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venerdì, 23 ottobre, 2015

Il Pavese e la Lomellina tra i Longobardi e gli Sforza

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Pavia si identifica col fiume dal quale ha acquisito per un millennio il nome, Ticinum. La confluenza con il Po divide il territorio in tre zone, Pavese e Lomellina che si specchiano nelle acque delle risaie e l’Oltrepò delle colline coltivate a vite.

Le eccellenze di questa terra hanno avuto una vetrina nella 63ͣ edizione di “Autunno Pavese”, punto di incontro di arte, storia e cultura al Castello visconteo: negli stand riso lomellino, zucca bertagnina di Dorno e berrettina di Lungavilla, salame di Varzi, peperone di Voghera, asparagi rosa di Cilavegna, cipolla rossa di Breme, fagioli borlotti di Gambolò, salumi d’oca di Mortara, vino delle Valli. Competenze e sapienze antiche hanno assegnato a questa provincia un primato nell’economia con prodotti tutelati e marchi di qualità come i salumi d’oca, la produzione ortofrutticola, il caviale di storione, la mostarda, le rane ritenute fin dall’antichità nutritive e medicamentose.

La Lomellina, per secoli paludosa e arida per la presenza di dossi sabbiosi, nel Medioevo si trasforma in uno scacchiere di verdi campi grazie alla presenza dei monaci, alla colonizzazione feudale e alle riforme agronomiche degli Sforza che introducono la coltivazione del gelso e del riso, portato in Sicilia dagli Arabi nell’VIII secolo e nel ‘400 in Lombardia da Galeazzo Maria Sforza.

Gli 80.000 ettari di risaie punteggiati di città d’arte, castelli, rocche, abbazie e grandi cascine raccontano la storia dell’uomo che ha livellato i dossi sabbiosi creati dalle piene di Sesia, Ticino e Po, riempito gli avvallamenti, convogliato rogge e canali, arrossati poi dal sangue dei caduti nelle guerre del Risorgimento.

Prima che l’opulenta arte culinaria elabori saporiti risotti con pasta di salame, fegatini d’oca o fagioli (rispettando il disciplinare della Confraternita del risotto), il campo richiede un impegnativo lavoro: in primavera aratura, concimazione e allagamento attraverso il sistema di canali e semina a spaglio; in estate monda delle erbe infestanti, in autunno mietitura. Quindi pulitura delle cariossidi, sbramatura e sbiancatura con l’eliminazione del germe. Nel libro della spesa dei duchi di Savoia nel 1300 è annotato l’acquisto di riso per dolci e, infatti, prima della sua diffusione in Occidente come alimento, era spezia e ingrediente per dolci.

Nel Quattrocento delle Signorie rinascimentali il borgo fortificato di Vigevano fu residenza estiva del Ducato con Ludovico Sforza, detto il Moro, che nel 1492 realizzò la grandiosa Piazza Ducale porticata su tre lati (chiusa sul quarto dalla facciata barocca della cattedrale di S. Ambrogio dal vescovo Caramuel nel 1680), notevole opera urbanistica, che Arturo Toscanini definì “sinfonia musicale in cui si fondono ordine, misura e armonia”. Anticamera del complesso architettonico del Castello, cui si accedeva da una rampa posta sotto la torre, trasformato in palazzo rinascimentale dall’ingegno creativo del Bramante, che completò la Falconiera con un loggiato, edificò il Palazzo delle Dame residenza di Beatrice d’Este e la Torre cui legò il suo nome, simbolo della città. La Strada coperta fatta costruire nel 1347 da Luchino Visconti come ponte fortificato è un manufatto unico nell’architettura castellana europea. Nelle scuderie il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina.

Il genio di Leonardo da Vinci ideò un complesso sistema di regolazione delle acque destinate agli orti e giardini della Villa della Sforzesca, modello di cascina a corte chiusa.

Interessante una sosta a Lomello, residenza occasionale dei re longobardi e sede dei conti che governarono il territorio in epoca imperiale, stazione di posta della Via Francigena. Da visitare la Collegiata di Santa Maria Maggiore in stile romanico-lombardo con l’attiguo Battistero di San Giovanni ad Fontes che conserva l’antica vasca battesimale esagonale con decorazioni del VII sec.

Giunti nel 568 dalla Pannonia, i Longobardi si fusero con le genti italiche assorbendone la cultura, tanto che i re si intitolavano “Flavi”, parlavano in latino e dotavano i loro palazzi di terme, come gli imperatori di Roma, eleggendo Pavia capitale del Regno.

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