la chiave di volta per una forma di malinteso riscatto politico e sociale, travisandone ed adulterandone il messaggio, in un modo più che evidente. A ben vedere, la religione islamica si pone, all’interno del contesto monoteista, quale momento finale di una vicenda che, addirittura, in filosofi greci come Platone ed Aristotele, passando attraverso figure come Abramo, Mosè, Maria (Maryam), Cristo (il Profeta Issa, sic!), riconosce i propri precursori. Senza contare il debito culturale con la Gnosi ed il Neoplatonismo, l’influenza dei quali, permea l’intera impostazione del pensiero islamico. Se di problema insito alla dottrina, di natura prettamente teologica si può parlare, legato al conflitto tra il letteralismo sunnita e l’eterodossia di taluni tra sunniti e sciiti, allora il problema non riguarda più solo l’Islam, ma l’intera impostazione di pensiero monoteista. Nel suo sorgere, come forma di assoluta semplificazione del pensiero teologico, (nell’Ebraismo si passerà da una primigenia forma di monolatria, riguardante il Dio del fuoco Jhvau, al vero e proprio monoteismo di Jahvè, sic!) di fronte ad una politeistica profusione delle forme del divino, che rischia di trascendere nella confusione e nell’agnosticismo, il monoteismo compie un’operazione di “reductio ad unum”, che finisce con il travolgere ed omologare a sé qualunque aspetto della realtà che ad esso non sia conforme, spalancando così, de facto, la strada alla attuale fase di Globalizzazione. “Un unico Re in Cielo ed un unico Re in terra”, così profferiva profeticamente l’imperatore romano Caracalla, pensando di fare cosa assai astuta, nell’andare ad impossessarsi delle categorie del pensiero monoteista. Tutto questo, ci riporta ad uno tra gli aspetti più pregnanti ingenerati dalla Globalizzazione e cioè il rapporto tra la Comunità-Stato ed una Religiosità totalizzante nel suo porsi, quale quella rappresentata dai tre Monoteismi. Rimanendo nel solco di un’impostazione occidentale più confacente alla nostra tradizione, che prende le mosse proprio dalla civiltà greco romana, la religione dovrebbe venire a far parte dello “ius publicum”, laddove lo Stato verrebbe a porsi su un superiore piano normativo, nel ruolo di vero e proprio garante ed ispiratore etico del sentire religioso, evitando, in tal modo, sovrapposizioni e confusioni di piani che, oggidì potrebbero rivelarsi esiziali per la tenuta spirituale di una intera civiltà. Ma, tornando alla questione di base, questo discorso non ha alcun senso, se lo scettro del primato continua a detenerlo il potere economico-finanziario, facendo proprie quelle che dovrebbero essere le prerogative dello Stato. La soluzione a tutta questa complessa questione, sta nel riappropriarsi del nostro diritto a decidere di ciò che ci appartiene per diritto naturale e cioè la gestione della res publica in tutti i suoi aspetti, ora invece delegata a persone legate a doppio filo al ceto finanziario globale. Quella qui indicata, è una prospettiva di non facile portata, visto che oggi ci ritroviamo legati mani e piedi a tutta una serie di obblighi, lacci e lacciuoli di natura economica, politica ed istituzionale supportati da una poderosa grancassa mediatica, che non facilita certo il sorgere e lo svilupparsi di una presa di coscienza antagonista, se non ad un livello puramente epidermico, relegando quella stessa basale ricerca di nuove sintesi di pensiero metapolitico (senza le quali non si svilupperà mai alcuna concreta ed incisiva azione politica), ad un fatto meramente individuale e slegato da un qualsiasi più ampio contesto. Potrà sembrare cinismo allo stato più puro ma, i recenti attentati di Parigi potrebbero, in qualche modo favorire quanto qui auspicato. Essi, in qualche modo, rappresentano il fallimento conclamato del progetto buonista e mondialista di un’Europa multietnica e multiculturale ed anzi, dovrebbero costituire un’imperdibile occasione per qualunque movimento politico antagonista, per scatenare una vera e propria “tempesta” mediatica contro il Sistema, iniziando proprio là dove esso è ora più debole, ovvero quell’accoglienza ai “migranti” che oggidì, rappresenta una cospicua fonte di lucro per il ceto politico finanziario europeo. Il richiedere a gran voce l’espulsione e la revoca dei permessi di lavoro, per gran parte dei migranti oggi presenti in Italia ed in Europa, potrebbe rappresentare una imperdibile occasione di rendita politica, giustificata dalla paura di attentati e dalla conclamata incompatibilità culturale tra le comunità di allogeni e gli europei. Ad oggi, però, in Francia, a parte i pietosi coretti della Marsigliese, non si è registrato nessun significativo evento iniziativa, nel senso che abbiamo indicato. L’intera Europa è attraversata da tremolii di gambe e da ipocriti piagnistei, a cui fanno unicamente seguito degli odiosi provvedimenti di tipo securitario che, anziché tutelare i cittadini europei, ne limitano vistosamente le libertà fondamentali, proprio in ossequio a quanto auspicato dal piano Ordo ab Chaos. Il Califfato (almeno nelle intenzioni propalate ufficialmente) si muove nell’ambito di una logica feroce e settaria ma, vivaddio, con un ben preciso intento, ovverosia quello della costituzione di uno stato universale islamico, ponendo fine alle nazioni, così come le abbiamo sinora intese. Questa dovrebbe costituire per gli europei un’occasione irripetibile per farla finita con il Nuovo Ordine Globale e con i suoi vari califfati, quello di Washington in primis. Un’ondata di ribellione ai diktat atlantici dovrebbe percorrere l’intera Europa. Accordi, alleanze e clausole segrete, dovrebbero finire a carta straccia mentre, quel circo equestre chiamato Bruxelles, dovrebbe definitivamente andare in malora, con tutte le sue monete uniche ed i suoi trattati-truffa. Sarebbe anche l’occasione giusta per scaraventare tranquillamente a calci fuori dal nostro Vecchio e vituperato Continente, tutta quella massa di disertori, di profittatori da quattro soldi, di scalcagnati avventurieri, di impestati dalle più schifose e deleterie patologie e di potenziali (e reali, sic!) psicopatici assassini di innocenti che oggi, qualcuno, con un grazioso neologismo, chiama “migranti”, facendo, in tal modo diminuire in modo esponenziale e radicale, la possibilità di ulteriori attentati alla sicurezza dei cittadini europei. Solo in questo modo, attraverso una radicale presa di coscienza dei suoi abitanti, l’Europa, potrà tornare ad essere libera dalle ingerenze dei Poteri Forti ed a costituire un faro di civiltà per il mondo intero. Ma tutte queste, sono solo belle parole. Perché esse si trasformino in fatti concreti e reali, è necessaria una volontà di cambiamento da parte di quegli europei che, ad oggi, invece, sembrano inerti e passivi, capaci solo di riempire le proprie bocche e le proprie annacquate coscienze, con solidarismi e buonismi, veramente vuoti e, mai come ora, fuori luogo. I Poteri Forti, nel lanciare la loro sfida definitiva e mortale, attraverso la manifesta intenzione di creare di un Califfato Universale a guida USA-Saudi-Israelo-Ottomana, stanno mettendo i popoli d’Europa davanti ad una sfida senza precedenti (almeno negli ultimi cinquant’anni della nostra storia…), dall’esito della quale dipenderà la loro sopravvivenza come inalienabile assieme di comunità, appartenenze, culture ed eredità spirituali, senza pari nella storia del genere umano.

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