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lunedì, 23 novembre, 2015

Argentina. Gli Usa (e il papa) dietro la vittoria di Macri

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E così Mauricio Macri è il nuovo presidente dell’Argentina. La vittoria del leader di “Cambiemos” – sigla “progressista” (sic) dietro la quale l’ex sindaco di Buenos Aires, rampollo conservatore della più importante famiglia capitalista italo-argentina, ha spacciato il demagogico leit-motiv elettorale: “povertà zero” – cambierà di certo il prossimo futuro della Repubblica latino-americana.
Purtroppo riportando – facile profezia – l’orologio della storia del Paese latino-americano all’era del neoliberismo e della crisi economica-monetaria. E cioè all’ “alleanza” – leggasi: sudditanza coloniale) agli Stati Uniti d’America, alla Banca Mondiale e alle multinazionali predatrici della ricchezza dei popoli.
Con l‘allineamento agli Usa è scontato prevedere, infatti, sia una nuova stagione di svendita delle attività produttive argentine alle corporations-globali, tentacoli della finanza internazionale, sia una conseguente grave battuta di arresto del processo di integrazione regionale latinoamericana e un colpo mortale per la Unasur, la Celac e il Mercosur, organismi di costruzione di una “Patria Grande” latinoamericana, nei quali la Repubblica Argentina, nei dodici anni dell’era di Nestor e Cristina Kirchner, aveva assunto un indubbio peso politico e responsabilità di guida determinanti.
Si arresta in questo modo e almeno per i prossimi quattro anni, con la sconfitta (con il 49% dei voti espressi domenica 22 al ballottaggio, 32 milioni i votanti) di Daniel Scioli, purtroppo sbiadito candidato peronista di sinistra, erede dei dodici anni kirchneriani, quel programma “nacional y popular”, che è il fulcro del testamento politico di Juan Domingo Peron.

A parziale difesa di Scioli, c’è da sottolineare come a favorire Macri, avversario di origini calabresi che è anche lui un blando della politica di astuto marketing, sostenuta, sia mediaticamente che finanziariamente, dagli Stati Uniti, vi sia stata anche una doppia trappola politica, diciamo così, interna.
Da una parte il frazionamento del mondo peronista-giustizialista (che al primo turno si è diviso tra la sinistra kirchneriana del Frente para la Victoria di Scioli – 36,86% dei voti – e la destra sindacale del Frente Renovador guidata da Sergio Massa – 21,34% dei voti) e che già aveva condotto ad una sconfitta del partito giustizialista ufficiale nella fondamentale provincia di Buenos Aires.
Dall’altra l’effetto boomerang dell’elezione del gesuita Bergoglio alla guida del Vaticano. Il papa è infatti da sempre stato indicato per le sue simpatie riviolte in parte verso le autorità golpiste militari e in parte verso la destra populista argentina (i suoi legami con la Guardia di Ferro), e non aveva certo buoni rapporti con il giustizialismo nazional-popolare e “para-montonero” dei Kirchner.
Sotto la guida di Macri, 56 anni, si prevede dunque che l’Argentina, in politica internazionale, opererà un cambiamento di schieramento con migliori rapporti con gli Stati Uniti e con un allontanamento dal Venezuela di Nicolas Maduro e dagli altri due Paesi sudamericani a guida bolivariana, l’Ecuador e la Bolivia. Non è stato un caso che, a seguire i risultati del ballottaggio nella sede di «Cambiemos» a Buenos Aires c’era anche Lilian Tintori, moglie di Leopoldo Lopez, uno dei principali oppositori in Venezuela, attualmente in carcere. Negli equilibri del continente meridionale americano sono facilmente, dunque, prevedibili battute di arresto del Mercosur (Mercado Común del Sur) a guida brasiliano-argentina, dell’Unasur (Unión de Naciones Suramericanas), e un riallineamento argentino alle politiche economiche degli Usa e dei suoi alleati (Cile, Colombia e Messico) per la creazione del cosiddetto Alca (Trattato Libero Commercio delle Americhe).
E, ultimo, ma non meno importante, un congelamento delle buone relazioni diplomatiche con la Repubblica Islamica dell’Iran di Rohani e con la Federazione Russa di Putin, portate avanti negli ultimi anni dalla presidente Cristina Fernandez Kirchner, contraria sia alle sanzioni anti-Iran che a quelle anti-Russia. Da notare che al ripristino di buoni rapporti tra Buenos Aires e Teheran aveva contribuito, nell’era Kirchner, il superamento del cosiddetto caso Amia (Asociaciòn Mutual Israelita Argentina), attentato del 1994 per il quale Israele accusò gli Hizbollah libanesi e, appunto, l’Iran. Il conseguente accordo di cooperazione Argentina-Iran aveva sollevato un profondo dissenso nella comunità ebraica argentina, la sesta più popolosa del mondo con oltre 250 mila persone, per la gran parte residenti a Buenos Aires.

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