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giovedì, 26 novembre, 2015

Sukhoi abbattuto. Guerra e geopolitica nello scacchiere siriano

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Il Sukhoi Su-24 abbattuto dagli F-16 turchi volava ad un’altezza di oltre 6000 metri, ad una velocità di circa 800 kmh e, secondo il pilota navigatore Kostantin Murakhtin, sopravvissuto al fuoco incrociato sia dei caccia turchi e sia dei terroristi che, da terra, avevano invece massacrato il primo pilota Oleg Peshkov e il militare russo della squadra di soccorso Alexander Pozynich, “nessun messaggio né tantomeno un normale allineamento di avvertimento da parte di caccia turchi” a fianco del Sukhoi si sono verificati. L’aereo, che rientrava alla base siriana di Hmeimin, secondo i turchi, invece, sarebbe stato avvertito “per dieci volte” in pochi secondi.
Pronta la reazione militare russa. Alle misure di immediato potenziamento del dispositivo bellico di Mosca (incrociatore giunto in rada a Latakia, dispiegamento di batterie antimissili S-400 in territorio siriano, aumento dei raid aerei su obiettivi terroristici anti-siriani) si è aggiunta, questo giovedì, una durissima reazione sul terreno, martellato per oltre otto ore da bombardamenti dichiarati da fonti delle milizie terroristiche locali “spaventosi” che hanno, tra l’altro portato all’uccisione del comandante turkmeno Rashid Bagdash coordinatore delle milizie fondamentaliste sunnite – turcmene e arabe della “X Brigata” – anti-Damasco e ritenuto responsabile, in coordinamento con i vertici dell’aviazione turca, dell’agguato al bombardiere russo.
Sul fronte politico la crisi nelle relazioni russo-turche sale di ora in ora. Alle prime dichiarazioni del Cremlino su possibili “tragiche conseguenze” ove la Ankara non si fosse scusata per un’azione dichiarata da Valimir Putin “una pugnalata alle spalle”, hanno fatto seguito dichiarazioni arroganti del presidente turco Recep Tayyp Erdogan che – chiamato direttamente in causa – continua a dichiarare l’agguato un “atto di legittima difesa” con accuse contro i raid russi indirizzati contro le milizie terroristiche turcmene anti-Assad, della Nato (la Turchia fa parte del dispositivo atlantico), e addirittura dal presidente Usa Barack Hussein Obama che ha dichiarato l’abbattimento è stato legittimo a causa dello sconfinamento.
La questione turkmena-siriana (o turcomanna) è infatti una delle cause della partecipazione di Ankara alla guerra scatenata contro Damasco dalle varie milizie sunnite fondamentaliste finanziate e sostenute da Turchia, Qatar e Arabia Saudita.
I turcmeni di Siria sono tra i popoli – anche arabo-siriani, alawiti e curdi – che abitano la zona all’attuale confine con il confine turco: una ampia provincia che faceva parte della regione di Alessandretta e Antakia (Antiochia), storicamente parte della Siria ma che gli occidentali decisero di aggregare alla Turchia dopo il primo conflitto mondiale e il tracollo dell’Impero ottomano.
I turcmeni di Siria, come quelli di Iraq (e i curdi di Siria come quelli d’Iraq), sono stati parte della popolazione integrata in Stati (Siria e Iraq) al tempo stesso panarabi e socialisti durante le oltre sette decadi di sviluppo e governo del Ba’ath, Partito della Rinascita arabo-socialista, costituito su basi non confessionali dal cristiano Michel Aflaq, dal musulmano sunnita Salah ad-Din al Bitar, dall’alawita Zaki al-Arsuzi di Alessandretta (irredentista) e più tardi dal capopopolo sunnita Akram al-Hurani, che sarà il responsabile dell’aggiunta della qualifica “socialista” al Ba’ath.
Da notare come Aflaq e al-Bīṭār furono influenzati – entrambi studiavano alla Sorbona alla fine degli Anni Venti dello scorso secolo – dal pensiero “socialista nazionale” (Proudhon, prima internazionale, Mazzini) e da quello di Nietzsche, piuttosto che dal determinismo storico, e con accenti illuministico-radicali, quasi giacobini, con tre parole d’ordine: “unità araba, libertà (individuale e sociale) e socialismo.
Con queste premesse, dopo l’invasione angloamericana dell’Iraq nel 2003, i turkmeni di Iraq si ritrovarono “sudditi” del potere curdo di Massud Barzani, capo dal 1979 del Pdk (partito democratico curdo) e quindi presidente della regione-Stato curda ritagliata nel dopo-Saddam nel nord del Paese invaso e occupato. Barzani, a sua volta, con il suo Pdk, era e resta un “protetto” degli Usa e della Turchia. In particolare Erdogan ritiene Barzani e il suo Pdk un alleato indiretto ma affidabile contro le altre fazioni-movimenti, in particolare il Pkk, ma anche il Pyk. Questa “protezione” di Erdogan era giunta a consigliare alla minoranza turkmena l’accettazione pacifica della supremazia del sunnita Pdk curdo.
Questa direttiva turca ha indirettamente portato, nel giugno del 2014, l’Isis a conquistare senza colpo ferire la cittadina turkmena di Tell Afar. Senza alcun spargimento di sangue: Tell Afar, non a caso è la città natale di Fadel al-Hayali, detto Abu Muslim al-Turkmeni (turcmeno), terzo al potere nello Stato Islamico di Abu Bakr al-Baghdadi.
I turkmeni di Siria si sono così schierati nel terreno al confine con la Siria alleando le loro milizie nel fronte terroristico anti-Assad e anti-Damasco (Esercito siriano libero, ormai in rotta, Fronte al-Nusra, Stato Islamico). Il loro fine è quello di occupare una striscia di territorio per donare allo Stato Islamico e, perché no, al Kurdistan, uno sbocco al mar Mediterraneo. Una parcellizzazione del territorio nazionale siriano (e iracheno o arabo-nazionale) del tutto collimante con il disegno atlantico di parcellizzazione estrema della regione del Vicino Oriente (divide et impera) più volte ipotizzato dai “brain trusts” di Londra e di Wasgington e causa prima della indotta guerra “civile” (con foreign fighters e sostegno occidentale, turco, saudita e qatariota) portata avanti dopo l’occupazione e suddivisione dell’Iraq, contro Damasco e l’unità nazionale siriana, un’entità statale rimasta l’unica, assieme al Libano (non per nulla anch’esso Stato interconfessionale ancorché frutto delle divisioni coloniali occidentali della “grande Siria” all’indomani della prima guerra mondiale.
Precisate queste premesse geopolitiche è ancora più evidente la vera identità delle forze in campo, gli obiettivi del terrorismo delle milizie islamiste, e i mandanti della destabilizzazione della regione.
E il grande dispetto per la mancata soppressione militare e politica del governo laico-socialista panarabo di Bashar al-Assad, non crollato come altri regimi destabilizzati da aggressioni (Iraq, Libia) o da finte “primavere” arabe.
E ora appoggiato direttamente da quello che l’Occidente aveva ritenuto – assieme all’Iran sciita – un convitato di pietra da manipolare, la Russia di Putin.
Che, di fronte alla jattanza turca condivisa dalla Casa Bianca, sembra addirittura ad un passo da sollecitare il suo alleato, la Siria di Assad, a dichiarare una “no fly-zone” sui cieli della Siria. Con la conseguenza che qualsiasi aereo occidentale – non soltanto nordamericano o francese, ma anche italiano o tedesco… – che solchi senza approvazione di Damasco i cieli di Siria possa venire abbattuto “legittimamente”…

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